Attenzione: questo articolo contiene spoiler importanti su L’ultima missione: Project Hail Mary e Disclosure Day, compresi alcuni passaggi del finale.
L’ultima missione: Project Hail Mary e Disclosure Day sono due film di fantascienza molto diversi, ma hanno una cosa enorme in comune: gli alieni non sono il nemico da abbattere. Nel film con Ryan Gosling, tratto dal romanzo di Andy Weir, il contatto con Rocky diventa una storia di amicizia, fiducia e sopravvivenza. Nel nuovo film di Steven Spielberg, invece, la rivelazione sugli extraterrestri non serve a scatenare una guerra, ma a costringere l’umanità ad ascoltare qualcosa che ha ignorato per troppo tempo.
E questa scelta, nel 2026, pesa parecchio.
Siamo abituati a vedere gli alieni come minaccia. Arrivano dal cielo, distruggono palazzi, cancellano città, fanno esplodere la Casa Bianca, occupano la Terra, rapiscono persone, gridano metaforicamente “noi siamo superiori” e poi qualcuno deve salvare la giornata con un missile, un virus informatico o un discorso patriottico. Va benissimo, eh. Il cinema ci ha regalato anche film meravigliosi con questa impostazione. Però ogni tanto fa bene vedere una fantascienza che prova un’altra strada.
Project Hail Mary e Disclosure Day fanno proprio questo. Guardano l’ignoto e non partono dalla paura. Partono dalla possibilità.
Project Hail Mary trasforma un alieno in un amico
L’ultima missione: Project Hail Mary parte da una premessa molto drammatica. Ryland Grace, interpretato da Ryan Gosling, si risveglia su un’astronave lontanissima dalla Terra, senza ricordare chi sia e perché si trovi lì. Poco alla volta capisce che la sua missione riguarda la sopravvivenza del pianeta. Una misteriosa forma di vita, chiamata astrofago, sta sottraendo energia alle stelle, compreso il Sole. Se non si trova una soluzione, la Terra rischia una catastrofe climatica.
Sulla carta sembra il classico film dell’uomo solo nello spazio. Il protagonista contro l’universo. Il silenzio, la paura, la scienza usata come ultima speranza. Poi arriva Rocky.
Rocky è un alieno molto diverso da come Hollywood ci ha abituati a immaginare il “primo contatto”. Non è elegante, non è umanoide nel senso rassicurante del termine, non parla inglese dopo due minuti, non arriva con una tecnologia spiegata in modo comodo per lo spettatore. È una creatura rocciosa, intelligente, fragile a modo suo, con un ambiente biologico incompatibile con quello umano.
All’inizio Ryland ha paura. Normale. Ti svegli in una missione suicida, scopri che l’equipaggio è morto e poi trovi un alieno davanti a te. Anche il più tranquillo degli insegnanti di scienze avrebbe bisogno di sedersi un attimo.
Il bello è che il film non si ferma allo spavento. Ryland e Rocky imparano a comunicare. Costruiscono un sistema di traduzione. Si studiano. Si aiutano. Capiscono che hanno lo stesso problema, anche se arrivano da mondi lontanissimi. Entrambi vogliono salvare il proprio pianeta. Entrambi sono soli. Entrambi hanno bisogno dell’altro.
A quel punto Project Hail Mary diventa qualcosa di più bello del semplice “salviamo la Terra”. Diventa un buddy movie spaziale. Una storia di amicizia nata nel posto meno comodo possibile: nello spazio profondo, con atmosfere incompatibili, linguaggi diversi e una minaccia cosmica addosso. Insomma, non proprio la classica situazione da “ci prendiamo un caffè e parliamo”.
Disclosure Day racconta gli alieni come una verità da ascoltare
Disclosure Day parte da un territorio diverso. Siamo sulla Terra, dentro una storia di segreti, insabbiamenti e rivelazioni. Il film segue Daniel Kellner, interpretato da Josh O’Connor, Jane Blankenship, interpretata da Eve Hewson, Hugo Wakefield, interpretato da Colman Domingo, e Margaret Fairchild, interpretata da Emily Blunt. Al centro c’è il tentativo di mostrare al mondo che la vita extraterrestre esiste e che qualcuno, per decenni, ha tenuto nascosta questa verità.
Spielberg però non usa gli alieni come mostri da rivelare. Non costruisce la storia attorno alla domanda “come li sconfiggiamo?”. La domanda è un’altra: siamo capaci di accettare ciò che non controlliamo?
Nel film gli extraterrestri non sono presentati come una forza distruttiva. Sono creature che hanno cercato un contatto, che hanno scelto alcune persone, che si sono manifestate anche attraverso forme meno spaventose. Da bambini, Daniel e Margaret entrano in contatto con qualcosa che non riescono a capire del tutto. Anni dopo, quelle esperienze tornano a galla e diventano il centro della rivelazione.
La scena finale, con la trasmissione globale e l’apparizione dell’alieno In Vivo, porta il film verso una parola molto semplice: “Listen”, ascolta.
Ed è una chiusura perfetta per il discorso di Spielberg. Dopo anni di segreti, paura, manipolazione e controllo, il messaggio non è “preparatevi alla guerra”. Non è “arrendetevi”. Non è “noi sappiamo tutto e voi niente”. È un invito ad ascoltare.
A me piace molto questa scelta, perché è quasi l’opposto della fantascienza urlata. Spielberg non spegne la paura, perché il contatto con l’ignoto fa paura per forza. Però prova a dire che la paura non deve essere l’unica risposta.
