Steven Spielberg ha diretto squali assassini, alieni, dinosauri, soldati, archeologi, bambini sperduti e perfino un musical. Però, in più di cinquant’anni di carriera, non ha mai diretto un vero western. Sembra quasi impossibile, se ci pensi. Parliamo di uno dei registi più importanti della storia del cinema americano e di uno dei generi più americani di sempre. Eppure manca ancora quel tassello: Spielberg contro il vecchio West.
La spiegazione, però, è meno misteriosa di quanto sembri. Spielberg è esploso negli anni Settanta, proprio quando il western classico stava già perdendo centralità. Lo squalo, uscito nel 1975, ha cambiato il modo di pensare il blockbuster e ha trasformato Spielberg in una forza enorme a Hollywood. Ma in quel momento il pubblico non viveva più il western come negli anni d’oro. I cowboy non erano spariti, certo. Però il genere stava cambiando pelle, diventando più cupo, più sporco, più disilluso.
Non c’erano più solo eroi con il cappello bianco e cattivi riconoscibili da lontano. Il cinema stava smontando il mito della frontiera. Registi come Sam Peckinpah avevano reso il western più violento e malinconico, mentre Clint Eastwood aveva portato in primo piano antieroi duri, ambigui, molto lontani dai vecchi modelli. Insomma, il western non era morto, ma non era più la casa naturale del grande cinema popolare americano.
E Spielberg, invece, ha trovato la sua frontiera altrove: nella fantascienza.
In una vecchia intervista a Empire, il regista aveva spiegato che per lui la fantascienza è diventata una specie di western personale. Quando gli hanno chiesto se avesse ancora storie sci-fi da raccontare, lui ha risposto di sì, aggiungendo che per lui quel genere ha preso il posto del western. Ha anche detto di aver sempre voluto girarne uno, ma che la fantascienza ha sostituito il western già dagli anni Sessanta, indicando 2001: Odissea nello spazio come uno dei momenti simbolici di quel passaggio. (slashfilm.com)
E se guardi la sua filmografia, il discorso torna. Incontri ravvicinati del terzo tipo, E.T., Jurassic Park, A.I., Minority Report, La guerra dei mondi: Spielberg ha raccontato spesso l’ignoto, la paura, la meraviglia e il viaggio verso territori sconosciuti. Solo che al posto dei cavalli c’erano astronavi, creature aliene, dinosauri o tecnologie impossibili. Cambia lo scenario, ma l’idea di frontiera resta. Solo che non è più quella del West. È quella del cielo, del futuro, della scienza, dell’infanzia che guarda qualcosa di enorme e non sa se scappare o restare incantata.
Questo forse spiega perché Spielberg non abbia mai sentito l’urgenza di fare il suo Sentieri selvaggi. In fondo il western, per lui, era già stato assorbito da altro. Il senso dell’avventura lo aveva messo in Indiana Jones. Il mito americano lo aveva interrogato in Lincoln. La paura collettiva l’aveva trasformata in spettacolo con Lo squalo. La meraviglia dell’ignoto l’aveva affidata agli alieni. Gli mancavano solo il cavallo, la polvere e il duello al tramonto. Dettagli non da poco, certo. Ma non abbastanza, forse, per costringerlo a fare quel film prima.
Negli ultimi mesi, però, qualcosa sembra essersi mosso. Durante un incontro al SXSW 2026, Spielberg ha confermato di avere un western in sviluppo. Non ha raccontato dettagli sulla trama, ma ha detto che il progetto “kicks ass”, cioè promette parecchio. Secondo Entertainment Weekly, il regista ha aggiunto che ci saranno cavalli e pistole, ma niente stereotipi e niente vecchi cliché. Una frase interessante, perché fa capire che Spielberg non vuole limitarsi a “fare un western” come esercizio nostalgico. Vuole trovare un modo nuovo per entrarci. (ew.com)
E questa, sinceramente, è la parte più intrigante. Perché un western di Spielberg oggi non potrebbe essere un semplice omaggio al passato. Sarebbe troppo facile. Troppo da museo. Il western moderno deve fare i conti con tutto ciò che il genere ha raccontato male, nascosto o semplificato per decenni: la violenza della frontiera, i nativi americani ridotti a figurine, la retorica dell’eroe solitario, l’idea che la civiltà arrivasse sempre con l’uomo armato giusto. Se Spielberg dice che non vuole stereotipi, probabilmente sa benissimo che quel terreno è pieno di trappole.
Tra l’altro non è che il western gli sia completamente estraneo. Ha prodotto progetti con elementi western, ha omaggiato il genere in alcune scene e ha sempre mostrato un amore enorme per il cinema classico americano. Però dirigere un western è un’altra cosa. Significa mettere la propria firma dentro un immaginario pesantissimo, dove ogni inquadratura rischia di evocare John Ford, Sergio Leone, Peckinpah, Eastwood. Robetta leggera, insomma. Tipo entrare in un saloon e scoprire che al tavolo ci sono tutti i fantasmi del cinema.
La domanda ora è: perché proprio adesso?
Forse perché Spielberg, dopo aver fatto praticamente tutto, sente il bisogno di affrontare l’unico grande genere che gli è sempre sfuggito. Nel 2025 aveva detto che il western gli era “sfuggito” per decenni e che avrebbe voluto prima o poi misurarsi con quella forma di cinema. (people.com) E a questo punto la curiosità è enorme. Non tanto perché Spielberg debba dimostrare qualcosa. Quello no, dai. Il curriculum parla da solo e pure a voce alta. Ma perché vedere il suo sguardo sul West oggi potrebbe essere una delle cose più interessanti della sua fase recente.
Un western di Spielberg potrebbe essere spettacolare, certo. Ma potrebbe anche essere intimo, malinconico, magari più vicino al racconto di una fine che a quello di una conquista. Il West, oggi, funziona meglio quando smette di vendersi come leggenda pulita e mostra le crepe. E Spielberg, quando vuole, sa lavorare benissimo sulla nostalgia senza trasformarla in cartolina. Basta pensare a come guarda l’infanzia: con amore, sì, ma anche con dolore, perdita e paura.
Quindi no, non è così strano che Spielberg non abbia mai diretto un western. È figlio di un’epoca in cui il cinema popolare stava cambiando frontiera. Lui ha preso quella spinta e l’ha portata nello spazio, nella fantascienza, nell’avventura moderna. Però ora che il western non è più il genere dominante, ma un territorio da reinventare, forse il momento giusto è arrivato davvero.
E se il film in sviluppo vedrà la luce, sarà curioso capire che tipo di West ci offrirà Spielberg: quello epico, quello sporco, quello emotivo o magari qualcosa che ancora non immaginiamo. L’unica certezza è che, dopo mezzo secolo di cinema, l’idea di vedere Spielberg alle prese con cavalli, pistole e miti da smontare è già abbastanza per far venire voglia di comprare il biglietto.
E tu che ne pensi: Steven Spielberg dovrebbe finalmente dirigere un western o la sua vera frontiera resterà sempre la fantascienza? Scrivilo nei commenti.


