Sigfrido Ranucci, dopo la decisione della Rai di sostituirlo alla conduzione di Report, ha annunciato quella che definisce «la battaglia più importante» della sua vita: la difesa della libertà di stampa.
«Non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa», ha dichiarato il giornalista dopo la decisione dell’azienda. Ranucci ha inoltre sostenuto che la sua esclusione sarebbe stata «chiesta e applaudita dalla politica».
Sono affermazioni pesanti, e meritano di essere prese sul serio. Ma esiste anche un’altra domanda che raramente entra in questo dibattito: quanto è politicamente equilibrato il mondo dell’informazione italiana che oggi denuncia le interferenze della politica?
Su questo punto i dati internazionali raccontano una storia molto meno semplice.
Lo studio internazionale sull’orientamento dei giornalisti
Una ricerca pubblicata sull’International Communication Gazette ha confrontato 16 Paesi europei e gli Stati Uniti, utilizzando i dati del Worlds of Journalism Study, uno dei maggiori progetti internazionali dedicati alla professione giornalistica.
I ricercatori Luigi Curini, Diego Garusi e Sergio Splendore hanno confrontato l’autocollocazione politica dei giornalisti con quella dei cittadini, utilizzando una scala sinistra-destra.
L’Italia emerge come uno dei casi più particolari.
I giornalisti italiani presentano infatti uno spostamento molto marcato verso sinistra rispetto alla popolazione del Paese.
Non si tratta di una classificazione attribuita da un giornale conservatore ai suoi avversari. I dati arrivano da un progetto accademico internazionale e sono stati successivamente analizzati in pubblicazioni scientifiche peer-reviewed.
Un precedente studio pubblicato su Journalism Studies, sempre utilizzando un campione rappresentativo italiano del Worlds of Journalism Study, aveva già rilevato una significativa distanza ideologica tra i giornalisti italiani e la popolazione generale.
Il tema diventa particolarmente interessante se lo mettiamo accanto alle parole di Ranucci.

Libertà di stampa significa anche pluralismo?
Difendere un giornalista dalle pressioni politiche è una cosa. Sostenere che il giornalismo italiano sia politicamente neutrale è un’altra.
La ricerca scientifica non dice che un giornalista di sinistra non possa lavorare in maniera corretta. Sarebbe un salto logico. Un professionista può avere opinioni politiche molto precise e produrre comunque un’inchiesta rigorosa.
Il problema nasce però a livello collettivo.
Se una categoria professionale presenta una distribuzione politica molto diversa da quella della società che racconta, è legittimo chiedersi se questo possa influenzare la selezione delle notizie, gli argomenti considerati importanti, le domande rivolte ai politici e perfino il modo in cui determinate vicende vengono interpretate.
Gli stessi studiosi che hanno analizzato l’Italia partono dall’idea che l’orientamento individuale dei giornalisti possa avere effetti sulla produzione dell’informazione e sulla fiducia dei cittadini nei media.
Ed è precisamente questo aspetto che rende incompleta la narrazione di una stampa semplicemente assediata dalla politica.
La Rai è sempre stata terreno di scontro politico
Ranucci inserisce la propria sostituzione in un problema più ampio di libertà dell’informazione. Sarebbe però difficile raccontare la Rai come un’istituzione che avrebbe scoperto l’influenza politica soltanto con l’attuale governo.
Persino le ricostruzioni della stampa internazionale ricordano che la governance della Rai è storicamente influenzata dal Parlamento e dai governi. Reuters, raccontando il caso Ranucci, sottolinea proprio questa caratteristica strutturale dell’emittente pubblica italiana.
Il confronto esiste da decenni.
La novità degli ultimi anni è piuttosto che una parte del centrodestra sostiene di voler riequilibrare un sistema culturale e giornalistico considerato storicamente vicino alla sinistra.
Il Financial Times, raccontando lo scontro tra governo e giornalisti Rai nel 2024, ricordava che Giorgia Meloni aveva sostenuto proprio questa tesi: la Rai sarebbe stata storicamente orientata a sinistra e avrebbe avuto bisogno di un riequilibrio ideologico.
Si può naturalmente contestare questa posizione. Ma i dati sull’orientamento politico dei giornalisti impediscono di liquidarla semplicemente come un’invenzione della destra.
Essere più a sinistra non significa essere meno liberi
Occorre anche evitare l’errore opposto.
Lo studio non dimostra che Ranucci abbia condotto Report con finalità partitiche. Non dimostra che una specifica inchiesta sia stata manipolata. Non dimostra neppure che la decisione della Rai di sostituirlo sia stata corretta.
Esistono inoltre preoccupazioni documentate sulla libertà di stampa in Italia.
Organizzazioni internazionali e media stranieri hanno segnalato negli ultimi anni interferenze politiche, minacce, cause giudiziarie, aggressioni e problemi di indipendenza del servizio pubblico. Nel 2025 l’Italia ha registrato numerosi episodi di minaccia e violenza contro giornalisti, e diversi reporter vivono sotto protezione.
Ignorare questi elementi sarebbe scorretto quanto ignorare il dato ideologico.
Il problema è quindi più ampio della vicenda personale di Ranucci.
La domanda che manca nel dibattito
Se vogliamo discutere seriamente di libertà di stampa, dovremmo forse parlare anche di pluralismo politico interno alle redazioni.
Può una stampa essere completamente libera se quasi tutti i professionisti che la compongono vedono la politica dalla stessa parte?
La risposta non è automatica.
Ma la domanda è legittima, soprattutto in un Paese nel quale le ricerche internazionali mostrano una distanza considerevole fra l’orientamento politico dei giornalisti e quello della popolazione.
Ranucci ha quindi ogni diritto di battersi contro eventuali pressioni della politica sull’informazione.
Allo stesso tempo, la libertà di stampa non dovrebbe diventare un concetto utilizzato soltanto quando un giornalista entra in conflitto con un governo di colore politico opposto al proprio ambiente professionale.
Una stampa realmente pluralista dovrebbe essere capace di rivolgere lo stesso livello di attenzione e diffidenza a destra e a sinistra.
I dati del Worlds of Journalism Study suggeriscono invece che, almeno sul piano dell’orientamento personale dei giornalisti, l’Italia presenta uno squilibrio evidente verso sinistra.
Questo non cancella il problema delle pressioni politiche sulla Rai.
Ma rende molto più difficile raccontare la vicenda come una semplice battaglia tra politica di destra e giornalismo neutrale.
Il giornalismo italiano ha certamente un problema di indipendenza dalla politica. I dati internazionali suggeriscono che potrebbe averne anche un altro: rappresentare al proprio interno una varietà politica molto inferiore a quella esistente nel Paese che racconta.
E su questo punto il dibattito sulla libertà di stampa avrebbe ancora parecchio da dire.