I due film parlano di comunicazione prima ancora che di alieni
La cosa che unisce Project Hail Mary e Disclosure Day non è solo l’idea degli alieni buoni. Sarebbe troppo semplice. Il legame più forte riguarda la comunicazione.
In Project Hail Mary, Ryland e Rocky non possono collaborare finché non trovano un modo per capirsi. La loro amicizia nasce da tentativi, errori, osservazioni, suoni, simboli e pazienza. Non c’è una scorciatoia magica. Non basta dire “ciao alieno, diventiamo amici”. Devono costruire un linguaggio comune.
In Disclosure Day succede qualcosa di simile, ma su scala più ampia. L’umanità ha ricevuto segnali, tracce, indizi, incontri, ma ha scelto spesso di seppellirli, militarizzarli o negarli. Il problema non è solo che gli alieni siano difficili da capire. Il problema è che gli esseri umani non sanno ascoltare senza voler subito controllare.
Questa è una differenza importante. I due film non sono ingenui. Non dicono che ogni incontro con il diverso sia semplice, tenero e pieno di musiche dolci. Dicono che il primo passo non dovrebbe essere sempre la difesa armata. A volte, prima di decidere che una cosa è una minaccia, potremmo provare a capirla.
Sembra una banalità. Nel mondo in cui viviamo, purtroppo, non lo è.
La fantascienza del 2026 sembra meno interessata alla distruzione
Una cosa colpisce: due dei film sci-fi più discussi del 2026 scelgono una fantascienza più emotiva, più aperta, meno ossessionata dalla distruzione. Project Hail Mary ha il suo pericolo enorme, perché la Terra rischia la rovina. Disclosure Day ha complotti, fughe, poteri nascosti e una verità tenuta sotto chiave. Però in entrambi i casi la soluzione non passa dalla forza bruta.
Passa dalla collaborazione.
Ryland non salva la Terra da solo. Ha bisogno di Rocky. E Rocky ha bisogno di lui. Daniel e Margaret non possono limitarsi a sopravvivere: devono far arrivare un messaggio al mondo. Anche lì serve una rete di fiducia, persone che credono l’una nell’altra, gesti fatti al momento giusto.
È una fantascienza che non rinuncia allo spettacolo, ma mette il cuore al centro. E questa cosa, se fatta male, può diventare zuccherosa. Se fatta bene, invece, ti resta addosso. Project Hail Mary funziona perché l’amicizia tra Ryland e Rocky diventa credibile. Disclosure Day funziona perché Spielberg usa gli alieni per parlare della nostra difficoltà a guardarci davvero, senza trasformare ogni differenza in una guerra.
Rocky e In Vivo sono due risposte diverse alla stessa domanda
Rocky e In Vivo non potrebbero essere più diversi. Rocky è un personaggio con cui passiamo molto tempo. Lo vediamo sbagliare, imparare, collaborare, rischiare, affezionarsi. Diventa quasi un coprotagonista emotivo, non solo un alieno funzionale alla trama.
In Vivo, invece, è più misterioso. Appare nel finale di Disclosure Day come presenza simbolica, quasi sacra. Non serve a diventare “il personaggio simpatico”. Serve a chiudere il film con una domanda aperta. Rocky ci fa capire che l’altro può diventare amico. In Vivo ci ricorda che l’altro può restare misterioso e meritare comunque ascolto.
Sono due modi diversi di dire la stessa cosa: non dobbiamo capire tutto subito per smettere di avere paura.
E questa è una frase molto poco hollywoodiana, se ci pensi. Hollywood spesso vuole spiegare, risolvere, classificare. Buono, cattivo. Amico, nemico. Minaccia, salvezza. Questi due film si prendono un rischio più interessante: lasciano spazio all’incertezza.
Perché questa idea rende entrambi i film migliori
Project Hail Mary sarebbe stato un buon film anche solo come avventura scientifica nello spazio. Disclosure Day sarebbe stato interessante anche solo come thriller su una rivelazione UFO. Però entrambi diventano più forti perché scelgono di non trattare gli alieni come bersagli.
Questa scelta apre la storia. La rende più umana, paradossalmente. Perché il modo in cui trattiamo l’alieno dice molto più di noi che di lui. Se davanti a una creatura sconosciuta pensiamo solo a difenderci, forse stiamo raccontando la nostra paura. Se proviamo a comunicare, stiamo raccontando una speranza.
E non c’è bisogno di fare il discorso da “volemose bene tra le stelle”. Nessuno dei due film dice che l’incontro con l’ignoto sia facile. Project Hail Mary parla di sacrificio, isolamento, scelte dolorose. Disclosure Day parla di segreti, potere, istituzioni che preferiscono nascondere la verità. Però entrambi suggeriscono che l’unica via d’uscita sia smettere di ragionare da soli contro tutti.
Forse è per questo che arrivano così bene al pubblico. In un periodo in cui siamo pieni di divisioni, sospetti, rabbia e bolle che non comunicano tra loro, due blockbuster che dicono “ascolta” e “collabora” sembrano quasi strani. Non perché siano ingenui. Perché sono controcorrente.
Alla fine Project Hail Mary e Disclosure Day parlano di alieni, ma guardano noi. Ci chiedono se siamo capaci di fidarci. Di imparare un linguaggio nuovo. Di riconoscere un amico dove pensavamo di trovare un nemico. Di fermarci un attimo prima di reagire con panico.
E forse questa è la vera fantascienza: non immaginare creature lontane anni luce, ma immaginare esseri umani un po’ meno spaventati da ciò che non conoscono.
Tu quale dei due film ti ha colpito di più: L’ultima missione: Project Hail Mary o Disclosure Day? Scrivilo nei commenti.


