Sanremo 2027 potrebbe cambiare molto più di quanto immaginiamo, e la possibile serata Eurovision affidata al Festival di Stefano De Martino apre una domanda grossa: se davvero ci sarà una gara nella gara per scegliere chi rappresenterà l’Italia in Europa, avrà ancora senso permettere l’autotune? Perché va bene la modernità, va bene parlare ai giovani, va bene portare sul palco linguaggi nuovi. Però Sanremo resta una competizione canora. E in una competizione canora la voce dovrebbe contare. Non poco. Tantissimo.
Le indiscrezioni circolate negli ultimi giorni parlano di un Festival 2027 molto diverso dal solito. Stefano De Martino, al suo primo Sanremo da conduttore e direttore artistico, starebbe lavorando a un’edizione più giovane, più vicina alla musica contemporanea e con una possibile serata dedicata all’Eurovision Song Contest. L’idea, secondo le voci riportate da varie testate, sarebbe quella di separare la scelta del rappresentante italiano all’Eurovision dalla vittoria finale del Festival. In pratica: il vincitore di Sanremo non andrebbe più automaticamente all’Eurovision, ma il nome verrebbe scelto attraverso una serata specifica, pensata con criteri più europei.
Se questa cosa andasse davvero in porto, allora la domanda sull’autotune diventerebbe inevitabile. Perché una serata “modello Eurovision” dovrebbe almeno rispettare una logica di base: la voce principale deve reggere dal vivo. Senza aiutini usati per nascondere un’intonazione fragile.
L’autotune a Sanremo è il grande equivoco degli ultimi anni
L’autotune non è il male assoluto. Anzi. Usato come effetto stilistico può essere una scelta artistica riconoscibile. Pensiamo alla trap, a certo pop elettronico, a pezzi dove la voce trattata diventa proprio parte del suono. In quel caso non stiamo parlando di “trucco”, ma di linguaggio musicale.
Il problema nasce quando lo stesso strumento viene usato per correggere l’intonazione. Lì la questione cambia. Perché se due artisti sono in gara e uno canta con la propria voce mentre l’altro viene sostenuto da una correzione evidente o mascherata, la competizione diventa meno chiara. Non si giudica più solo una performance. Si giudica anche il lavoro tecnico che ci sta dietro.
A Sanremo 2025 l’autotune era stato ammesso, ma con una distinzione precisa: sì come effetto sonoro, no come correttore d’intonazione. Il problema, però, è sempre lo stesso: chi stabilisce davvero il confine? Chi controlla? E soprattutto il pubblico riesce a percepire la differenza?
Perché a casa arriva una cosa sola: una voce che sembra più “a posto” di quanto forse sarebbe senza supporto. E allora il dubbio resta.
Una serata Eurovision potrebbe cambiare le regole del gioco
Eurovision ha una logica molto chiara: la voce principale deve essere live. Le basi sono preregistrate, gli strumenti non vengono suonati dal vivo nella maggior parte dei casi per motivi tecnici e organizzativi, e dal 2021 sono ammessi anche cori preregistrati. Però il centro resta quello: chi canta deve cantare davvero.
Ecco perché una serata sanremese pensata per scegliere il rappresentante italiano all’Eurovision dovrebbe essere l’occasione perfetta per introdurre una regola più severa. Almeno lì. Almeno in quella serata. Niente correzione d’intonazione sulla voce principale. Effetti vocali consentiti solo se dichiarati e chiaramente parte dell’arrangiamento. Ma se devi reggere il palco europeo, devi farlo con la voce.
Sarebbe una scelta bella anche simbolicamente. Stefano De Martino potrebbe dire: Sanremo guarda avanti, ma non rinuncia alla qualità. Vuole artisti contemporanei, non personaggi costruiti solo perché funzionano su TikTok o perché hanno una fanbase spinta dalle etichette.
Perché questo è il punto più scomodo. Negli ultimi anni, troppo spesso, la discografia ha dato la sensazione di spingere più “profili” che cantanti. Artisti con una forte identità social, una narrazione pronta, una squadra dietro, un’immagine riconoscibile. Tutte cose importanti, per carità. Ma se poi sul palco serve un software per rendere la voce più stabile, forse qualche domanda bisogna farsela.
Le etichette accetterebbero una stretta?
