Il grande successo della miniserie Morbo K, trasmessa su Rai 1 in occasione della Giornata della Memoria, ha riportato al centro dell’attenzione una delle storie più incredibili e meno conosciute della Resistenza italiana. Una vicenda reale, ambientata a Roma nel settembre del 1943, in cui un gruppo di medici riuscì a salvare decine di ebrei inventando una malattia inesistente, tanto spaventosa da tenere lontani perfino i nazisti.
Accanto all’emozione e al consenso del pubblico, la serie ha però sollevato anche domande e perplessità. Una in particolare ha acceso il dibattito: perché nella serie il dottor Borromeo muore, quando nella realtà dei fatti non accadde nulla di simile?
Per comprendere questa scelta, è necessario distinguere con chiarezza tra storia documentata e racconto televisivo.
La verità storica su Giovanni Borromeo
Giovanni Borromeo, primario dell’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina, non morì durante l’occupazione nazista di Roma. Dopo aver ideato e messo in atto il piano del Morbo K, continuò a esercitare la professione medica anche nel dopoguerra. Borromeo morì nel 1961, a Roma, per cause naturali, quasi vent’anni dopo la fine del conflitto.
Nel 2004, molti anni dopo la sua scomparsa, lo Stato di Israele gli conferì il titolo di Giusto tra le Nazioni, riconoscendo ufficialmente il suo ruolo nel salvataggio degli ebrei perseguitati.
Questo dato è storico, verificato e incontestabile. La serie, quindi, non segue la biografia reale di Borromeo fino alla fine della sua vita.
Il personaggio della serie non è Borromeo
Un primo elemento spesso trascurato è che la fiction Rai non utilizza i nomi reali. Il personaggio interpretato da Vincenzo Ferrera si chiama Matteo Prati ed è dichiaratamente ispirato a Borromeo, ma non coincide con lui in senso biografico. Questa scelta apre uno spazio narrativo preciso: la serie non promette una ricostruzione cronachistica, ma un racconto ispirato a eventi reali.
La morte del personaggio, quindi, non riscrive la storia, ma rappresenta una scelta simbolica.
Perché la fiction sceglie di farlo morire
Dal punto di vista narrativo, la morte del primario serve a concentrare in un solo destino il rischio che, nella realtà, incombeva su tutti. Se il piano del Morbo K fosse stato scoperto, Borromeo e il suo team sarebbero stati fucilati sul posto. Questo pericolo, reale e costante, nella serie viene trasformato in una conseguenza estrema per rendere visibile ciò che la storia, per fortuna, non ha consumato.
La fiction rinuncia alla consolazione del lieto fine per sottolineare un messaggio chiaro: il coraggio non garantisce la sopravvivenza, e durante l’occupazione nazista anche un gesto giusto poteva portare alla morte.
È una scelta dura, ma coerente con il contesto della Shoah, che la serie evita di addolcire.
Non solo Borromeo: le altre differenze con la realtà
La morte del primario non è l’unico scarto tra realtà e rappresentazione televisiva.
Nella storia vera, l’invenzione del Morbo K non fu opera di un solo uomo. Accanto a Borromeo operarono figure fondamentali come Adriano Ossicini e Vittorio Emanuele Sacerdoti, medico ebreo costretto a lavorare sotto falso nome. La serie, invece, concentra molte decisioni su pochi personaggi, una scelta tipica della narrazione televisiva, che privilegia chiarezza e riconoscibilità.
Anche la storia d’amore tra il giovane medico e la ragazza ebrea è un elemento narrativo costruito. Non esistono prove storiche che colleghino direttamente un rapporto sentimentale specifico agli eventi del Morbo K. Questa linea narrativa serve a umanizzare il racconto e a incarnare la paura e la speranza in volti giovani, rendendo la storia più accessibile.
Un altro aspetto discusso riguarda la rappresentazione delle responsabilità italiane. Nei commenti sui social, molti spettatori hanno notato come la serie tenda a mettere in primo piano quasi esclusivamente i nazisti, lasciando i fascisti italiani in una posizione più sfumata. Storicamente, però, la persecuzione degli ebrei fu resa possibile anche da delazioni, collaborazioni e complicità locali. Questa semplificazione ha suscitato critiche, soprattutto tra chi ritiene necessario ricordare anche le responsabilità interne.
