Report torna stasera su Rai 3 con una puntata molto carica: il caso Daniela Santanchè e Visibilia, il caso Beatrice Venezi alla Fenice, il mancato finanziamento al documentario su Giulio Regeni, una ricostruzione sul naufragio di Cutro, un’inchiesta su Paolo Zampolli e un servizio sui tartufi cinesi. Tanta carne al fuoco, come sempre. Però davanti a una scaletta del genere viene spontanea anche un’altra domanda, magari scomoda ma legittima: perché Report sembra indagare molto più spesso su mondi, personaggi e vicende riconducibili alla destra, mentre su certi ambienti vicini alla sinistra si vede molto meno? La puntata del 3 maggio 2026 è stata annunciata dalla Rai con servizi su Santanchè/Visibilia, cultura, Cutro, Zampolli e tartufi cinesi.
Prima di partire con le barricate, chiariamo una cosa: Report è un programma importante. In Italia ha fatto e continua a fare inchieste che spesso altri non fanno. E quando il giornalismo d’inchiesta funziona, dà fastidio. Deve dare fastidio. Se un programma del genere non irrita nessuno, probabilmente sta solo arredando la prima serata.
Però proprio perché Report conta, la domanda sull’equilibrio ha senso. Non per delegittimarlo. Non per dire “non indagate su Santanchè”. Anzi: se ci sono passaggi societari poco chiari, debiti, procedimenti, responsabilità politiche, è giusto raccontarli. Il caso Visibilia resta una vicenda rilevante, e la stessa Rai presenta il servizio come un approfondimento sui procedimenti per falso in bilancio e sui passaggi della società dopo la cessione.
Il problema, semmai, è un altro: perché non vedere lo stesso zelo anche in altre direzioni?
Perché di temi ce ne sarebbero. Eccome se ce ne sarebbero.
Si potrebbe indagare, per esempio, su chi finanzia davvero certe iniziative internazionali molto celebrate sui social. Si potrebbe lavorare con calma, documenti alla mano, sulle reti che sostengono alcune missioni politiche e umanitarie, senza partire dal pregiudizio che siano tutte buone o tutte cattive. Si potrebbe entrare meglio nel mondo delle ONG, nei flussi di denaro, nei rapporti con fondazioni, governi, associazioni, reti transnazionali. Non per fare propaganda contro qualcuno. Per capire.
E poi c’è il tema enorme dei migranti. Non il solito teatrino “buoni contro cattivi”, che ormai abbiamo visto mille volte ed è diventato stanco pure lui. Parlo di un’inchiesta seria su chi guadagna davvero lungo la filiera del traffico di esseri umani, su quali reti criminali si muovono, su quali zone grigie esistono tra partenze, soccorsi, accoglienza, gestione dei centri, appalti, cooperative, intermediari. Il naufragio di Cutro resta una ferita nazionale e Report dedica spazio alle decisioni prese nella notte del soccorso e al processo in corso, ma il tema migratorio è molto più ampio e meriterebbe inchieste su tutte le responsabilità, non solo su quelle istituzionali del momento.
E ancora: il voto di scambio. Non quello raccontato solo quando coinvolge il politico del colore sbagliato. Il voto di scambio come metodo, come malattia italiana, come circuito che attraversa territori, amministrazioni, famiglie politiche, interessi locali, consenso, favori, promesse. Se lo racconti bene, non è più un’arma contro una parte. Diventa un servizio pubblico.
Questa è la differenza che vorrei vedere più spesso: non “Report contro la destra” o “Report contro la sinistra”, ma Report contro il potere. Tutto il potere. Anche quello più simpatico a una certa platea. Anche quello che si presenta con parole nobili. Anche quello che piace agli ambienti culturali più progressisti. Perché il potere non diventa automaticamente pulito solo perché usa parole belle.
E lo stesso vale per il mondo della cultura. Nella puntata di stasera c’è il caso Beatrice Venezi e il mancato finanziamento al documentario su Giulio Regeni. Sono temi interessanti, per carità. Ma anche lì viene da chiedersi: quanto spesso si indaga sulle reti culturali, sulle nomine, sulle fondazioni, sui finanziamenti pubblici, sui festival, sui premi, sui circuiti editoriali e cinematografici che non stanno nell’area di governo? Perché anche il mondo culturale ha i suoi equilibri, i suoi salotti, le sue rendite, le sue fedeltà. Non è fatto solo di artisti puri che vivono sospesi sopra il fango. Magari fosse così.
Il punto non è fare una classifica del rancore. Non serve dire “avete parlato di Santanchè, allora dovete parlare anche di quello”. Il giornalismo non funziona con il bilancino da condominio. Però quando un programma è pagato dal servizio pubblico e ha una forza così grande nella formazione dell’opinione pubblica, la percezione di equilibrio conta. E conta molto.
Perché se una parte del pubblico comincia a pensare che Report colpisca sempre più o meno nella stessa direzione, il rischio è brutto: anche le inchieste migliori vengono lette come battaglie politiche. E sarebbe un peccato. Perché un’inchiesta fatta bene dovrebbe essere credibile anche per chi non condivide l’impostazione culturale del programma.
Questa sera, per esempio, la scaletta è ampia: Santanchè e Visibilia, Zampolli, Epstein, Cutro, tartufi cinesi. C’è politica, cronaca internazionale, cultura, alimentare. Non è una puntata monotematica. E infatti il servizio sui tartufi cinesi, per dire, sembra una di quelle inchieste molto “Report”: filiere opache, controlli insufficienti, prodotto italiano da proteggere, possibili triangolazioni tra Cina, Spagna e Italia. La Rai presenta il servizio come un’indagine sulla tracciabilità del tartufo e su ciò che arriva realmente nel nostro mercato.
Ecco, quello è il Report che funziona meglio: quando guarda dove altri non guardano, senza trasformare tutto in una curva da stadio.
Per questo la domanda iniziale non dovrebbe essere presa come un attacco. Semmai come una richiesta: più Report, non meno Report. Ma più libero. Più imprevedibile. Più disposto a indagare anche su ambienti che magari una parte del suo pubblico considera “dalla parte giusta”. Perché i poteri opachi non hanno solo una tessera. E i soldi, gli appalti, le influenze, le relazioni, le fondazioni, le ONG, le cooperative, le lobby e le reti di consenso non appartengono a un solo colore.
Sarebbe bello vedere una puntata che faccia tremare anche chi di solito guarda Report applaudendo. Sarebbe informazione più forte. Più pulita. Più difficile da liquidare come propaganda.
Poi, certo, ogni redazione sceglie le sue piste. Servono documenti, fonti, verifiche, protezioni legali. Non basta dire “indagate su questo” dal divano. Però il pubblico può chiedere pluralità. Può dire: va bene Santanchè, va bene Visibilia, va bene il caso Venezi, ma adesso provate anche a entrare in quei mondi che nessuno tocca perché sono più comodi da difendere.
Il giornalismo d’inchiesta non deve fare favori. Nemmeno ai propri spettatori.
Secondo te Report dovrebbe allargare di più il suo raggio d’azione e indagare con la stessa durezza su tutti gli ambienti politici e culturali? Scrivilo nei commenti.


