Negli ultimi giorni si parla molto della decisione di Mediaset sulla programmazione durante Sanremo 2026. Una scelta che, a mio parere, ha qualcosa di profondamente ridicolo. Mettere in pausa trasmissioni seguite e consolidate solo per fare spazio, indirettamente, a un Festival che ormai vive più di meccanismi televisivi che di vera musica italiana lascia davvero perplessi.
Sanremo viene ancora raccontato come un evento intoccabile, quasi sacro. Eppure, anno dopo anno, cresce la sensazione che questo Festival sia diventato artificioso, distante dalla realtà musicale del Paese. Si parla di canzoni, ma spesso si celebra soprattutto l’uso dell’autotune, delle costruzioni perfette a tavolino, delle performance pensate più per i social che per l’ascolto. La qualità della musica italiana, quella fatta di voci vere, testi curati e identità forti, sembra sempre più in secondo piano.
La notizia secondo cui Mediaset sarebbe pronta a sospendere alcune delle sue trasmissioni durante la settimana del Festival rafforza questa impressione. In passato, l’azienda aveva scelto di non piegarsi allo scontro diretto, continuando con il proprio palinsesto. Ora, invece, sembra prevalere una logica di “non disturbare Sanremo”. Ma perché? Davvero nel 2026 ha ancora senso fermare tutto per una manifestazione che divide il pubblico come mai prima?
Molte persone, infatti, si stanno stufando. Non lo dicono solo i numeri, ma le conversazioni quotidiane, i commenti, il malcontento diffuso. Sanremo continua a essere visto, certo, ma sempre più spesso viene guardato con distacco, con ironia, a volte persino con fastidio. Non tutti si riconoscono in un Festival che premia l’immagine, la costruzione mediatica e la ripetizione di schemi ormai prevedibili.
In questo contesto, la scelta di mettere in pausa programmi come quelli di Maria De Filippi, che parlano a un pubblico reale e fidelizzato, appare ancora più discutibile. È come se si desse per scontato che Sanremo debba avere sempre la precedenza, a prescindere dai contenuti che propone. Una logica che non tiene conto di un dato semplice: il pubblico oggi ha alternative.
Ed è qui che entra in gioco un elemento fondamentale. Le piattaforme digitali stanno diventando, sempre di più, il vero rifugio di chi vuole cambiare canale senza restare intrappolato in una proposta che non sente più propria. Film, serie, concerti, documentari musicali: l’offerta è ampia, varia e spesso molto più stimolante di cinque serate tutte uguali. Pensare che il pubblico resti fermo davanti alla televisione solo perché “c’è Sanremo” è una visione ormai superata.
Il possibile ruolo di Carlo Conti come mediatore tra Rai e Mediaset aggiunge un altro tassello a questa storia. Il gesto di apparire gratuitamente in un programma Mediaset viene raccontato come un segnale di pace. Ma questa “pace” sembra più un accordo tra aziende che una scelta fatta davvero nell’interesse degli spettatori.
Forse è arrivato il momento di dirlo chiaramente. Sanremo non è l’unica musica possibile. Non è l’unico spazio per gli artisti. E non è più il centro assoluto dell’attenzione culturale italiana. Continuare a trattarlo come tale rischia di allontanare ancora di più chi cerca autenticità, varietà e libertà di scelta.
Le alternative esistono, e crescono ogni anno. Ignorarle significa non capire come sta cambiando il pubblico. E forse, proprio durante Sanremo 2026, molti spettatori sceglieranno di dimostrarlo con il telecomando in mano.
Scrivi nei commenti cosa ne pensi: Sanremo merita ancora tutta questa attenzione o è arrivato il momento di guardare altrove?


