Robin Hood – Il prezzo del sangue parte da un’idea che mi piace parecchio: dimenticare il fuorilegge romantico che ruba ai ricchi per aiutare i poveri e chiedersi che uomo potrebbe esserci dietro una leggenda costruita su anni di violenza. Michael Sarnoski prende Robin Hood, lo invecchia, lo riempie di cicatrici e soprattutto gli toglie qualsiasi aura rassicurante.
Sulla carta funziona benissimo.
Nel film, un po’ meno.
Hugh Jackman è convincente, Jodie Comer riesce a dare umanità anche alle parti più fredde e visivamente ci sono momenti magnifici. Però, arrivato alla fine, mi è rimasta soprattutto la sensazione di aver visto un film con idee da 8 raccontate con un ritmo da 5.
La mia media personale, quindi, si ferma a 6.
Questo Robin Hood non vuole essere il vostro eroe
La scelta più coraggiosa riguarda proprio Robin.
Sarnoski non cerca di convincerci che dietro ogni sua azione violenta ci fosse una nobile motivazione fraintesa. Il Robin interpretato da Jackman ha rubato, ucciso e vissuto come un bandito. La leggenda che gli altri hanno costruito attorno a lui è molto più bella dell’uomo reale.
Questa idea mi interessa parecchio.
Cosa succede se togliamo a Robin Hood secoli di racconti romantici e lo guardiamo semplicemente come una persona responsabile delle proprie azioni?
Il problema è che Robin Hood – Il prezzo del sangue continua a ricordarcelo per quasi tutta la durata.
Robin soffre.
Robin ricorda.
Robin si vergogna.
Robin guarda nel vuoto.
Qualcun altro gli ricorda perché dovrebbe soffrire.
Robin soffre ancora un po’.
A metà film avevo capito il concetto abbastanza bene da poter sostenere personalmente l’esame sulla colpa del fuorilegge di Sherwood.
Hugh Jackman è perfetto per questo Robin consumato
La cosa che non metterei in discussione è Hugh Jackman.
Fisicamente sembra appartenere a questo mondo. È stanco, sporco, dolorante e spesso dà l’impressione che alzarsi da una sedia gli costi più fatica che affrontare dieci uomini armati.
Non interpreta Robin come un eroe decaduto che aspetta l’occasione per tornare quello di una volta.
Sembra piuttosto un uomo che non vorrebbe più essere Robin Hood.
Il paragone con Logan viene inevitabilmente in mente: anche lì Jackman interpretava una figura mitizzata ormai distrutta dal proprio passato. Solo che Sarnoski porta questa idea ancora più avanti e toglie quasi completamente il piacere dell’avventura.
Jackman regge bene primi piani lunghi, silenzi e momenti nei quali deve far percepire anni di rimorsi senza trasformare Robin in qualcuno improvvisamente simpatico.
Il film gli chiede moltissimo.
E lui risponde.
Jodie Comer è la parte che avrei voluto vedere di più
Poi arriva Jodie Comer e per me il film migliora immediatamente.
La sua Brigid cura Robin dopo che l’uomo viene gravemente ferito e diventa progressivamente la persona attraverso cui il protagonista deve confrontarsi con la possibilità di cambiare.
Comer evita completamente la figura della donna santa messa lì per salvare moralmente l’uomo tormentato.
Brigid osserva Robin.
Lo ascolta.
Ma non gli regala il perdono semplicemente perché ora è vecchio, ferito e dispiaciuto.
Ed è giusto così.
Se hai passato una vita a fare cose terribili, qualche notte insonne non dovrebbe automaticamente consegnarti il certificato di redenzione.
Le scene tra Jackman e Comer sono quelle nelle quali ho percepito maggiormente ciò che Sarnoski voleva raccontare. Avrei quindi preferito molto più spazio per questo rapporto e qualche passaggio in meno dedicato a ribadire quanto il mondo medievale fosse brutto, sporco e tremendamente poco allegro.
Bill Skarsgård funziona, ma Little John meritava più profondità
Anche Bill Skarsgård offre una versione interessante di Little John.
Dimenticate il compagno allegro delle versioni più leggere. Il suo personaggio appartiene allo stesso ambiente brutale di Robin e il rapporto fra i due è costruito sulla violenza condivisa più che sulla simpatica fratellanza da ballata popolare.
L’idea funziona perché rafforza uno dei temi migliori del film: la differenza tra la storia che viene raccontata e ciò che potrebbe essere accaduto realmente.
