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Perché nel primo episodio della serie Ted non stanno insultando gli italiani: stanno mostrando quanto è assurdo il razzismo del personaggio

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
4 Maggio 2026
in Film & Serie TV, Serie Tv
Tempo di lettura 5 minuti
Perché nel primo episodio della serie Ted non stanno insultando gli italiani stanno mostrando quanto è assurdo il razzismo del personaggio

Nel primo episodio della serie Ted c’è una battuta sugli italiani che può lasciare un po’ spiazzati. Il padre di John prova a difendersi dall’accusa di razzismo, tira fuori Rocky, poi comincia a parlare degli italiani, della guerra in Corea e dei cubani. Detta così sembra una roba completamente senza senso. E infatti lo è. Ma è senza senso apposta. La battuta nasce proprio per mostrare quanto il personaggio sia ignorante, confuso e pieno di pregiudizi mentre cerca disperatamente di dimostrare il contrario.

La scena funziona perché parte da una frase già ridicola: lui dice più o meno che non può essere razzista perché il suo film preferito è Rocky. Come se bastasse amare un film con Apollo Creed per avere la patente da persona illuminata. È già una scusa debole, da manuale del “non sono razzista, però…”. Poi prova a spiegarsi meglio, e lì peggiora tutto.

Nel suo ragionamento, Rocky è un bianco che combatte contro Apollo Creed, un pugile nero. Però si ricorda che Rocky è italoamericano. E quindi apre una parentesi sugli italiani negli Stati Uniti, dicendo che non sono sempre stati considerati “bianchi” allo stesso modo degli altri. Poi aggiunge il pezzo ancora più assurdo: secondo lui la guerra in Corea avrebbe dato agli italiani “una bella spinta”. Ma non perché gli italiani siano diventati più bianchi. Secondo il suo ragionamento storto, è perché i cubani sarebbero diventati “più neri”.

Sì, lo so. Letta così viene da fare la faccia di Ted quando guarda qualcuno e pensa: “Ma che cavolo stai dicendo?”.

Però il senso comico è proprio quello. Il personaggio sta costruendo una specie di classifica razziale completamente inventata, dove i gruppi salgono o scendono in base a categorie assurde. Italiani, cubani, neri, bianchi: li mette tutti dentro una scala mentale sballata, come se l’identità delle persone fosse una graduatoria. Ed è qui che la battuta diventa chiara: la serie non sta dicendo “gli italiani sono così” o “i cubani sono cosà”. Sta prendendo in giro il personaggio che ragiona in quel modo.

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Il bersaglio della battuta, quindi, non sono davvero gli italiani. Il bersaglio è lui. Il padre che prova a sembrare non razzista e, nel giro di pochi secondi, dimostra di avere proprio una mentalità piena di stereotipi.

Certo, capisco perché a un italiano possa dare fastidio. Perché noi non siamo abituati a sentirci infilati in discorsi sulla “bianchezza” o sulla razza. In Italia il tema viene percepito in modo diverso. Se qualcuno qui dicesse “gli italiani sono diventati bianchi”, probabilmente molti risponderebbero: “Scusa, in che senso?”. Negli Stati Uniti, invece, il discorso ha una storia diversa.

Per molto tempo, gli immigrati italiani in America non furono considerati pienamente integrati nel gruppo dominante. Erano europei, sì, ma spesso venivano guardati con sospetto. Molti arrivavano dal Sud Italia, erano poveri, cattolici, parlavano dialetti, vivevano in comunità molto compatte e facevano lavori durissimi. La stampa e una parte della società americana li dipingevano con stereotipi pesanti: violenti, sporchi, criminali, ignoranti, troppo diversi dagli anglosassoni protestanti.

Quindi sì, nella storia americana gli italiani hanno vissuto una fase di forte discriminazione. Non erano trattati come oggi vengono percepiti gli italoamericani. Non erano automaticamente dentro il gruppo “rispettabile”. Erano spesso considerati inferiori, poco assimilabili, sospetti. Poi, nel corso del Novecento, le cose sono cambiate. Gli italoamericani si sono integrati, hanno scalato posizioni sociali, sono entrati nella politica, nel cinema, nello sport, nell’economia, nella cultura pop. E oggi sono considerati pienamente parte dell’identità americana bianca.

