Quentin Tarantino è il regista che più di chiunque altro ha cambiato il modo di fare cinema negli ultimi trent’anni. Ha iniziato nel 1992 senza soldi, senza una scuola di cinema alle spalle e con una testa piena di film visti e rivisti nel negozio di videocassette dove lavorava. Da lì ha costruito una filmografia di dieci opere – o nove, come sostiene lui che considera Kill Bill un unico film spezzato in due – nessuna delle quali è mediocre. Ma tra i capolavori esistono differenze, e questa è la nostra classifica definitiva, dal film meno riuscito fino al vertice assoluto.
10. Django Unchained
Django Unchained è il film che ha incassato di più in tutta la carriera di Tarantino – oltre 426 milioni di dollari nel mondo – eppure finisce in fondo a questa classifica per due motivi ben precisi. Il primo riguarda la durata: quasi tre ore che in certi momenti pesano davvero, con alcune sequenze centrali che potevano essere tagliate senza perdere nulla. Il secondo motivo è quasi ridicolo, e riguarda Tarantino stesso: il regista compare nel film con un accento australiano talmente penoso da diventare imbarazzante. Nessuno capisce perché quel personaggio, nel profondo Sud americano dell’Ottocento, avesse bisogno di essere australiano.
Peccato, perché il film ha un cast di lusso. Jamie Foxx è Django, schiavo liberato che diventa cacciatore di taglie. Christoph Waltz è il dottor King Schultz, il bounty hunter tedesco che lo aiuta, un personaggio scritto in modo meraviglioso. Leonardo DiCaprio rischia moltissimo nel ruolo del brutale proprietario di piantagione Calvin Candie e ci riesce benissimo. Samuel L. Jackson interpreta Stephen, il maggiordomo del padrone, in una delle sue performance più discusse e probabilmente più sottovalutate. Due Oscar vinti – Miglior Attore Non Protagonista a Waltz e Miglior Sceneggiatura a Tarantino – ma la performance del regista rimane una macchia difficile da dimenticare.
9. Kill Bill: Volume 2
Tarantino aveva girato Kill Bill come un unico film lunghissimo. Fu Harvey Weinstein a convincerlo a dividerlo in due parti, e il secondo capitolo è quello che ha pagato di più questa scelta. La Sposa di Uma Thurman si avvicina al suo obiettivo – uccidere Bill, interpretato da David Carradine – in un film che sorprese tutti per quanto fosse diverso dal primo. Meno azione, più dialogo, più silenzio. Il duello finale tra i due, che tutti si aspettavano come uno scontro spettacolare, è invece sorprendentemente tranquillo e verbale.
Col tempo molti hanno imparato ad apprezzare la profondità emotiva di questo secondo capitolo, il modo in cui svela l’umanità di personaggi che nel Volume 1 sembravano solo macchine da guerra. Ma il problema rimane: da solo non regge come il primo, e l’effetto è quello di un film che comincia a metà. Thurman e Carradine ricevettero entrambi una nomination ai Golden Globe, e la sequenza in cui la Sposa viene sepolta viva resta tra le più intense dell’intera filmografia tarantiniana.
8. The Hateful Eight
Otto sconosciuti bloccati da una bufera di neve in una locanda del Wyoming del 1877, nessuno dei quali si può fidare dell’altro. The Hateful Eight è il film che più ricorda Le Iene nel suo impianto di fondo: un unico luogo, un gruppo di persone che si studiano e si sospettano, una tensione che sale lentamente fino all’esplosione. Il cast è tra i migliori che Tarantino abbia mai messo insieme: Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Michael Madsen, Walton Goggins, Bruce Dern, Channing Tatum. Non c’è un personaggio buttato lì per caso, non c’è una scena inutile.
La colonna sonora è di Ennio Morricone, che per questo lavoro vinse finalmente il suo primo Oscar dopo cinque candidature distribuite in mezzo secolo di carriera. Un riconoscimento tardivo e sacrosanto. Quattro anni dopo quella notte agli Academy Awards, il Maestro ci lasciò a 91 anni. Con il tempo The Hateful Eight è diventato quasi un film natalizio – uscì il giorno di Natale del 2015, l’ambientazione innevata è perfetta per l’inverno – e ogni anno c’è qualcuno che lo riscopre in quelle settimane.
7. Grindhouse – A prova di morte
Il film più trascurato di tutta la filmografia tarantiniana. Grindhouse – A prova di morte viene spesso dimenticato nelle classifiche e nelle discussioni, e ogni volta è un torto bello e buono. È un omaggio al cinema di serie B degli anni Settanta – i Grindhouse erano le sale scalcagnate di periferia dove si proiettavano film d’exploitation pieni di violenza e sesso – che nella sua seconda metà diventa qualcosa di davvero elettrizzante.