Robin Hood viene ricordato come un eroe.
Robin guarda quella leggenda e quasi non riconosce se stesso.
Peccato che alcuni personaggi secondari restino meno sviluppati di quanto avrei voluto. Il cast è ottimo, ma a volte sembra che Sarnoski abbia invitato persone interessantissime a cena per poi lasciare parlare Robin per tutta la serata.
È bellissimo da guardare, anche se qualcuno potrebbe voler accendere una lampada
Dal punto di vista visivo ho poco da criticare.
Robin Hood – Il prezzo del sangue è splendido nella sua bruttezza.
Boschi, nebbia, acqua, fango, pietra e corpi feriti costruiscono un Medioevo quasi tattile. Non sembra un set sul quale qualcuno abbia appena sporcato i costumi cinque minuti prima delle riprese.
Questo mondo sembra vissuto.
E puzza quasi attraverso lo schermo.
Complimento, credo.
La violenza segue la stessa filosofia. Non è elegante e non deve divertire. Le persone vengono ferite male, combattono male e muoiono peggio.
Sarnoski vuole togliere fascino alla leggenda e sotto questo aspetto riesce perfettamente.
Solo che togliendo progressivamente avventura, leggerezza, romanticismo ed eroismo rimane un film estremamente monocorde.
Il ritmo è ciò che mi impedisce di andare oltre il 6
Il vero problema per me è questo.
Capisco perfettamente che il film voglia essere lento.
Non gli chiederei mai di trasformarsi improvvisamente in Robin Hood: Fury Road.
Però esiste una differenza tra contemplazione e ripetizione.
La parte centrale si trascina più del necessario e alcune conversazioni continuano a girare attorno agli stessi concetti: colpa, violenza, mito, redenzione.
Sono temi interessanti.
Non diventano automaticamente più profondi ripetendoli un’altra volta davanti a un fuoco acceso.
Anche il finale mi ha lasciato abbastanza freddo. Dopo una costruzione così lenta mi aspettavo una conclusione capace di restituire maggiore forza emotiva al percorso di Robin. Invece alcuni sviluppi arrivano rapidamente proprio nel momento in cui il film avrebbe potuto concedersi più spazio.
Una distribuzione del ritmo piuttosto curiosa: due ore per arrivare alla destinazione e poi improvvisamente qualcuno si ricorda che bisogna chiudere il film.
Mi piace quello che voleva essere più di quello che è diventato
Ed è questo il motivo del mio 6 su 10.
Non considero Robin Hood – Il prezzo del sangue un film sbagliato.
Anzi, preferisco una rilettura così personale a un’altra versione nella quale Robin tira frecce perfette mentre lo sceriffo di Nottingham digrigna i denti.
Sarnoski prova qualcosa.
Hugh Jackman è eccellente.
Jodie Comer è bravissima.
L’atmosfera è costruita con enorme attenzione.
Ma il film confonde qualche volta la pesantezza con la profondità e la lentezza con l’introspezione. Alcune idee meritavano di essere esplorate meglio invece di essere continuamente sottolineate.
Robin Hood – Il prezzo del sangue vuole distruggere il mito per mostrarci l’uomo. Ci riesce. Il problema è che, una volta distrutto il mito, non sempre quell’uomo è abbastanza interessante da sostenere due ore di film.
La Recensione
Robin Hood - Il prezzo del sangue
Robin Hood - Il prezzo del sangue propone una versione coraggiosa e molto diversa della leggenda, trasformando Robin in un uomo anziano e violento che deve confrontarsi con ciò che ha fatto durante la propria vita. Hugh Jackman offre un’interpretazione intensa e Jodie Comer è probabilmente la presenza più interessante del film, mentre fotografia e ambientazioni costruiscono un Medioevo sporco e credibile. L’idea di smontare la leggenda funziona meglio della storia che la accompagna: il ritmo diventa troppo lento, alcuni concetti sulla colpa vengono ripetuti più volte e la parte centrale perde forza. È un film che rispetto più di quanto abbia amato.
PRO
- Hugh Jackman offre una versione di Robin Hood molto diversa dalle precedenti.
- Jodie Comer è ottima e migliora praticamente ogni scena in cui compare.
- La fotografia e le ambientazioni sono tra gli aspetti migliori.
CONTRO
- Il ritmo è molto lento, soprattutto nella parte centrale.
- Il tono resta cupissimo quasi dall’inizio alla fine.
- Colpa e redenzione vengono spiegate più volte del necessario.


