Prima di entrare nel merito della questione scientifica, una premessa necessaria: Ryan Gosling sta al box office del 2026 come il panettone a dicembre. È ovunque, continua a resistere settimana dopo settimana, e a un certo punto smetti di chiederti perché e lo accetti come dato di fatto della realtà. Project Hail Mary è al suo quinto weekend e ha già superato i 280 milioni di dollari, con un calo del 23% che nel linguaggio degli analisti significa “sta andando ancora benissimo”. Il che è già di per sé una notizia. La seconda notizia è che una cosmologa ha letto la trama e ha alzato la mano con alcune osservazioni che rovinano leggermente la festa, almeno sul piano teorico.
Il punto: di cosa parla il film, per chi non lo ha visto (e non ha vissuto su Marte negli ultimi mesi)
Project Hail Mary, tratto dal romanzo di Andy Weir, segue Ryland Grace, biologo e insegnante che si sveglia su un’astronave interstellare senza ricordare niente. Piano piano torna la memoria: il Sole si sta oscurando a causa di un microrganismo chiamato astrofago, una specie di muffa che vive sulle stelle, assorbe la loro energia e si riproduce su Venere. Se non si trova una soluzione, l’umanità si estingue. Grace è l’unico sopravvissuto della missione kamikaze spedita a trovare questa soluzione, e nel percorso incontra Rocky, un alieno con cui stringe una delle amicizie più improbabili della storia del cinema recente. Il 95% su Rotten Tomatoes dice che il pubblico ha gradito. Non rimane molto da aggiungere su questo fronte.
Il problema: la muffa che mangia il Sole non convince la scienza
Qui entra in scena Jacqueline McCleary, astrofisica e professoressa associata di fisica alla Northeastern University, che ha analizzato la pellicola con l’occhio di chi studia queste cose di mestiere. La sua valutazione complessiva è generosa e onesta nello stesso tempo: Project Hail Mary tratta l’astrofisica “in modo molto equo”, l’approccio ai concetti di meccanica orbitale e ingegneria spaziale è corretto, e la coerenza interna del suo sistema scientifico regge. La sua definizione precisa è che il film “cade sulla linea di abbastanza vicino alla realtà da essere godibile e, cosa più importante, internamente coerente. È una grammatica a sé stante, ma leggibile.”
Detto questo, c’è un ma. Ed è proprio il cuore della storia.
L’astrofago, il microrganismo che mangia il Sole e manda tutto a rotoli, è il punto in cui la scienza fatica di più. McCleary spiega il problema con una di quelle frasi che suonano semplici e invece contengono un abisso: c’è una discrepanza di ordini di grandezza tra ciò che un microbo può immagazzinare e ciò che il Sole emette in termini di energia ogni secondo. Il Sole è un reattore nucleare grande un milione di volte la Terra che irradia una quantità di energia ogni secondo che semplicemente non esiste un meccanismo biologico noto capace di assorbirla al punto da causare un oscuramento percettibile. Non è che l’astrofago sia inverosimile in modo marginale: è inverosimile in modo strutturale, a livello di ordini di grandezza. Il che è come dire che un moscerino non può fermare un autobus. Tecnicamente corretto, e nemmeno un po’ negoziabile.
Il secondo problema è la sopravvivenza. L’atmosfera solare ha temperature che vanno dai 5.500 gradi Celsius in superficie ai milioni di gradi nella corona esterna. Nessun organismo conosciuto sopravvive a temperature del genere, né biologicamente né chimicamente. L’astrofago dovrebbe non solo resistere a quelle condizioni, ma prosperarci dentro abbastanza da riprodursi e diffondersi. McCleary ha messo in dubbio gentilmente anche questo aspetto, con la diplomazia di chi sa che sta criticando la premessa fondamentale di un film che piace a tutti e non vuole rovinare il Natale a nessuno.
La difesa di Andy Weir: lo so, ma ho fatto i conti lo stesso
La cosa interessante è che Weir non si difende fingendo che l’astrofago sia plausibile. Spiega che l’idea è partita da una domanda speculativa: cosa succederebbe se trovassimo un carburante alieno capace di convertire la massa in energia con efficienza totale? Ha poi lavorato a ritroso costruendo la biologia dell’astrofago, immaginandolo capace di assorbire neutrini, le particelle subatomiche che attraversano la materia quasi senza interagire con nulla. Soluzione creativa, che in effetti risolve alcuni problemi fisici del viaggio dal Sole a Venere contro il vento solare. Non è la realtà. Ma è coerente con se stessa, e questo nella fantascienza conta quanto, se non più, dell’accuratezza.
Il coma di diversi anni: altro punto critico
McCleary ha sollevato anche un terzo elemento: Grace sopravvive a un coma farmacologico di diversi anni senza danni cerebrali significativi. Nella realtà, un coma prolungato oltre certe settimane causa deterioramenti neurologici gravi. Anni di coma con risveglio funzionale sono, per usare un eufemismo accademico, ottimistici. La cosmologa lo ha riconosciuto con quella formula elegante che usano gli scienziati quando non vogliono distruggere un film che altrimenti amano: “magia cinematografica”. Traduzione: lo sappiamo tutti, nessuno lo dice, il pubblico è d’accordo e si va avanti.
Cosa rimane, alla fine
McCleary ha anche elogiato esplicitamente alcune cose: il design dell’astronave Hail Mary, trattato con rigore ingegneristico, e soprattutto la rappresentazione di Rocky, il personaggio alieno. Costruire un alieno fisicamente plausibile, con una biologia coerente con un ambiente diverso dal nostro, è uno degli esercizi più difficili della fantascienza, e il film lo affronta con serietà. Per questo, dice la cosmologa, Project Hail Mary potrebbe fare la cosa più importante che la fantascienza possa fare: esporre le persone a idee scientifiche reali, anche quando le incornicia in una storia che richiede qualche concessione all’impossibile.
Che poi è la stessa cosa che fa la buona fantascienza da sempre: non raccontarti come stanno le cose, ma farti venire voglia di capirlo.
Tu hai già visto Project Hail Mary, o stai ancora aspettando che arrivi in streaming aspettando un momento migliore che non arriverà mai?


