One Mile: Chapter One parte con una premessa semplice e molto familiare: Danny Beckett, ex militare delle forze speciali, prova a recuperare il rapporto con la figlia adolescente Alex durante un viaggio in auto tra università e vecchie ferite familiari. Poi arriva una deviazione sbagliata, una comunità isolata e violenta, un rapimento e il film cambia marcia. Da quel momento Ryan Phillippe deve fare ciò che il cinema gli chiede: diventare una macchina da sopravvivenza.
La regia è di Adam Davidson e il film dura circa un’ora e mezza. Il problema è che già dopo venti minuti si capisce perfettamente dove vuole andare a parare.
E questa, per me, è sia la sua forza sia il suo limite.
Ryan Phillippe funziona, ma il film gli chiede sempre la stessa cosa
Ryan Phillippe non ha più l’energia del ragazzo di Cruel Intentions, e forse è proprio questo che lo rende interessante nel ruolo.
Danny è un uomo stanco, con un passato pesante e un rapporto complicato con la figlia. Phillippe lo interpreta senza strafare, evitando di trasformarlo subito nel classico superuomo invincibile. Poi però la sceneggiatura comincia a premere il pulsante “ex forze speciali” e, da quel momento, parte la consueta trafila.
Uno contro tanti.
Bot-te.
Fughe.
Agguati.
Gente grossa che lo sottovaluta e finisce male.
Il film funziona meglio proprio nelle scene fisiche, perché almeno lì smette di fingere di voler essere qualcosa di più complesso. Anche chi lo ha apprezzato ha sottolineato che l’azione è abbastanza solida, soprattutto negli scontri tra Danny e uomini molto più grossi di lui.
Il problema è che manca quell’idea capace di farlo uscire dal mucchio.
La comunità isolata poteva essere molto più inquietante
La parte più interessante sulla carta è la comunità off-grid che prende di mira Alex.
Una società chiusa, violenta, lontana da regole e autorità, avrebbe potuto dare al film un’identità precisa. Invece resta soprattutto un gruppo di antagonisti da abbattere.
Ed è un peccato.
Il film sembra voler sfiorare temi come l’isolamento, il fanatismo e la paura di comunità che decidono di vivere fuori dal mondo, ma non scava abbastanza. Serve principalmente un posto senza polizia dove Danny possa fare quello che sa fare meglio.
La sensazione è quella di un thriller che vuole arrivare velocemente alla parte “Taken nel bosco” e quindi taglia tutto ciò che potrebbe rallentarlo.
Funziona?
Sì.
Sorprende?
Molto poco.
La relazione padre-figlia è il collante migliore
L’elemento che impedisce a One Mile: Chapter One di diventare completamente anonimo è il rapporto tra Danny e Alex.
Amélie Hoeferle funziona bene accanto a Phillippe e il film prova a costruire una distanza credibile tra loro prima che la situazione precipiti. Danny non sta soltanto cercando di salvare sua figlia. Sta cercando di recuperare un rapporto che aveva già perso prima ancora del rapimento.
Questa componente dà un minimo di peso emotivo agli scontri.
Peccato che il film non abbia abbastanza tempo per svilupparla con calma.
Con circa 90 minuti a disposizione e l’obbligo evidente di arrivare all’azione, molte cose vengono sistemate in fretta.
Il vero problema? Si chiama già Chapter One
Una cosa mi ha fatto sorridere parecchio.
Il film si chiama Chapter One.
Non “One Mile”.
Proprio One Mile: Chapter One.
È un titolo che sembra dire: tranquilli, abbiamo già deciso che ne volete un altro.
E infatti il secondo capitolo esiste già ed è stato distribuito insieme al primo.
Scelta curiosa, soprattutto perché questo primo film non costruisce un universo tale da far pensare “non posso aspettare il seguito”.
Anzi.
A tratti sembra quasi che una storia abbastanza semplice sia stata divisa in due perché qualcuno aveva già ordinato due porzioni.
Persino alcune reazioni critiche hanno ironizzato proprio sull’idea di chiamarlo “Chapter One” prima ancora di capire se il pubblico avrebbe avuto voglia di un Chapter Two.
Difficile non essere d’accordo.
La regia è solida, ma sa di televisione
Adam Davidson viene da molta televisione e si vede.
Non lo dico necessariamente come insulto.
La regia è pulita, comprensibile e funzionale. Le scene d’azione si seguono bene, il ritmo raramente crolla e il film arriva alla fine senza diventare pesante.
Ma visivamente ha spesso quell’aspetto da thriller televisivo ben fatto più che da film capace di lasciare immagini memorabili.
Anche alcune analisi hanno sottolineato proprio questa sensazione “televisiva”, legata anche alla provenienza del team creativo.
Per un titolo da piattaforma può bastare.
Se però cercate un action con personalità, siamo lontani da John Wick, Nobody o persino dai migliori thriller di sopravvivenza degli ultimi anni.
Però si lascia vedere
Ed è forse questa la frase che descrive meglio One Mile: Chapter One.
Si lascia vedere.
Non mi sono annoiato.
Ryan Phillippe è credibile.
Le scene d’azione funzionano.
La tensione c’è.
Il problema è che mezz’ora dopo rischiate di ricordare più il titolo che una scena precisa.
È uno di quei film perfetti per una serata in cui volete qualcosa di diretto, senza pensare troppo e senza pretendere una rivoluzione del genere. Le valutazioni del pubblico e della critica riflettono proprio questa natura: accoglienza tiepida, ma non disastrosa, con l’idea ricorrente di un prodotto prevedibile ma comunque guardabile.
Io gli darei 6/10.
Fa quello che promette e non dura troppo.
In un’epoca in cui certi film d’azione impiegano due ore e venti per raccontare una storia da quaranta minuti, almeno questo ha la decenza di arrivare al punto.
La Recensione
One Mile: Chapter One
One Mile: Chapter One è un action thriller semplice, prevedibile e costruito su ingredienti già utilizzati moltissime volte. Ryan Phillippe regge bene il film e gli scontri funzionano, ma manca una vera identità e la comunità antagonista viene sfruttata molto meno di quanto avrebbe meritato.
PRO
- Ryan Phillippe è credibile nel ruolo dell’ex militare stanco ma ancora pericoloso.
- Le scene d’azione sono solide e abbastanza frequenti.
CONTRO
- Avete già visto praticamente ogni idea del film altrove.
- Gli antagonisti sono poco approfonditi.