Kurt Russell interpreta Stuntman Mike, uno stuntman con il volto sfregiato che usa la sua auto modificata come arma per inseguire e uccidere donne. La struttura è divisa in due parti nette: nella prima il personaggio sembra imbattibile, nella seconda incontra le persone sbagliate. Rosario Dawson, Zoë Bell – che recita nei panni di se stessa, stuntwoman vera – e Tracie Thoms si prendono la loro rivincita in un inseguimento in automobile girato quasi completamente senza effetti speciali, che è tra le sequenze più fisicamente intense che Tarantino abbia mai realizzato.
Il film uscì in coppia con Planet Terror di Robert Rodriguez nel progetto Grindhouse, che al botteghino andò malissimo. Tarantino spiegò il flop con il fatto che il pubblico non conoscesse il genere che si stava omaggiando. Ma da solo, A prova di morte è molto meglio di quanto la sua reputazione suggerisca, e chi lo riscopre rimane sempre sorpreso.
6. Bastardi senza gloria
Con Bastardi senza gloria del 2009 Tarantino inizia il suo periodo di revisione della storia, e questo è il film che secondo molti avrebbe dovuto vincere l’Oscar al Miglior Film quell’anno. Lo vinse The Hurt Locker, che oggi pochi ricordano con lo stesso affetto. La storia intreccia due linee narrative: un gruppo di soldati ebrei americani che semina il terrore tra le truppe naziste nella Francia occupata, e la giovane proprietaria di un cinema parigino che pianifica la sua vendetta personale. Le due storie convergono verso un finale che riscrive la Seconda Guerra Mondiale in modo così audace da togliere il fiato.
Christoph Waltz nel ruolo del Colonnello Hans Landa vinse l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista in modo assolutamente meritato. Landa è uno dei villain più raffinati e inquietanti del cinema degli ultimi vent’anni: un personaggio capace di essere elegante, divertente e terrificante nella stessa scena. Brad Pitt come tenente Aldo Raine è memorabile nella sua comicità grezza. E Michael Fassbender, in un ruolo non enorme ma indimenticabile, non ricevette nemmeno una candidatura in quello che fu uno degli anni più ingiusti nella storia degli Oscar.
5. C’era una volta a… Hollywood
Il film che Tarantino stesso considera il suo migliore. Un’opera d’amore profonda e malinconica per la Hollywood del 1969, per una città che non esiste più, per un’epoca in cui tutto stava per cambiare. Leonardo DiCaprio è Rick Dalton, attore televisivo che sente di aver perso il momento giusto della sua carriera e non sa come recuperarlo. Brad Pitt è Cliff Booth, la sua controfigura, probabilmente il suo unico vero amico, un uomo con un passato misterioso e una calma quasi soprannaturale. I due girano per una Los Angeles che Tarantino ricostruisce con amore ossessivo, mentre la vicina di casa di Rick – Sharon Tate, interpretata da una luminosa Margot Robbie – vive i suoi ultimi mesi felici prima della tragedia di Cielo Drive.
Tarantino usa ancora una volta il revisionismo storico, ma questa volta lo fa per qualcosa di più delicato e personale: proteggere chi non ce l’ha fatta. Il finale è liberatorio in un modo che è difficile da spiegare senza rovinarlo, ma chi lo ha visto sa di cosa si parla. Pitt vinse Oscar, Golden Globe, BAFTA e Actor Award per una delle sue performance più naturali e meno appariscenti. Nel 2026 David Fincher dirigerà The Adventures of Cliff Booth, un seguito che conferma quanto quel personaggio sia rimasto nell’immaginario collettivo.
4. Jackie Brown
Il film più rivalutato dell’intera carriera di Tarantino, e probabilmente quello che col tempo ha guadagnato più consensi di tutti. Jackie Brown è l’unico adattamento della sua carriera – tratto dal romanzo di Elmore Leonard – e per realizzarlo Tarantino ha messo da parte buona parte del suo stile più urlato per lasciare spazio ai personaggi, alla malinconia, al senso del tempo che passa.
Pam Grier nel ruolo della protagonista – una hostess di mezza età intrappolata tra un trafficante d’armi e le forze dell’ordine che la vogliono come informatore – è semplicemente straordinaria, in una performance che avrebbe meritato l’Oscar e che invece non ricevette nemmeno una candidatura. Samuel L. Jackson come Ordell Robbie è in forma eccellente: minaccioso, carismatico, a tratti quasi divertente, sempre credibile. Robert De Niro si regala il lusso di interpretare un perdente assoluto, pigro e senza direzione, in una delle sue prove più insolite. Robert Forster, nei panni del bailbondsman Max Cherry, è commovente nella sua discrezione e ottenne l’unica candidatura Oscar del film.
La colonna sonora è diversa da qualsiasi altra nella filmografia di Tarantino: avvolgente, malinconica, piena di soul anni Settanta che accompagna le scene come una carezza. Jackie Brown è il film di Tarantino che invecchia meglio di tutti, quello che si può rivedere a distanza di anni trovando sempre qualcosa di nuovo.
