C’è qualcosa di affascinante nel fatto che Prometheus, a distanza di tredici anni dalla sua uscita, continui a tornare prepotentemente d’attualità. Il film di Ridley Scott è stabilmente tra i più visti su Netflix in questo periodo, e chiunque lo stia scoprendo per la prima volta si ritrova a fare i conti con un’opera che divide, appassiona e lascia un sacco di domande aperte. Proprio come voleva il suo autore, nel bene e nel male.
Ma prima di parlare di divisioni e polemiche, partiamo da un numero che dice già tutto: 403 milioni di dollari incassati in tutto il mondo, a fronte di un budget di circa 130 milioni. Un successo commerciale netto, per un film che la critica ha accolto con più di qualche riserva. Come si spiega? Per rispondere bisogna andare un po’ più a fondo, e scoprire tutto quello che c’è dietro questa produzione.
Un progetto nato trent’anni prima
La storia di Prometheus comincia molto prima del 2012. Già nel 1979, appena finito di girare il primo Alien, Ridley Scott stava pensando a un prequel sulle origini degli Xenomorfi. Il progetto rimase in sospeso per decenni, durante i quali anche James Cameron, regista di Aliens – Scontro finale, espresse interesse a collaborare. Nel 2003 tutto si bloccò di nuovo quando la Fox preferì sviluppare Alien vs. Predator, e Cameron abbandonò definitivamente il progetto nel 2006.
Fu solo nel 2009 che la Fox annunciò il ritorno di Scott alla saga, stavolta con una direzione inedita: non più un prequel diretto, ma qualcosa di più libero. Scott stesso lo definì “filamenti del DNA di Alien“, una storia ambientata nello stesso universo ma con la sua identità autonoma. Una scelta coraggiosa, che avrebbe diviso il pubblico esattamente come aveva diviso il team creativo durante la lavorazione.
Il titolo del film doveva essere un altro
Una delle curiosità meno note riguarda il titolo. Nel dicembre 2010 trapelò che il film si sarebbe chiamato Paradise, in riferimento diretto al poema Paradise Lost di John Milton, tema centrale in tutta la mitologia degli Ingegneri. Scott però ci ripensò: il titolo avrebbe rivelato troppo sulla trama. Fu il CEO della Fox, Thomas Rothman, a suggerire Prometheus, nome confermato ufficialmente nel gennaio 2011. Un nome perfetto, che rimanda al titano della mitologia greca punito dagli dèi per aver donato il fuoco agli uomini. Il parallelo con la storia del film non potrebbe essere più preciso.
Scott voleva 250 milioni di dollari
Quello che pochi sanno è che Ridley Scott aveva chiesto alla Fox un budget di 250 milioni di dollari per realizzare il film che aveva in testa: un prodotto adulto, senza compromessi, vietato ai minori. La Fox non era d’accordo — voleva abbassare il rating per allargare il pubblico — e alla fine il budget fu ridotto a circa 130 milioni. Una trattativa che lasciò qualche strascico creativo e che spiega, almeno in parte, perché il risultato finale dia la sensazione di un film che avrebbe voluto essere qualcosa di più grande.
La sceneggiatura si poteva leggere solo sotto sorveglianza
La produzione di Prometheus fu avvolta da una segretezza assoluta. Scott voleva che nulla trapelasse, e per garantirselo fece firmare agli attori clausole rigidissime che vietavano qualsiasi rivelazione sulla trama. Ma il dettaglio più incredibile riguarda proprio la sceneggiatura: gli attori potevano leggerla solo sotto la sorveglianza diretta della produzione, senza mai portarsela a casa. Niente copie personali, niente foto, niente appunti. Una misura di sicurezza degna di un’operazione militare, per un film di fantascienza.
Veri scienziati sul set
Scott non si fidava soltanto della fantasia degli scenografi. Per dare credibilità al mondo del XXII secolo, convinse la Fox a ingaggiare veri scienziati che collaborassero con il team creativo. Il loro compito era immaginare come potrebbero essere la tecnologia, i materiali e le interfacce di un futuro lontano cento anni, rendendoli visivamente plausibili. Un investimento poco pubblicizzato, ma che si vede nel risultato finale: Prometheus ha una coerenza visiva e una solidità scenografica che pochi film di fantascienza riescono a raggiungere.
