Esiste una serie televisiva di spionaggio che ha vinto un Emmy Internazionale, che è disponibile su Apple TV+, che ha un cast straordinario con una star del calibro di Glenn Close, e di cui in Italia quasi nessuno parla. Si chiama Tehran, ed è probabilmente uno dei thriller spionistici più intensi, realistici e coinvolgenti degli ultimi anni. Se ami le serie come Homeland, Fauda o The Americans, e non hai ancora visto Tehran, stai perdendo qualcosa di raro. Qualcosa che sa tenere lo spettatore incollato allo schermo non a colpi di esplosioni spettacolari, ma con la tensione vera, quella che nasce da personaggi complessi, scelte impossibili e un ritmo che non ti dà mai il tempo di respirare.
Eppure, nonostante tutto questo, la serie resta nell’ombra. Non se ne parla nei bar, non la si vede nei trend dei social, non è sulla bocca di tutti come succede con le produzioni americane più pompose. Il motivo è semplice: Tehran è una serie israeliana, creata da Moshe Zonder per il canale Kan 11 e distribuita su più paesi da Apple TV+. Viene da una tradizione televisiva diversa, meno chiassosa, più attenta alla sostanza che allo spettacolo. E questo, paradossalmente, è il suo punto di forza più grande.
Cosa devi sapere prima di guardare la seconda stagione
Tehran racconta la storia di Tamar Rabinyan, una giovane agente del Mossad – il servizio segreto israeliano – che è nata in Iran ma cresciuta in Israele. È una hacker eccezionale, coraggiosa, emotivamente fragile, e portata a prendere decisioni che nessun manuale di intelligence approverebbe. Nella prima stagione viene inviata a Teheran con una falsa identità per sabotare il sistema elettrico della città e permettere a caccia israeliani di colpire una centrale nucleare. Le cose vanno storte – come sempre in questo tipo di storie – e Tamar si ritrova intrappolata in Iran, innamorata di un ragazzo iraniano di nome Milad, inseguita dai servizi segreti iraniani e abbandonata a se stessa dal Mossad.
La prima stagione è già ottima. La seconda è superiore sotto tutti i punti di vista.
La seconda stagione: vendetta personale contro geopolitica internazionale
Nella seconda stagione, Tamar non è più in fuga. Ha scelto di restare a Teheran. Il motivo è personale e durissimo: il generale Qasem Mohammadi, capo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, ha ordinato l’impiccagione pubblica di sua zia Arezoo, accusata di legami con il Mossad. Quella morte trasforma la missione. Non è più un lavoro. È vendetta.
Tamar riceve l’appoggio di un’alleata inaspettata: Marjan Montazeri, interpretata da una Glenn Close in stato di grazia assoluta. Marjan è una psicologa britannica con radici iraniane che lavora segretamente per il Mossad. È sofisticata, manipolativa, disposta a tutto, e ha un’agenda tutta sua che non coincide necessariamente con quella dei suoi superiori. Glenn Close porta in questa serie un livello di recitazione che alza tutto il resto: ogni scena in cui è presente diventa più densa, più pericolosa, più imprevedibile.
Il terzo protagonista centrale è Faraz Kamali, agente dei servizi segreti iraniani interpretato da Shaun Toub. Faraz è l’antagonista della prima stagione, ma nella seconda diventa qualcosa di molto più complicato. È un uomo d’onore intrappolato in un sistema spietato, che ama sua moglie Nahid con una dedizione totale, e che si ritrova a fare il doppio agente non per convinzione ideologica ma per sopravvivenza. La sua traiettoria è una delle scritture di personaggio più riuscite dell’intera serie.
Attenzione: da qui in poi ci sono spoiler sul finale
Se non hai ancora visto la seconda stagione, fermati qui. Sul serio. Quello che stai per leggere ti rovinerebbe uno dei finali più belli e brutali degli ultimi anni nel genere spy.
Il finale: “Blood Funeral” – Un funerale dove muoiono tutti
L’episodio finale della seconda stagione si intitola Blood Funeral – “Funerale di sangue” – e il titolo è una promessa mantenuta fino in fondo. Tutto precipita a partire dalla morte di Peyman Mohammadi, il figlio del generale, che muore in un incidente automobilistico orchestrato da Tamar e Milad nel tentativo di colpire il padre. Il piano fallisce: il generale sopravvive, il figlio muore, e la situazione precipita in modo irreversibile.
