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Sanremo 2026: i 30 cantanti in gara, chi brillerà sul palco e chi userà l’autotune per sopravvivere

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
22 Febbraio 2026
in Musica, News Musica
Tempo di lettura 8 minuti
Sanremo 2026 i 30 cantanti in gara, chi brillerà sul palco e chi userà l'autotune per sopravvivere

Quest’anno sul palco dell’Ariston salgono ben trenta cantanti nella categoria Big, un numero che non si vedeva da tempo. Trenta storie diverse, trenta canzoni diverse, trenta motivi per accendere la televisione o per spegnerla dopo cinque minuti. C’è di tutto: veterani che ci riprovano per la quinta o sesta volta, giovani arrivati da TikTok che molti over trentacinque non conoscono minimamente, artisti che hanno fatto la storia del pop italiano e altri che quella storia devono ancora cominciare a scriverla. E poi c’è la domanda che ci facciamo ad ogni edizione: chi salirà su quel palco con la voce pulita, senza trucchi elettronici, e chi invece nasconderà le lacune vocali dietro uno schermo di autotune? Per chi come noi di Wonder Channel ritiene che l’autotune sia il peggior nemico della musica vera, questa è la domanda che conta davvero.

Cominciamo da chi, sul palco, l’autotune probabilmente non lo ha mai nemmeno cercato. Malika Ayane è una di quelle artiste che ha costruito la sua carriera su un talento vocale autentico, raffinato negli anni con lo studio del violoncello, del blues e del jazz. Non ha bisogno di correzioni elettroniche perché la sua voce ha un timbro naturalmente elegante, riconoscibile, capace di emozionare senza sforzi artificiosi. Porta all’Ariston un brano dal titolo intrigante, “Animali notturni”, descritto come ritmato e con un sapore retrò. Se c’è un motivo per non perdere questa edizione di Sanremo, lei è uno dei più solidi. Stesso discorso vale per Serena Brancale, la barese che ha studiato canto jazz sul serio, non per moda, e che l’anno scorso aveva un brano troppo ricco per essere valorizzato in uno show televisivo. Quest’anno punta sulle emozioni, dedica la canzone “Qui con me” alla madre scomparsa di recente, e lo fa con gli strumenti vocali di chi ha imparato a cantare in modo vero prima ancora di pensare a fare successo.

Arisa – al secolo Rosalba Pippa, genovese cresciuta in Basilicata – è un caso a parte e sempre lo è stato. La sua voce è genuina, calda, capace di toccare corde profonde quando viene usata bene. La sua storia a Sanremo inizia nel 2009 con “Sincerità”, brano semplice e acustico che conquistò tutti proprio per quella mancanza totale di artifici. Vinse nel 2014 con “Controvento” e nel mezzo ha costruito un personaggio imprevedibile, trasparente, a tratti dadaista. Quest’anno torna con “Magica favola”, un titolo che sembra uscito dagli esordi ma che in realtà racconta una rilettura della propria vita. La sua presenza scenica fa sempre la differenza, e di autotune non ha mai avuto bisogno.

Ermal Meta è un cantante serio, uno di quelli che vengono dall’Albania, sono cresciuti a Bari lontano da un padre violento, suonano davvero gli strumenti e portano i brani all’Ariston con una struttura cantautoriale robusta. Ha vinto nel 2018 insieme a Fabrizio Moro con “Non mi avete fatto niente”. La sua voce è sempre stata lo strumento principale, non un elemento da correggere. Quest’anno porta “Stella stellina”, un brano che a quanto pare parla di bambini morti in guerra su ritmi latin: un’accoppiata difficile da digerire, ma di certo non perché la voce non regge – quella regge sempre.

Francesco Renga è invece il caso del tenore del rock italiano, uno che canta con una potenza vocale che non ha bisogno di nessun supporto elettronico, anzi: il problema spesso è il contrario, cioè che ci dà dentro troppo con i crescendo e le vocali sostenute all’infinito. Ha vinto Sanremo nel 2005 con “Angelo” proprio grazie a quella voce imponente, quasi da opera pop. Quest’anno porta “Il meglio di me”. Autotune? Sarebbe un insulto alla sua ugola.