La battuta di Ted pesca da questa cosa reale, ma la usa in modo volutamente sporco e stupido. Non è una spiegazione storica seria. Non dobbiamo prenderla come una lezione sulla guerra in Corea o sulla storia degli italiani negli Stati Uniti. La guerra in Corea viene buttata lì come riferimento confuso, quasi da uomo che ha sentito due nozioni, le ha mischiate male e le usa per darsi un tono.

La parte sui cubani, poi, è quella che rende il tutto ancora più grottesco. Perché lui non dice neanche “gli italiani sono stati accettati di più”. Dice una cosa molto più brutta: suggerisce che gli italiani siano “saliti” perché un altro gruppo sarebbe “sceso” nella percezione razziale. È una logica orribile, da competizione tra minoranze, come se i diritti e l’accettazione sociale fossero una sedia musicale. Uno si siede, l’altro resta fuori.

Ed è proprio questa mentalità che la serie vuole ridicolizzare.

Ted è una commedia scorretta. Non è una serie che usa il guanto di velluto. Le battute sono spesso volgari, cattive, esagerate, costruite per far ridere anche attraverso l’imbarazzo. A volte funzionano perché sono assurde. A volte perché il personaggio dice una cosa talmente sbagliata che il pubblico capisce subito che non dobbiamo essere d’accordo con lui. Ridiamo non perché “ha ragione”, ma perché è un disastro umano mentre pensa di essere brillante.

In questa scena, il padre non sta facendo un discorso contro gli italiani in modo diretto. Sta facendo un discorso talmente pieno di pregiudizi che finisce per insultare un po’ tutti. Italiani, cubani, neri, bianchi: nella sua testa sono categorie da spostare su una lavagna immaginaria. E il comico nasce dal fatto che lui non si rende conto di quanto suoni male.

Però una cosa va detta: anche quando una battuta ha un bersaglio chiaro, può comunque dare fastidio. Se tu sei italiano e senti una frase sugli italiani “non abbastanza bianchi”, è normale restare un attimo perplesso. Perché quella frase porta dentro un tipo di razzismo molto americano, lontano dal nostro modo di ragionare, ma non per questo meno pungente. La serie ci ride sopra, ma la materia è sgradevole.

La differenza sta nel capire dove punta la battuta. Se puntasse davvero a dire “gli italiani sono inferiori”, sarebbe un altro discorso. Qui invece punta a dire: “Guardate quanto è assurdo questo uomo che prova a non sembrare razzista e in realtà ragiona come un catalogo di stereotipi”. È una battuta costruita sulla stupidità del personaggio, non sulla stupidità degli italiani.

E forse è anche per questo che la scena funziona, almeno per chi coglie il contesto americano. Perché dietro la sparata c’è una piccola verità storica: negli Stati Uniti, l’identità “bianca” non è sempre stata una categoria semplice e fissa. Alcuni gruppi europei, come italiani, irlandesi, polacchi o ebrei europei, in passato sono stati discriminati e poi assorbiti nel gruppo dominante. La commedia prende questa cosa seria, la fa passare attraverso la bocca del personaggio peggiore possibile e la trasforma in una battuta volutamente sbagliata.

Quindi sì, la frase sugli italiani è assurda. Sì, può suonare fastidiosa. Sì, è una battuta da commedia scorretta. Ma il punto non è attaccare gli italiani. Il punto è farci ridere del personaggio che crede di aver trovato un ragionamento intelligente e invece si sta scavando la fossa da solo.

In pratica: voleva dimostrare di non essere razzista. Ci ha messo Rocky, gli italiani, la Corea e i cubani. Risultato? Ha dimostrato l’esatto contrario.

E forse Ted, con tutta la sua volgarità, voleva proprio quello.

Secondo te questa battuta di Ted sugli italiani è solo comicità assurda o ti sembra comunque fastidiosa anche sapendo che il bersaglio è il personaggio razzista? Scrivilo nei commenti.

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