Antony Starr oggi è legato in modo fortissimo a Patriota, il personaggio più inquietante di The Boys. Lo capisco: dopo averlo visto con quel sorriso finto da bravo americano e quello sguardo da uomo che potrebbe distruggerti la vita solo perché si è svegliato male, è difficile immaginarlo altrove. Però Starr non è arrivato dal nulla. Molto prima del successo su Prime Video, aveva già recitato in un film drammatico molto apprezzato dalla critica: In My Father’s Den.
Il film è uscito nel 2004, arriva dalla Nuova Zelanda ed è diretto da Brad McGann. Non è uno di quei titoli che trovi citati ogni due giorni nelle discussioni sui grandi drammi da recuperare. Anzi, per molti spettatori è quasi invisibile. Eppure ha raccolto ottimi giudizi e ancora oggi viene ricordato come un’opera intensa, cupa, costruita su traumi familiari, segreti e rapporti umani rovinati dal sospetto.
La storia segue Paul Prior, interpretato da Matthew Macfadyen, un fotografo di guerra che torna nella sua città natale dopo la morte del padre. Il ritorno non è affatto semplice. Paul rivede il fratello, ritrova luoghi che aveva lasciato da anni e viene risucchiato in un passato che non aveva mai chiuso davvero. Il “rifugio” del titolo, una specie di stanza segreta appartenuta al padre, diventa il simbolo di tutto quello che Paul ha perso, rimosso o cercato di dimenticare.
È uno spazio fisico, certo. Ma è anche una ferita.
Dentro quella stanza il padre aveva custodito libri, idee, pensieri lontani dal clima rigido della famiglia. Per Paul era stato un luogo di scoperta e libertà. Da adulto, però, quel posto non ha più lo stesso sapore. La memoria, nel film, non consola. Al contrario, riporta a galla quello che i personaggi avrebbero preferito lasciare sepolto.
Il racconto prende una piega ancora più delicata quando Paul inizia a lavorare temporaneamente come insegnante nella sua vecchia scuola e stringe un rapporto con Celia, interpretata da Emily Barclay. Lei è una ragazza intelligente, inquieta, appassionata di scrittura. Tra i due nasce un legame fatto di ascolto e fiducia, qualcosa che per Celia sembra quasi una boccata d’aria in un ambiente che la osserva, la giudica e la limita.
Naturalmente, in una piccola comunità, la fiducia tra due persone può diventare subito materiale per sospetti e cattiverie. Soprattutto perché Celia è la figlia di Jackie, una vecchia fiamma di Paul, e il film lascia emergere anche il dubbio che lui possa essere suo padre. Da quel momento la tensione cresce, non con grandi esplosioni, ma con frasi mezze dette, sguardi storti e persone che sembrano pronte a pensare il peggio.
Antony Starr interpreta Gareth, il compagno di Jackie. E il suo personaggio è sgradevole nel modo più concreto possibile. Gareth è aggressivo, geloso, controllante. Uno di quegli uomini che si nascondono dietro la preoccupazione, ma in realtà vogliono solo imporre la propria presenza. Non è un cattivo spettacolare come Patriota, non ha superpoteri e non domina la scena con teatralità. Però disturba lo stesso, forse proprio perché sembra più vicino alla realtà.
Ed è interessante rivedere Starr in un ruolo simile. Perché si capisce che la sua capacità di interpretare personaggi tossici e pericolosi non nasce con The Boys. In In My Father’s Den lavora su un registro più piccolo, più quotidiano, meno appariscente. Gareth non entra in scena per prendersi il mondo. Entra per sporcare l’aria intorno agli altri. E Starr riesce a renderlo fastidioso senza trasformarlo in una caricatura.
Il cuore del film, però, resta il legame tra Paul e Celia. La loro amicizia racconta una cosa semplice ma potente: a volte basta una persona che ti ascolta per farti sentire meno intrappolato. Paul vede in Celia una ragazza con talento e desiderio di fuga. Celia vede in Paul qualcuno che non la tratta come un problema da correggere. Questa intesa, però, viene deformata dagli occhi degli altri.
Poi Celia scompare.
Da quel momento il film cambia peso. Paul si ritrova al centro dei sospetti, la comunità gli si chiude addosso e il passato torna a bussare con una forza sempre più dolorosa. Il racconto alterna presente e memoria, ricostruendo poco alla volta una storia familiare piena di fratture. Non è un dramma consolatorio. Non prova a rendere tutto più facile per lo spettatore. Ti porta dentro un dolore che cresce piano e ti lascia addosso una sensazione scomoda.
Per chi conosce Antony Starr solo come Patriota, In My Father’s Den può essere una scoperta interessante. Non perché sia una semplice curiosità da fan, ma perché mostra un attore già capace di lasciare il segno in un film molto diverso. Niente satira sui supereroi, niente violenza grottesca, niente mantello. Solo un dramma umano, duro, pieno di silenzi e personaggi che fanno male anche senza alzare troppo la voce.
E forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena recuperarlo. Prima di diventare uno dei volti più riconoscibili della serialità recente, Antony Starr aveva già dimostrato di saper abitare personaggi disturbanti, ambigui e pieni di ombre. Patriota lo ha reso famoso nel mondo. Ma il percorso era iniziato molto prima.
Tu conoscevi In My Father’s Den o per te Antony Starr resta legato soprattutto a Patriota di The Boys? Scrivilo nei commenti.