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C’è poi la leggenda vivente, Patty Pravo, settantasette anni e undicesima partecipazione a Sanremo. “La ragazza del Piper” degli anni Sessanta, l’ultima diva vera della canzone italiana. La sua voce ha attraversato decenni, cambiamenti, scandali, matrimoni e ritorni. Non ha bisogno di aiuti tecnologici: porta la sua interpretazione teatrale e drammatica, il suo brano si chiama “Opera”, e il pubblico aspetta la standing ovation come se fosse un rito religioso.

Anche Levante – la siciliana Claudia Lagona, autrice di quella canzone fulminante in cui urlò “che vita di merdaaaaa” – ha una voce propria e riconoscibile, anche se negli anni ha talvolta inseguito ambizioni artistiche che superavano il risultato finale. Quest’anno porta “Sei tu”, un brano cinematografico incentrato sulla prova vocale. Chi la conosce sa che può permettersi di stare in piedi sul palco senza trucchi.

Passiamo ora a chi l’autotune non solo potrebbe usarlo, ma probabilmente lo fa già da anni e non se ne vergogna affatto. LDA e AKA 7even sono la coppia più pop-commerciale dell’edizione, due giovani usciti da “Amici” che portano “Poesia clandestina”, un reggaeton con influenze partenopee descritto come il brano che totalizza i maggiori ascolti di questo Sanremo. Il reggaeton e il pop-trap moderno fanno del trattamento vocale uno stile, non un difetto. Il suono compresso, levigato e corretto è parte integrante del genere. Aspettatevi voci lisce come il vetro e nemmeno una stonatura, perché tutto sarà sotto controllo digitale.

Samurai Jay, il napoletano Gennaro Amatore che cresce con Linkin Park e Jay-Z ma poi propone trap, pop e reggaeton tutto mischiato insieme, è un altro candidato naturale all’autotune. Il genere in cui si muove non prevede imperfezioni vocali, prevede tutto il contrario: superfici sonore uniformi, suoni sintetici e voce trattata come un elemento elettronico tra gli altri. La sua canzone si chiama “Ossessione”. Ossessione per l’autotune, forse.

Chiello – il potentino Rocco Modello, classe 1999, ex componente degli FSK Satellite – porta a Sanremo un modo di cantare che “smozica le parole”, come viene descritto. Nella trap il confine tra parlato, cantato e voce trattata è sempre sottile. Non è autotune nel senso più banale del termine, ma il suono vocale elaborato è parte della firma stilistica del genere. La canzone si chiama “Ti penso sempre” e lui è probabilmente il candidato più autentico tra i giovani in gara, ma le aspettative devono essere calibrate su un genere che fa del trattamento vocale una scelta artistica deliberata.

Sayf – Adam Viacava, genovese italo-tunisino che non ha nemmeno una pagina Wikipedia – porta “Tu mi piaci tanto”, descritto come un brano che mette insieme troppe cose in modo facilone. Senza un album dal 2020 e con una carriera che cerca disperatamente visibilità, il rischio che la voce venga resa presentabile in studio attraverso ogni mezzo disponibile è concreto.

Il caso più interessante e controverso dell’edizione è però la coppia Fedez e Marco Masini. Fedez è da sempre un personaggio che divide: il suo approccio al canto è quello dell’emo-rapper che non ha mai avuto una voce particolarmente potente o tecnica, compensata negli anni con la produzione, la scrittura e il personaggio pubblico. In un contesto come Sanremo, dove i microfoni sono implacabili e il confronto con voci vere è inevitabile, la tentazione del supporto elettronico è alta. Masini, al contrario, è un cantante di vecchia scuola con un timbro caratteristico e un mestiere consolidato. La loro canzone si chiama “Male necessario”. È un’accoppiata strana: uno che porta il mestiere e uno che porta le polemiche. Sarà interessante sentire come suonano insieme in diretta.

Eddie Brock – il romano Edoardo Iaschi che deve il suo successo a TikTok con una ballata strappacuore che parte dal 2003 – è un altro caso da monitorare. Le ballate facili che diventano virali sui social spesso nascondono voci che in studio sono state lavorate in modo pesante. Sul palco dell’Ariston la verità viene sempre a galla.