3. Kill Bill: Volume 1
Il punto di svolta più netto nella carriera di Tarantino. Il primo film fuori dal crimine losangelino contemporaneo, il primo grande salto verso un universo visivo completamente diverso. Kill Bill: Volume 1 è un’opera di fantasia pura e di cinefilia sfrenata: samurai giapponesi, kung fu, anime, spaghetti western, exploitation italiana degli anni Settanta – tutto mescolato in un affresco che cattura fin dalla prima inquadratura e non lascia andare.
Uma Thurman nei panni della Sposa si sveglia dal coma e comincia la sua vendetta sistematica contro i componenti della squadra di assassini che aveva cercato di ucciderla. Ogni capitolo del film ha un registro visivo diverso – Tarantino cambia stile come se cambiasse canale – e la sequenza finale contro gli 88 folli di O-Ren Ishii, che mescola combattimento reale, animazione giapponese e un passaggio in bianco e nero di rara bellezza, è tra le cose più inventive che abbia mai girato. Gli Oscar ignorarono completamente il film, con un’ingiustizia che il tempo ha reso ancora più evidente.
2. Le Iene
Con Le Iene del 1992 Tarantino arrivò dal nulla e dimostrò che il cinema poteva raccontare storie in modo completamente diverso da come si era sempre fatto. Un film senza rapina mostrata, senza inseguimenti, senza azione nel senso convenzionale. Quasi tutto ambientato in un capannone industriale, con un gruppo di uomini che parlano, litigano e si accusano a vicenda dopo un colpo andato storto. La storia viene rivelata a pezzi, attraverso flashback che costruiscono i personaggi lentamente, uno strato alla volta.
Harvey Keitel, Tim Roth, Michael Madsen, Steve Buscemi, Chris Penn interpretano ladri che operano con pseudonimi cromatici – Mr. White, Mr. Orange, Mr. Blonde, Mr. Pink, Mr. Brown – e che non si conoscono tra loro, il che significa che chiunque potrebbe essere la spia che ha fatto fallire il colpo. I dialoghi sono entrati nella storia del cinema: la discussione sulle mance all’apertura, il monologo di Mr. Pink su Madonna, e soprattutto la scena dell’orecchio con Stuck in the Middle with You degli Stealers Wheel come sottofondo – una delle sequenze più disturbanti e memorabili degli anni Novanta. In Italia il film uscì prima come Cani da rapina nel 1992, fece fiasco, e fu poi ridistribuito con il titolo Le Iene ottenendo il successo che meritava fin dall’inizio.
1. Pulp Fiction
Non esiste altra risposta possibile per il primo posto, e chiunque sostenga il contrario deve fare un bel discorso per convincerci. Pulp Fiction del 1994 è il film che ha ridefinito il cinema di quel decennio, che ha riportato John Travolta al centro della scena quando tutti lo davano per finito, e che ha consegnato Samuel L. Jackson all’immortalità con il monologo di Ezechiele 25:17 che ancora oggi si recita a memoria nelle cucine, nelle macchine, ovunque.
Tre storie intrecciate a Los Angeles – due sicari della mafia, un pugile, la moglie di un boss, due rapinatori di ristoranti – raccontate in ordine non cronologico con una libertà narrativa che all’epoca sembrava rivoluzionaria e che oggi appare ovvia solo perché Pulp Fiction ha insegnato a tutti come si fa. La scena di ballo tra Travolta e Uma Thurman. La scena dell’iniezione di adrenalina. Il dialogo sui massaggi ai piedi. La valigia di cui non si vede mai il contenuto. Sono frammenti di cinema che vivono nella cultura popolare indipendentemente dal film che li contiene.
La Palma d’Oro a Cannes, l’Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale, candidature a Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore per Travolta, Miglior Attore per Jackson, Miglior Attrice Non Protagonista per Thurman. Pulp Fiction non è il film più rifinito tecnicamente di Tarantino – quella precisione arriverà nelle opere successive – ma è il più originale, il più urgente, il più necessario. Il tipo di film che capita una volta ogni decennio, quando le stelle si allineano nel modo giusto.
Vale la pena citare una polemica recente: nel 2026 Rosanna Arquette, che interpreta Jody nel film, ha criticato pubblicamente Tarantino per essersi assegnato un personaggio che nel film pronuncia epiteti razziali in modo ripetuto. Una discussione legittima, che non cancella però quello che Pulp Fiction rappresenta nella storia del cinema mondiale.
Sei d’accordo con questa classifica, oppure pensi che uno dei film meriti una posizione completamente diversa? Le Iene al secondo posto è la scelta che divide di più: c’è chi la mette prima anche di Pulp Fiction e chi la considera sopravvalutata. Scrivilo nei commenti.