Sedici set costruiti fisicamente
In un’epoca in cui la CGI domina incontrastata, Ridley Scott andò controcorrente. Ispirandosi a un principio che Doug Trumbull gli aveva insegnato decenni prima — “se puoi farlo dal vivo, fallo dal vivo” — il regista costruì fisicamente 16 set completi ai leggendari Pinewood Studios, i più grandi d’Europa. Lo scenografo Arthur Max e il suo team realizzarono quello che fu definito il più grande “parco giochi alieno” mai costruito per un film. Le riprese si svolsero tra Inghilterra, Islanda, Scozia, Giordania e Spagna, con location reali che contribuirono enormemente all’atmosfera aliena e spoglia del film.
La moglie di Scott è nel film, quasi invisibile
Quella di inserire la propria moglie in un cameo è una piccola tradizione di Ridley Scott, e Prometheus non fa eccezione. Giannina Facio, compagna del regista, appare in una scena quasi impossibile da individuare: è la madre di Elizabeth Shaw nel sogno criogenico spiato dall’androide David durante il viaggio verso LV-223. Una presenza così fugace che anche i fan più attenti spesso la mancano.
David parlava una lingua di seimila anni fa
Una delle scene più discusse del film è quella in cui l’androide David si rivolge a un Ingegnere parlando in proto-indoeuropeo, una lingua ricostruita dai linguisti e considerata la madre di quasi tutte le lingue europee e indoiraniche. Per rendere il dialogo autentico, la produzione si affidò al dottor Anil Biltoo del SOAS Language Centre di Londra, che curò la consulenza linguistica e scrisse le battute di David con rigore filologico. Il testo che David pronuncia, nella scena completa, dice all’Ingegnere: “Quest’uomo è qui perché non vuole morire. Crede che tu possa dargli più vita.” Una scena parzialmente tagliata nella versione cinematografica, ma che nella sua forma originale aggiunge uno strato di profondità straordinario al personaggio.
Il 3D costò 10 milioni in più
Prometheus fu il primo film in 3D di Ridley Scott, e il regista decise di abbracciare la tecnologia con entusiasmo. Fu il direttore della fotografia Dariusz Wolski a convincerlo che girare in 3D poteva essere efficiente quanto il 2D. La scelta si rivelò anche costosa: il 3D aggiunse da solo 10 milioni di dollari al budget complessivo. Scott però non ebbe rimpianti, dichiarando di aver trovato la tecnologia tridimensionale abbastanza intuitiva da poterla usare anche in produzioni future.
Scott ha poi ammesso di aver sbagliato
Forse la curiosità più sorprendente di tutte è questa: anni dopo l’uscita del film, in un’intervista con Yahoo, Ridley Scott ha pubblicamente ammesso di aver sbagliato con Prometheus. Il regista non ha specificato esattamente dove, ma il contesto suggerisce che si riferisse soprattutto alle scelte narrative, alle domande lasciate senza risposta e all’equilibrio non sempre riuscito tra ambizione filosofica e intrattenimento puro. Una confessione rara per un regista del suo calibro, che però non ha impedito al film di diventare, col tempo, un oggetto di culto sempre più apprezzato.
Perché vale ancora la pena vederlo
Prometheus è un film complicato da amare. Ha una sceneggiatura che pone più domande di quante ne risponda, personaggi secondari poco sviluppati e una struttura narrativa che a tratti si perde. Ma ha anche sequenze visive mozzafiato, una performance di Michael Fassbender nei panni dell’androide David che è tra le più memorabili del cinema di fantascienza recente, e una ambizione tematica che raramente si vede in un blockbuster da 130 milioni di dollari.
Che tu lo stia vedendo per la prima volta o che tu lo stia riscoprendo dopo anni, Prometheus ha ancora qualcosa da dire. E il fatto che sia tornato tra i più visti su Netflix dimostra che il pubblico, alla fine, lo sa benissimo.
Hai già visto Prometheus? Hai amato le sue domande filosofiche o ti ha fatto arrabbiare per i buchi di trama? Dimmelo nei commenti, è uno di quei film su cui vale davvero la pena discutere.


