Quando si parla di film sulla Seconda guerra mondiale, la mente va subito alle battaglie, ai campi di concentramento, alle missioni segrete. Netflix ha deciso di percorrere una strada completamente diversa con The Swedish Connection, e bisogna ammettere che la scelta è coraggiosa. La resistenza, stavolta, non passa per le armi ma per scartoffie, timbri e firme.
Una storia vera (e insolita) di eroismo silenzioso
Il film, diretto da Thérèse Ahlbeck e Marcus Olsson, racconta la storia di Gösta Engzell, funzionario del ministero degli esteri svedese durante il conflitto bellico. La Svezia è neutrale, ma questa neutralità ha un prezzo morale che il film si preoccupa di mostrare con intelligenza. Essere neutrali, ci suggerisce la storia, non significa essere innocenti: significa spesso voltarsi dall’altra parte mentre fuori dalla porta succedono cose terribili.
Engzell non è un eroe nel senso tradizionale del termine. È un uomo timido, un po’ goffo, rinchiuso in un piccolo ufficio con un piccolo staff. Le richieste dei rifugiati vengono trattate come fastidi amministrativi. Le notizie delle persecuzioni naziste vengono liquidate come voci infondate. Il sistema non è pensato per salvare le persone: è pensato per rallentarle, per sfinirle, per farle sparire tra una pratica e l’altra.
La coscienza batte più forte dei regolamenti
Quello che rende The Swedish Connection davvero interessante è il modo in cui racconta il cambiamento interiore del protagonista. Non c’è un momento epico, nessun discorso memorabile davanti alla finestra. C’è invece una lenta, quasi riluttante presa di coscienza: man mano che l’orrore nazista diventa impossibile da ignorare, Engzell inizia a usare i propri strumenti – le procedure, le scappatoie legali, i fascicoli che altri preferirebbero dimenticare – in modo sempre più umano.
Il film ricorda allo spettatore una cosa semplice ma potente: i sistemi sono fatti di persone, e quelle persone hanno sempre la possibilità di renderli un po’ più giusti. È un messaggio che non viene mai gridato, che arriva in punta di piedi, e che risulta sorprendentemente attuale.
Henrik Dorsin convince, il tono oscilla
Henrik Dorsin è la vera ancora del film. La sua interpretazione di Engzell è misurata, intensa nel modo più discreto possibile: non cerca la scena madre, lavora per sottrazione e riesce a comunicare il peso di ogni scelta attraverso sguardi e silenzi. Non è un ruolo che chiede di urlare o di piangere davanti alla telecamera, ma Dorsin dimostra che il talento vero si vede proprio in questi frangenti.
Sissela Benn porta una voce morale senza scadere nel didattico, mentre Jonas Karlsson e il resto del cast riescono a dare spessore ai personaggi secondari, quelli che obbediscono ai protocolli non per cattiveria ma per abitudine. Nessuno è un villain da cartone animato, e questo è già un punto a favore.
Il film parte con un tono quasi leggero, quasi da commedia burocratica, e per un po’ funziona: è accessibile, originale rispetto alla media del genere. Con il passare dei minuti però il registro cambia, e questa oscillazione non sempre trova un equilibrio convincente. Si ha la sensazione di guardare due film diversi cuciti insieme con filo non sempre invisibile.
Qualcosa manca per arrivare fino in fondo
Il limite principale di The Swedish Connection è la sua prevedibilità. Dopo che la premessa si esaurisce, la storia procede su binari abbastanza scontati. Le tensioni politiche tra il governo svedese e l’ufficio di Engzell avrebbero meritato più spazio, così come le conseguenze personali delle sue scelte. Si ha la sensazione di un film che sfiora la profondità senza tuffarcisi davvero.
Non è un brutto film, anzi. È ben costruito, ben recitato e storicamente stimolante. Semplicemente, non riesce a emozionare quanto potrebbe. Rimane in testa come un buon saggio che hai letto volentieri, ma che fai fatica a consigliare con entusiasmo la settimana dopo.
Se cerchi qualcosa di diverso dai soliti film di guerra e non ti spaventa un ritmo riflessivo, The Swedish Connection merita comunque la tua attenzione. Non aspettarti fuochi d’artificio, ma una storia che ti farà pensare a cosa significhi davvero stare dalla parte giusta quando stare fermi è molto più comodo.
E tu cosa ne pensi? Trovi che i film sulla Seconda guerra mondiale fuori dagli schemi funzionino, oppure preferisci il formato classico? Dimmelo nei commenti, mi fa sempre piacere leggere la tua opinione.
La Recensione
The Swedish Connection
The Swedish Connection è un film di guerra fuori dagli schemi, che racconta la resistenza attraverso la burocrazia invece delle battaglie. Ben recitato, originale nella premessa e storicamente interessante, pecca però di prevedibilità nella seconda parte e non riesce a emozionare quanto potrebbe. Un film dignitoso e stimolante, ma che non lascia un segno davvero profondo.
PRO
- Un punto di vista inedito sulla Seconda guerra mondiale
- Henrik Dorsin offre una prova attoriale misurata e convincente
- Il messaggio sulla responsabilità individuale è attualissimo
CONTRO
- La storia diventa prevedibile a metà film
- L'oscillazione di tono può disorientare



Meraviglioso! Non concordo affatto con la vostra critica assai riduttiva. È un film emozionante.