Partiamo dalla domanda che si fanno tutti dopo il primo episodio, e che nessuno vuole cercare su Google perché teme di trovare spoiler invece delle informazioni che cerca: ma la legge di Lidia Poët è una cosa che esiste davvero, o è quel tipo di titolo suggestivo che le produzioni televisive italiane usano per dare un’aria solenne a qualcosa che altrimenti si chiamerebbe semplicemente “La storia di una tipa in costume d’epoca”?
Esiste. Ed è una storia che richiede di essere seduti quando la leggi, non per l’emozione ma perché a un certo punto arrivi alle motivazioni della Cassazione e hai bisogno di una superficie stabile su cui appoggiarti mentre elabori quello che stai leggendo.
La legge in questione non ha il nome di Lidia scritto in testa, intendiamoci. Non è una norma del tipo “Legge Poët del 1920 sull’accesso delle donne all’avvocatura.” È qualcosa di più sottile e molto più seccante: è l’insieme di sentenze, interpretazioni giuridiche e argomentazioni che nel 1884 la Corte di Cassazione del Regno d’Italia usò per radiarla dall’Ordine degli avvocati di Torino, dove era stata iscritta pochi mesi prima come prima donna in Italia. Una legge che non esisteva, costruita su misura per escluderla dopo che si era già presentata, aveva già superato gli esami, e aveva già vinto il voto dell’Ordine.
Il titolo della serie lavora su questa doppia lettura: la legge che la teneva fuori, e la legge personale con cui lei operava dentro un sistema che continuava a trovarle nuovi motivi per non starci.
Una laurea, un esame, otto voti favorevoli e tre mesi di gloria
Lidia Poët nacque nel 1855 a Perrero, in provincia di Torino, in una famiglia che aveva già un rapporto con il diritto: il fratello maggiore Giovanni Enrico gestiva uno studio legale a Pinerolo, e Lidia ci fece il praticantato. Prima però studiò in Svizzera, al Collegio delle Signorine di Bonneville, tornò in Italia, prese la maturità al liceo Beccaria di Mondovì e nel 1881 si laureò in giurisprudenza all’Università di Torino. Nel 1883, superato l’esame di abilitazione, chiese l’iscrizione all’Ordine degli avvocati di Torino.
L’Ordine votò: otto favorevoli, quattro contrari. Prima donna iscritta all’albo degli avvocati in Italia. Ventotto anni. Risultato storico, grande soddisfazione, fine della storia.
No, aspetta. Durò tre mesi.
Da notare che i quattro consiglieri contrari non si limitarono a votare contro e ad andare a casa. Due di loro si dimisero dall’Ordine per protesta contro la decisione favorevole. Uno era di destra, uno di sinistra. Se stavi cercando un esempio di piena convergenza politica trasversale nella storia italiana, eccolo qui, e non è esattamente quello che speravi di trovare.
Le motivazioni della sentenza, che andrebbero lette nelle scuole
Il Procuratore Generale del Regno impugnò l’iscrizione quasi immediatamente. La Corte d’Appello di Torino annullò la decisione dell’Ordine. Lidia ricorse alla Cassazione. La Cassazione, nell’aprile del 1884, confermò l’esclusione con una serie di argomenti che meritano di essere letti per intero, non perché siano convincenti ma perché sono il tipo di documento che ti aiuta a capire come funzionano certe dinamiche quando un sistema si trova improvvisamente di fronte a qualcosa che non aveva previsto.
Primo argomento: la professione forense è un pubblico ufficio. Le donne non possono ricoprire pubblici uffici salvo esplicita previsione di legge. La legge sull’avvocatura non prevede niente del genere. Quindi no. Argomento circolare ma almeno ha una sua logica interna, nel senso che segue un ragionamento riconoscibile anche se il ragionamento è costruito su un presupposto che non regge.
Secondo argomento: la legge sull’avvocatura usa sempre e solo il termine “avvocato”, mai “avvocata” o “avvocatessa”. Essendo scritta al maschile, si riferisce agli uomini. Le donne non sono menzionate esplicitamente, quindi ai fini della professione non esistono come categoria ammissibile. La grammatica come strumento di esclusione professionale: una svolta nella storia del diritto italiano che nessun manuale di linguistica ha ancora adeguatamente celebrato.
Terzo argomento, ed è qui che la lettura diventa fisicamente difficile da portare avanti senza fare pause: una dissertazione dell’epoca, citata a supporto della sentenza, sosteneva che la toga fosse incompatibile con gli “abbigliamenti strani e bizzarri che le donne sono solite portare”, con il rischio concreto che la loro presenza in aula disturbasse il regolare svolgimento dei dibattimenti. Lidia Poët fu esclusa dall’avvocatura, tra le altre cose, perché i suoi vestiti avrebbero potuto distrarre i colleghi maschi mentre lavoravano.
