Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a votare uno dei referendum costituzionali più importanti degli ultimi decenni.
Il quesito riguarda la separazione delle carriere dei magistrati: bisogna decidere se giudici e pubblici ministeri debbano seguire percorsi professionali distinti, senza poter passare dall’uno all’altro ruolo. Chi vota Sì approva la riforma costituzionale già approvata dal Parlamento. Chi vota No la blocca. Non c’è quorum: ogni voto conta direttamente.
L’immagine che circola sui social in questi giorni, e che ha fatto discutere migliaia di persone, mostra due colonne affiancate. A sinistra ci sono i paesi con la separazione delle carriere: Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Giappone. A destra ci sono i paesi con un sistema simile all’Italia, detto a Ordine Unico: Romania, Bulgaria, Albania, Moldavia, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord, Kosovo, Armenia, Turchia, Georgia, Ucraina, Bosnia-Erzegovina.
Il messaggio è potente e immediato: con il Sì, l’Italia entra nel gruppo dei paesi più sviluppati al mondo. Con il No, resta nel gruppo con gli stati dell’Europa orientale e dei Balcani.
Detto questo, entriamo nel merito. Perché la separazione delle carriere è una buona idea?
Oggi in Italia chi supera il concorso in magistratura sceglie se fare il giudice o il pubblico ministero, ma può cambiare funzione fino a 4 volte nel corso della carriera. Questo significa che un magistrato può aver fatto l’accusa per anni, poi diventare giudice nello stesso tribunale dove lavorano i suoi ex colleghi pm. Può poi tornare a fare il pm, e così via. Questa possibilità crea un problema concreto e serio: il giudice che decide una causa ha spesso frequentato gli stessi ambienti, gli stessi corsi di aggiornamento, le stesse associazioni dei pubblici ministeri che gli siedono di fronte in aula. Condividono interessi di carriera, spesso le stesse correnti interne alla magistratura, gli stessi giudizi su chi merita avanzare e chi no.
L’articolo 111 della Costituzione garantisce il diritto al giusto processo, e afferma che ogni processo si svolge nel contraddittorio tra accusa e difesa, davanti a un giudice terzo e imparziale. Ma come può un giudice essere davvero imparziale se la sua carriera dipende dallo stesso organo – il CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura – che governa anche la carriera del pm che gli siede di fronte? La risposta è semplice: non può esserlo pienamente, almeno non nella percezione del cittadino comune che entra in un’aula di tribunale.
La riforma introduce 2 novità fondamentali.
La prima è la separazione formale delle carriere: giudici e pm avranno percorsi distinti fin dall’inizio, con due CSM separati e nessuna possibilità di passare dall’una all’altra funzione. La seconda è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma, che giudicherà i magistrati che commettono illeciti. Oggi questa funzione spetta allo stesso CSM che gestisce le carriere: chi giudica un magistrato è spesso lo stesso organo che in futuro potrebbe promuoverlo o penalizzarlo. Un sistema che, per definizione, non garantisce la terzietà del giudice disciplinare.
Guardando all’estero, il quadro è chiaro. Nei paesi di common law come Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada, il pubblico ministero è storicamente una figura distinta dal giudice, con percorsi formativi separati fin dagli studi universitari. In Germania, il sistema distingue nettamente le due funzioni e le due carriere. In Spagna e in Portogallo, la separazione è strutturale. Questi non sono paesi qualsiasi: sono le democrazie più mature, con sistemi giudiziari tra i più rispettati al mondo per efficienza, imparzialità e fiducia dei cittadini.
L’Italia, invece, si trova in compagnia di paesi che stanno ancora costruendo le proprie istituzioni democratiche. Non è un giudizio su quei paesi: è la fotografia di dove si trova il nostro sistema in questo preciso momento storico.
C’è un ulteriore vantaggio che spesso non viene citato abbastanza: la specializzazione.
Un magistrato che sa fin dall’inizio di fare il giudice si specializza nel giudicare. Uno che sa di fare il pm si specializza nell’indagare e nell’accusa. Oggi invece entrambi fanno un po’ di tutto, con il rischio che nessuno dei due raggiunga il livello di competenza che un sistema giudiziario moderno richiede. La separazione delle carriere è anche una scelta di qualità professionale, prima ancora che di principio.
Va citato anche l’aspetto della correnti interne alla magistratura, che la riforma prova ad affrontare introducendo il sorteggio per la composizione degli organi di autogoverno. Le correnti – gruppi interni alla magistratura con visioni politiche e culturali diverse – hanno spesso pesato più del merito nelle promozioni, nei trasferimenti, nelle nomine. Il sistema basato sul voto ha favorito le logiche di appartenenza. Il sorteggio non è la soluzione perfetta, ma è un tentativo concreto di ridurre questo problema.
Nel dibattito sul referendum, una voce viene spesso citata da entrambe le parti: quella di Giovanni Falcone. Il magistrato palermitano, ucciso dalla mafia il 23 maggio 1992, aveva espresso in più occasioni una posizione chiara e documentata a favore della separazione delle carriere.
Falcone riteneva che la distinzione netta tra giudice e pubblico ministero fosse necessaria per garantire la terzietà del giudizio e il corretto funzionamento del processo accusatorio, introdotto in Italia con il nuovo codice di procedura penale del 1989. In un sistema accusatorio, sosteneva, accusa e difesa devono confrontarsi davanti a un giudice che non ha nulla a che fare con nessuna delle due parti. Se il giudice e il pm provengono dalla stessa carriera, condividono gli stessi ambienti e gli stessi organi di governo, quella terzietà rischia di essere compromessa.
In un’intervista del 1991, raccolta nel libro “Cose di Cosa Nostra” scritto insieme a Marcelle Padovani, Falcone affermò che il pm doveva essere distinto dal giudice non solo nella funzione, ma nella formazione e nella cultura professionale. Sosteneva che un magistrato inquirente dovesse sviluppare competenze specifiche nell’investigazione e nell’accusa, diverse da quelle di chi è chiamato a giudicare in modo imparziale.
Va detto con precisione che Falcone non ha mai potuto esprimersi su questa specifica riforma costituzionale, che è del 2025. Ma la sua posizione di principio sulla separazione delle carriere è documentata, pubblica e coerente nel tempo. Chi oggi cita Falcone per il No deve fare i conti con questa realtà storica.
Il dibattito su questo referendum è serissimo e merita rispetto su entrambi i fronti. Ci sono magistrati e giuristi che votano No convinti che la riforma indebolisca l’autonomia della magistratura requirente e la avvicini al controllo del potere politico. Sono argomenti da ascoltare. Ma ci sono altrettanti giuristi, avvocati, costituzionalisti e personalità del mondo civile che votano Sì, convinti che il sistema attuale non garantisca ai cittadini quella terzietà del giudice che la Costituzione promette.
La data è il 22 e 23 marzo. L’esito dipende da chi va a votare e da come vota. Non c’è quorum, quindi ogni scheda conta davvero.
Lascia un commento: hai già deciso come voterai al referendum sulla separazione delle carriere, o hai ancora dubbi?