Dargen D’Amico è invece uno dei pochi nomi in gara che può vantare una carriera davvero originale, dal rap sperimentale al pop-elettronico, passando per la techno e i riferimenti a Lucio Dalla. La sua canzone “AI AI” usa l’intelligenza artificiale come elemento sonoro più che come tema. È furbo, ironico e intelligente. La sua voce non è quella di un tenore ma è autentica, personale, non ha mai avuto bisogno di correzioni per essere riconoscibile.

Fulminacci – il romano Filippo Uttinacci, uno dei cantautori indie più apprezzati della sua generazione – porta “Stupida sfortuna”. Il cantautorato che pratica è quello delle parole vere e delle melodie non artefatte. Voce pulita, nessuna maschera.

Ditonellapiaga è probabilmente la canzone che farà più rumore dell’intera edizione. “Che fastidio!” è descritta come piena di elettronica e rap. In quel contesto, la voce viene trattata come uno strumento nella produzione, e Margherita Carducci lo sa benissimo: non è una velata, è una performer che usa il suono in modo consapevole. Non è autotune nel senso derogatorio del termine, è un approccio elettronico a tutto tondo.

Raf – il pugliese Raffaele Riefoli che esplode con “Self Control” nel 1983 – è un monumento della musica italiana. Ha una voce calda e romantica, perfetta per le ballate d’amore. La sua canzone si chiama “Ora e per sempre” ed è prevedibilmente una storia d’amore classica. Non ha mai avuto bisogno di trucchi e non ne ha oggi.

Tommaso Paradiso porta “I romantici”, che è esattamente quello che ci si aspetta da lui: un brano nostalgico, ottantiano, emotivo, cantato con quella voce baritonale dolceamara che lo ha reso famoso. Nessuna sorpresa, nessun autotune.

Nayt – William Mezzanotte, uno dei pochi rapper in gara che scrive testi che rispettano la lingua italiana – porta “Prima che”, una canzone sull’fragilità. Il suo rap è poetico e intimista, e la sua voce non ha bisogno di trattamenti. È tra i nomi più sottovalutati di questa edizione.

J-Ax porta “Italia Starter Pack”, un brano descritto come un po’ country con violini e ritornello da cantare tutti insieme. Lui è un veterano del rap italiano, uno che ha costruito una carriera sulla personalità più che sulla tecnica vocale pura. Qualche aiuto in studio probabilmente c’è, ma sul palco è abbastanza esperto da cavarsela.

Enrico Nigiotti porta “Ogni volta che non so volare”, l’ennesima ballata malinconica di un cantautore livornese che ha trovato la sua cifra emotiva e non la abbandona mai. Voce vera, chitarra vera, lacrime possibilmente vere.

Leo Gassmann con “Naturale” porta una ballata in crescendo che secondo le previsioni si dimentica quasi immediatamente. Suo nonno è Victor, suo padre è Alessandro: il cognome pesa, ma la voce non è mai stata il suo punto più forte. In studio probabilmente viene lucidata con cura.

Ermal Meta, Serena Brancale, Malika Ayane, Arisa e Patty Pravo sono probabilmente i cinque artisti che saliranno sul palco con la certezza di non aver bisogno di nessuno scudo elettronico. Il resto è un mix di generi diversi, approcci diversi e scelte produttive che spesso fanno della voce trattata un elemento stilistico, non una confessione di debolezza.

Il bello di Sanremo, però, è che la verità emerge sempre. Il palco dell’Ariston è uno dei pochi posti al mondo dove la distanza tra il disco e la realtà si misura in tempo reale, davanti a milioni di persone. Chi ha studiato, chi ha praticato, chi ha la voce vera – lo si sente. Chi invece ha costruito la propria immagine su una produzione che vale più della performance dal vivo – lo si sente ugualmente.

Siete d’accordo che l’autotune stia rovinando la musica italiana? Qual è il cantante di questa edizione che secondo voi vale davvero la pena di ascoltare? Lasciate un commento e diteci la vostra!

Tags: Festival di Sanremo
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