Edgar Wright prende il romanzo di Stephen King (già portato al cinema nel 1987 con Arnold Schwarzenegger) e lo trasforma in un action adrenalinico da 133 minuti che ti lascia senza fiato. The Running Man, uscito al cinema il 6 novembre, è uno spettacolo visivo impressionante che però inciampa proprio quando vorrebbe dire qualcosa di profondo sul nostro mondo. È come correre una maratona a velocità supersonica: eccitante, ma alla fine ti chiedi dove sei arrivato.
Un futuro distopico fin troppo familiare
Ben Richards (Glen Powell) vive in un’America diventata una dittatura corporativa dove la sanità è un lusso, il lavoro scarseggia e la dignità è un ricordo sbiadito. Sua figlia è malata cronica ma le cure sono inaccessibili, la moglie Sheila (Jayme Lawson) è costretta a fare lavori umilianti per sbarcare il lunario, e lui continua a essere licenziato perché non riesce a ingoiare le ingiustizie. Non è un criminale, ma sta per essere dipinto come tale.
La soluzione? Partecipare a “The Running Man”, il game show più brutale della TV: tre concorrenti devono sopravvivere 30 giorni nascondendosi tra la popolazione mentre degli assassini professionisti (i “Cacciatori”) li danno la caccia in diretta streaming. I cittadini possono guadagnare soldi segnalando i fuggitivi tramite un’app. Il premio finale è enorme, ma nessuno ha mai vinto perché il gioco è truccato dal produttore Dan Killian (Josh Brolin) e dal carismatico conduttore Bobby T (Colman Domingo).
Wright sa come costruire un film, ma dimentica l’anima
Tecnicamente parlando, questo è cinema di altissimo livello. Wright, reduce dalla “Cornetto Trilogy” (“Shaun of the Dead”, “Hot Fuzz”), dimostra ancora una volta di essere un artigiano sopraffino. I montaggi informativi hanno lo stesso ritmo serrato di “Hot Fuzz”, le scene d’azione sono tagliate con una precisione chirurgica dall’editor Paul Machliss, e la colonna sonora curata da Kirsten Lane è un trionfo di brani perfetti.
Il problema è il ritmo spietato che non concede mai un momento di respiro. Paradossalmente, ti ritrovi a desiderare che questo film di 133 minuti fosse più lungo, o almeno che rallentasse per sviluppare meglio i personaggi. Michael Cera, William H. Macy e Daniel Ezra interpretano delle figure affascinanti nella rete clandestina che aiuta Ben, ma i loro archi narrativi vengono bruciati così velocemente che anche i momenti potenzialmente devastanti (come la scelta impossibile di Cera tra vendetta e sopravvivenza) non hanno il tempo di sedimentarsi emotivamente.
Glen Powell: bravo ma non ancora un’icona
Powell porta sul set un’energia nervosa e rabbiosa perfetta per Ben Richards, un antieroe sarcastico che Bruce Willis avrebbe interpretato brillantemente 25 anni fa. Ma mentre Schwarzenegger nel 1987 compensava con la sua presenza iconica cartoonesca, Powell è semplicemente troppo “normale” per far dimenticare le debolezze della caratterizzazione. Il personaggio è definito da due o tre emozioni ripetute all’infinito, il che diventa stancante. Powell è bravo, ma non ha ancora il carisma leggendario necessario per sostenere un film così imperfetto.
Critica sociale o prodotto del sistema?
Wright e il co-sceneggiatore Michael Bacall vogliono disperatamente che questo sia un commento sociale mordente sul capitalismo selvaggio, sulla sanità privatizzata, sui salari da fame e sull’assenza di protezioni sindacali. Il film si schiera apertamente per un’assistenza medica accessibile, degli alloggi dignitosi e una responsabilità legale per i governi e le corporazioni.
Il problema? Sembra tutto troppo calcolato per cavalcare lo zeitgeist. La produzione design retrofuturistica è impressionante, ma la visione dell’umanità come massa disperata e ignorante (tranne qualche mela buona) mina la stessa tesi che il film vuole dimostrare. Se le persone sono davvero così stupide e manipolabili, come possono cambiare il sistema diffondendo la verità attraverso delle fanzine cartacee anni ’80? (Sì, davvero.)
Non c’è mai una prova convincente sullo schermo che le masse si stiano davvero svegliando guardando gli atti ribelli di Ben, o se lui sia solo l’ennesimo oggetto luccicante di distrazione. È come se il film volesse essere “RoboCop” o “Starship Troopers” di Verhoeven ma finisse per essere esattamente il tipo di intrattenimento superficiale che finge di criticare.
Spettacolo sì, profondità no
The Running Man funziona benissimo come action puro e scatenato, una scarica di adrenalina visiva che ti tiene incollato allo schermo. Ma quando provi ad analizzarlo come satira sociale, le crepe diventano delle voragini. È un film che vuole essere visto come qualcosa di più del semplice intrattenimento, ma fallisce proprio in quell’ambizione.
Tu cosa ne pensi dei film che vogliono fare una critica sociale ma restano intrappolati nelle logiche dello spettacolo? Credi che Wright sia riuscito nel suo intento o abbia semplicemente fatto un buon action? Dicci la tua nei commenti e raccontaci se secondo te il cinema può davvero cambiare il sistema dall’interno!
La Recensione
The Running Man (2025)
The Running Man è un trionfo tecnico firmato Edgar Wright: montaggio serrato, azione esplosiva, una produzione design notevole. Ma il ritmo frenetico impedisce lo sviluppo dei personaggi, Powell non ha ancora il carisma per sostenere il film, e la critica sociale risulta calcolata e contraddittoria. Funziona come puro intrattenimento action, fallisce come satira profonda.
PRO
- La regia di Edgar Wright al massimo della forma tecnica
- Le sequenze d'azione montate con una precisione millimetrica
CONTRO
- I personaggi sottosviluppati bruciati dal ritmo eccessivo
- Glen Powell non è ancora un'icona capace di sostenere un film; non ha carisma
- Una critica sociale superficiale e contraddittoria