Questo non è in una commedia satirica degli anni Settanta. È in una sentenza reale della Corte di Cassazione del Regno d’Italia del 1884. Prenditi il tempo che ti serve.
La dissertazione si concludeva con un’ammonizione che è quasi tenera nella sua ottusità: le donne non dovrebbero considerare un progresso “mettersi in concorrenza con gli uomini” e diventare “eguali anziché le compagne.” La parola “compagne” in quel contesto non aveva nessuna sfumatura progressista, nel caso non fosse chiaro.
La cosa più assurda, che è anche la più importante da capire
Quando Lidia chiese l’iscrizione nel 1883, non esisteva nessuna norma che vietasse esplicitamente alle donne di farlo. Il divieto fu costruito dopo, per rispondere alla sua richiesta specifica, usando interpretazioni che un secondo anno di giurisprudenza avrebbe smontato con una certa facilità. Il sistema non aveva previsto che una donna si presentasse, e quando una donna si presentò, dovette lavorare in modo retroattivo per escluderla.
Questo è il punto che il titolo della serie cattura con più precisione: non c’era una legge contro Lidia Poët. C’era un’assenza di legge che aveva sempre funzionato perché nessuno si era mai presentato a testarla. Quando qualcuno lo fece, il sistema produsse la legge mancante su richiesta, con gli ingredienti che aveva a disposizione: la grammatica, la definizione di pubblico ufficio e un paragrafo sui vestiti.
Trentasei anni nel mezzo, senza abbandonare il campo
Lidia non tornò a casa dopo la radiazione. Continuò a lavorare nel diritto per trentasei anni nello spazio che il sistema le lasciava: collaborò con lo studio del fratello senza poter patrocinare direttamente in tribunale, si occupò di questioni penitenziarie e di riforma sociale, ricevette riconoscimenti internazionali per il suo lavoro. Viaggiò, scrisse, partecipò a convegni. Continuò a esistere professionalmente in un campo che aveva dichiarato ufficialmente che lei non poteva starci, il che richiede un tipo specifico di determinazione che è difficile anche solo immaginare da fuori.
Nel 1920 la legge Sacchi aprì alle donne l’accesso ai pubblici uffici. Lidia Poët si riscrisse all’albo a sessantacinque anni, con la stessa semplicità con cui qualcuno si iscrive a un corso che aveva sempre avuto il diritto di frequentare. Esercitò fino alla morte nel 1949, a novantadue anni. Trent’anni di carriera effettiva, dopo trentasei di anticamera forzata.
Non fece dichiarazioni particolarmente memorabili sulla vicenda, almeno nessuna che sia rimasta agli atti nel modo in cui si ricordano certe frasi storiche. Si riscrisse all’albo e ricominciò a lavorare. Il che, a pensarci, è già la dichiarazione più eloquente possibile.
La serie, che merita più di una menzione
Ottantacinque milioni di ore di visualizzazioni nelle prime stagioni fanno di La legge di Lidia Poët uno dei prodotti italiani più visti nella storia di Netflix, e non è un numero che si spiega solo con la qualità della fotografia o con i costumi d’epoca ben fatti, anche se entrambe le cose ci sono.
La serie non è fedele alla storia nel senso documentaristico del termine. Lidia nella finzione indaga omicidi nei ritagli di tempo, ha una relazione con un giornalista interpretato da Eduardo Scarpetta, si muove nella Torino di fine Ottocento con un’energia e una libertà di movimento che la vera Lidia probabilmente non aveva modo di esprimere in quei termini. È una scelta narrativa consapevole: prendere una figura storica e trasformarla in qualcosa che si avvicini a un personaggio d’azione, capace di fare cose concrete in un sistema che concretamente la bloccava.
Matilda De Angelis porta una Lidia sbruffona, ironica, a tratti sconsiderata, che usa ogni margine disponibile per fare quello che vuole fare. Non è la ricostruzione filologica di una vita, è una reinterpretazione di un principio: quella di qualcuno che continua a presentarsi anche quando il sistema ha già risposto no, e che lo fa senza aspettarsi che il riconoscimento arrivi presto, perché sa già che non arriverà presto.
La terza e ultima stagione è su Netflix dal 15 aprile. Se le prime due le hai ancora nella lista delle cose da guardare prima o poi, che è il cimitero più affollato e meno visitato della storia dello streaming, considera questo articolo come un promemoria gentile che quella lista non si svuota da sola.


