C’è un modo collaudato per spaventare qualcuno al cinema: musica improvvisamente silenziosa, corridoio buio, qualcosa che salta fuori dal niente con un urlo. Funziona quasi sempre. Funziona così bene che la maggior parte dei film horror degli ultimi vent’anni ha smesso di cercare alternative, un po’ come quei ristoranti che hanno aggiunto la pizza al menu perché vendeva e nel frattempo hanno perso il filo di quello che stavano facendo.
The Wicker Man del 1973 non ha jump scare. Non ha corridoi bui. È girato quasi interamente in piena luce solare, sulla costa scozzese, in mezzo a prati verdi e fiori, con gente che sorride e canta. Ed è uno dei film più inquietanti che possiate trovare in circolazione.
La trama è semplice. Un sergente di polizia di nome Howie, cristiano praticante, rigido come la struttura del proprio credo, arriva su un’isola scozzese per indagare sulla sparizione di una bambina. Gli abitanti sono cordiali, disponibili, sempre pronti ad aiutare. Troppo disponibili, a rifletterci. Troppo cordiali. Il tipo di sorriso che riceve non è quello di chi è contento di vederlo, è quello di chi sa già come andrà a finire.
Il problema delle persone educate
La cosa che The Wicker Man capisce meglio di quasi tutto il cinema horror che è venuto dopo è questa: la vera paura non viene da chi vi minaccia apertamente. Viene da chi vi offre da mangiare, vi fa accomodare, vi chiede come state, e nel frattempo sta organizzando qualcosa che voi ancora non vedete. Howie gira per l’isola, parla con gli abitanti, assiste ai loro rituali pagani, e non riesce a capire dove sia il pericolo, perché il pericolo non assomiglia a quello che si aspetta. Non c’è aggressività. C’è solo quella sensazione che qualcosa non torni, che il tono sia leggermente sbagliato, come quando qualcuno vi dice che è tutto a posto con un’espressione che dice esattamente il contrario.
Howie ha la sua fede, ha il suo distintivo, ha le sue certezze. Su quell’isola non gli servono a niente. Non perché gli vengano tolte con la forza, ma perché semplicemente non hanno peso in un posto che ha le sue regole, la sua logica, il suo modo di vedere il mondo. E quella logica è altrettanto solida della sua.
Christopher Lee come non l’avete mai visto (e come lui voleva essere ricordato)
Lord Summerisle, il capo dell’isola, è interpretato da Christopher Lee. Lee è noto principalmente per i film della Hammer, i Dracula degli anni Cinquanta e Sessanta, il villain con i canini. Qui fa qualcosa di completamente diverso e, a detta sua, di molto più soddisfacente: ha dichiarato che questo era il suo ruolo preferito in tutta la carriera. Guardandolo si capisce perché.
Summerisle non è un villain nel senso convenzionale. Non minaccia, non urla, non fa niente di visibilmente malvagio. Parla della fertilità della terra, delle stagioni, dei sacrifici necessari perché il raccolto vada bene, con la stessa serenità con cui uno spiegherebbe le previsioni del tempo. Ha ragione, dalla sua prospettiva. È convinto di fare la cosa giusta. Ed è esattamente questo che fa paura: non la malvagità, ma la certezza. La persona che fa qualcosa di terribile perché è assolutamente convinta che sia necessario farlo è molto più inquietante di chiunque agisca per cattiveria pura.
Cosa succede alla fine (attenzione: lo diciamo)
Se non avete mai visto il film e volete arrivarci senza sapere, saltate questo paragrafo. Per tutti gli altri: Howie capisce alla fine che la bambina di cui doveva investigare la sparizione non è mai sparita davvero. Era una trappola. Tutta la storia era costruita per portare lui, specificamente lui, sull’isola, perché il loro sacrificio annuale al raccolto richiedeva una persona che arrivasse sull’isola di propria volontà, che fosse un re nel suo dominio (un poliziotto), che fosse vergine (Howie lo è), e che credesse in un’altra religione. Howie rispetta tutti e quattro i criteri. Viene messo in una struttura di legno a forma di uomo, il wicker man del titolo, e bruciato vivo mentre gli abitanti cantano.
La scena non è violenta nel senso tradizionale. Non ci sono mostri, non c’è sangue. C’è il fuoco, c’è il tramonto, c’è la gente che canta con una gioia sincera perché per loro è una cosa sacra. E il cielo sopra è normale, ordinario, indifferente. Questo è il dettaglio peggiore: il mondo non si ferma. Continua tranquillamente.
Quello che ha cambiato il cinema dopo di lui
Se avete visto Midsommar di Ari Aster, riconoscerete immediatamente la parentela. Stessa luce solare usata come elemento di terrore, stessa comunità con rituali apparentemente gioiosi che nascondono qualcosa di molto meno gioioso, stesso protagonista che si ritrova al centro di qualcosa che non capisce finché non è troppo tardi. Hereditary, The Invitation, una parte di quello che viene chiamato folk horror: tutto deve qualcosa a questo film del 1973 girato in Scozia con un budget che era una frazione di quello che si usa oggi per un singolo effetto speciale.
La differenza è che The Wicker Man non aveva bisogno di effetti speciali, perché la cosa più spaventosa del film è un uomo che sorride.
Perché guardarlo adesso
The Wicker Man non è una di quelle cose che si guardano per farsi del male in modo gratuito, tipo svegliarsi alle due di notte e decidere di guardare un horror da soli. È più sottile di così. Vi accompagna per qualche giorno dopo la visione, torna in mente nei momenti sbagliati, tipo quando qualcuno vi sorride in modo leggermente troppo entusiasta e voi vi trovate a chiedervi cosa stia organizzando.
Ha il 92% su Rotten Tomatoes, è considerato uno dei migliori horror britannici di sempre, e non ha un solo jump scare. Se vi siete stufati di spaventarvi con quello che salta fuori dal buio, è esattamente quello che cercate.