Il funerale di Peyman diventa il campo di battaglia finale. Faraz propone a Tamar e Marjan un piano audace: durante il rito funebre, ci sarà un momento in cui il generale Mohammadi sarà solo con il corpo del figlio. Quella è l’occasione. Marjan prepara per Tamar un aerosol letale da inalare, un veleno che entra nel sangue attraverso il sistema respiratorio, silenzioso e invisibile.
Ma tutto quello che può andare storto, va storto. Il Mossad ordina di abortire la missione e di evacuare. Marjan, in modo autonomo e in aperto contrasto con i superiori, dice a Tamar di andare avanti. Nel frattempo, un’agente del Mossad di nome Yulia scopre che Marjan ha agito di testa propria e minaccia Milad: se Tamar non lascia il funerale entro quindici minuti, lui morirà. Tamar si trova davanti a una scelta impossibile tra la missione e l’uomo che ama.
Poi arriva la svolta più inaspettata. Nahid, la moglie di Faraz, che sembrava sempre una vittima passiva di tutto ciò che le accadeva intorno, prende Marjan da sola in una stanza appartata e le spruzza in faccia l’aerosol velenoso. Marjan crolla a terra, ansimando. Faraz arriva, la vede agonizzante, e fa la cosa più glaciale e umana allo stesso tempo: chiude la porta e la lascia morire. Non interviene. Non chiede aiuto. Sceglie sua moglie. Sceglie la sopravvivenza.
Nel caos che segue, Tamar attiva il piano B. Tra gli oggetti personali di Peyman è stato sistemato un telefono trappola, una replica del suo cellulare con all’interno un ordigno esplosivo. Quando il generale Mohammadi si raccoglie in privato davanti alla salma del figlio, il telefono di Peyman squilla. Il generale risponde. Tamar è dall’altra parte. Gli dice che sua zia Arezoo le manda i suoi saluti. Poi preme il tasto. L’intera stanza esplode. Il generale Mohammadi è morto. La vendetta è compiuta.
Ma lo spionaggio non perdona. Tamar e Milad fuggono verso il punto di fuga concordato. Li aspetta una macchina argento che li porterà in salvo. Tamar scende dalla sua auto per prendere i bagagli dal bagagliaio. Milad sale sulla macchina argento. La macchina esplode. Milad è morto.
La domanda finale, quella che lascia lo spettatore con il fiato in gola, è devastante: è stato il Mossad a piazzare quella bomba? La risposta più logica, più cinica e più coerente con tutta la logica dello spionaggio raccontata dalla serie è sì. Mohammadi è stato assassinato con il nome di Tamar impressa sull’operazione. Israele non può permettersi che lei venga catturata viva. Lei sa troppo. Milad era una variabile non controllabile. Il Mossad ha risolto il problema nel modo più freddo possibile: eliminando entrambi. Solo che Tamar era fuori dalla macchina per pochi secondi. Un caso. O forse no.
Perché questo finale è straordinario
Il finale di Tehran stagione 2 è straordinario per una ragione precisa: non consola nessuno. Non c’è la vittoria pulita del buono. Non c’è il lieto fine. Non c’è nemmeno la certezza di sapere chi era davvero il nemico. Tamar ottiene la sua vendetta, ma perde Milad. Marjan muore per mano della donna più fragile della storia. Faraz sopravvive scegliendo il tradimento. Il Mossad, l’agenzia per cui Tamar rischia la vita da due stagioni, potrebbe averla appena uccisa per sbaglio o intenzionalmente – e la differenza cambia tutto e non cambia niente.
Tehran è una serie che parla di come le persone vengono usate dai sistemi di potere, consumate e poi scartate. Lo dice senza urlarlo, con una scrittura precisa e attori che non recitano ma abitano i loro personaggi. La terza stagione, già disponibile su Apple TV+ dal gennaio 2026 con Hugh Laurie nel cast, raccoglie le macerie di questo finale e va ancora più in profondità.
Se ancora non hai iniziato Tehran, adesso hai tutto quello che ti serve per capire perché vale la pena. Hai già visto la serie? Cosa ne pensi del finale della seconda stagione? Lascia un commento e dicci la tua!