Il Morbo K: realtà e mito
Il reparto K dell’ospedale Fatebenefratelli è esistito davvero. I “malati” venivano istruiti a simulare sintomi gravi come tosse violenta, febbre alta e convulsioni. Le cartelle cliniche erano compilate con estrema precisione per resistere a eventuali controlli. I soldati tedeschi, terrorizzati dal contagio, evitarono il reparto.
La serie enfatizza questi momenti, rendendoli più tesi e spettacolari, ma la sostanza storica resta fedele: una menzogna medica salvò delle vite.
Le reazioni del pubblico e il dibattito online
Sui social il dibattito è acceso. Da una parte c’è chi ha apprezzato la forza emotiva della serie e la scelta di un finale tragico. Dall’altra c’è chi ha criticato la decisione di alterare un dato storico così rilevante come la sopravvivenza di Borromeo.
Molti commenti, però, riconoscono che proprio questa scelta ha spinto parte del pubblico a informarsi, a cercare la storia vera e a scoprire dettagli che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti.
Una scelta che divide, ma che funziona
Morbo K non è una lezione di storia, ma una fiction che usa la storia per parlare al presente. La morte del primario non cancella la verità, ma la trasforma in un simbolo. Racconta ciò che avrebbe potuto accadere, e che accadde a molti altri.
La serie sceglie di sacrificare la precisione biografica per rafforzare il senso del pericolo, del rischio e della responsabilità morale. Una scelta discutibile per alcuni, ma coerente con l’obiettivo di raccontare la Shoah senza edulcorazioni.
Alla fine, Morbo K riesce a fare ciò che poche serie riescono ancora a fare: far discutere, spingere alla memoria e riportare alla luce una storia straordinaria della Resistenza civile italiana.



Anch’io sono stata male a vedere questa fiction
E vedere e non capire come hanno fatto i nazisti ad avere il sopravvento sulla gente decidere della loro vita ma soprattutto dopo quello che hanno sopportato e fatto i patrioti
Questo finale mi ha lasciata ancora più spaventata dove il dottore è stato ucciso malgrado la fatica fatta
E la ragazza preferisce raggiungere i genitori e lasciare solo il fratellino malgrado le è stato detto della loro fine
Sì la visione era mirata al ricordo inorridito della cruda guerra
Ottimo lavoro dal finale errato e forzato in peggio. Sarebbe stato meglio far chiudere la fiction come realmente accaduto.
Rispondo al commento, condividendo le ragioni espresse dalla RAI. A meno chi commenta “finale sbagliato” non sia uno sceneggiatore (ed anche li dovrebbe rispettare il lavoro altrui), mi chiedo come si possa usare l’aggettivo “sbagliato” ..sbagliato per chi? Sbagliato perché?
– per chi viale il lieto fine consolatorio?
No questa mini serie ha scatola di non esserlo , ha scelto di far male, di non edulcorare la brutalità e la follia della guerra. Follia è una parola che ricorre. Follia è la Shoah, Follia è il Morbo K, Follia e la fuga della ragazza e Follia ed insieme coraggio il rischiare la propria vita per gli altri. La serie voleva proprio fare stare male. Io mi sono sentita così, ho provato la paura nell’immaginare che succedesse quello che è successo ed il dolore provato dai superstiti (la moglie del primario, il cui quarto figlio è finzione, dato che il Prof.Borromeo ne abbe tre ed anche il medico, che rimane senza l’amore della sua vita e ovviamente il piccolo Marco, che non ha più nessuno , nemmeno la sorella). La guerra non consola ed il finale non e’ consolatorio. Dopo la “delusione” del finale hocapito che sarebbe troppo facile pensare che, in fondo, era andato tutto bene..e invece no!!
– perché? Se si scrive “liberamente ispirato” significa cielo sceneggiatore ha la “libertà ” di modificare situazioni e fatti …e quindi non è un finale sbagliato, ma un finale mirato.