La risposta più realistica è: difficilmente. Le major e il sistema discografico spingono da anni verso un Festival sempre più vicino al mercato reale. E il mercato reale oggi funziona così: streaming, viralità, estetica, riconoscibilità, linguaggio generazionale. La voce pura, quella nuda, quella che ti fa capire subito chi sa cantare e chi no, non sempre è la priorità.
Anzi, a volte sembra quasi un dettaglio.
Per questo è difficile immaginare una rivoluzione totale. De Martino potrebbe anche voler dare un’impronta nuova al Festival, ma Sanremo non lo costruisce una persona sola. Ci sono Rai, case discografiche, FIMI, sponsor, management, interessi televisivi, esigenze di ascolto, trattative sotterranee. L’autotune non è solo una scelta tecnica. È una scelta politica, nel senso televisivo e industriale del termine.
Toglierlo del tutto potrebbe scontentare molti. Alcuni artisti perderebbero una parte del proprio suono. Altri perderebbero una copertura comoda. Alcune etichette potrebbero non gradire un palco troppo selettivo dal punto di vista vocale, perché il Festival oggi è anche una gigantesca vetrina promozionale.
E una vetrina non ama i rischi.
Il paradosso dei giovani: si parla di futuro, ma chi canta davvero?
Le indiscrezioni su Sanremo 2027 parlano anche di un Festival più giovane. Si fanno nomi nuovi, più vicini a scene alternative, indie, urban, pop contemporanee. Tutto molto interessante. Però il tema non può essere solo l’età anagrafica o il linguaggio musicale.
Un Festival giovane non significa per forza un Festival pieno di artisti scelti perché “funzionano con i ragazzi”. Significa anche dare spazio a chi ha qualcosa da dire e sa stare su un palco. E qui entra un altro problema enorme: le Nuove Proposte.
Il testo che ha acceso il dibattito lo dice chiaramente: tutti parlano di giovani, ma pochi li valorizzano davvero. Sanremo Giovani va spesso in onda tardi, con poca visibilità, e all’Ariston gli emergenti rischiano di essere trattati come una parentesi da sbrigare tra un big e l’altro. Se poi si aggiunge anche una serata Eurovision, lo spazio per loro potrebbe ridursi ancora di più.
Allora la domanda diventa doppia: Sanremo 2027 vuole davvero scoprire talenti o vuole solo sembrare più giovane? Vuole premiare artisti oppure personaggi già confezionati? Vuole portare all’Eurovision la canzone più forte o la proposta più comoda per le etichette?
Sono domande scomode, ma necessarie.
L’Italia all’Eurovision funziona già: perché cambiare?
C’è poi un dettaglio che rende il progetto della serata Eurovision ancora più discusso: l’Italia negli ultimi anni è andata benissimo. Dal ritorno stabile nel meccanismo eurovisivo, Sanremo ha mandato artisti capaci di piazzarsi quasi sempre molto bene. Mahmood, Måneskin, Marco Mengoni, Angelina Mango, Lucio Corsi, Sal Da Vinci: proposte diverse, risultati forti, una continuità che molti Paesi si sognano.
Per questo alcuni si chiedono: perché cambiare un sistema che funziona?
La risposta potrebbe essere televisiva. Una serata Eurovision darebbe a Sanremo un nuovo racconto, una gara nella gara, un momento diverso dalla serata cover. Potrebbe aumentare l’interesse, creare discussione, dare al pubblico la sensazione di partecipare a una scelta più internazionale.
Però una serata del genere avrebbe senso solo se portasse anche regole coerenti. Altrimenti rischierebbe di essere solo un’etichetta nuova sopra la solita logica discografica.
Se dici “serata Eurovision”, allora devi prendere sul serio l’idea di performance live. Devi chiederti se l’artista regge una platea internazionale. Devi guardare a voce, presenza, brano, messa in scena, identità. Non solo alla canzone che l’etichetta vuole spingere.
De Martino potrebbe fare la scelta coraggiosa?
Stefano De Martino, paradossalmente, potrebbe avere un vantaggio. Non viene dalla discografia. Non è un direttore artistico con un’identità musicale già ingabbiata in un genere. È un volto televisivo popolare, giovane, capace di parlare a un pubblico largo. Proprio per questo potrebbe permettersi una scelta di rottura: rendere almeno la serata Eurovision più vicina a una gara live vera.
Niente autotune correttivo. Voce principale scoperta. Effetti solo se dichiarati e riconoscibili. Più attenzione alla performance reale. Più rispetto per chi sa cantare.
Sarebbe una piccola rivoluzione? Sì. Sarebbe complicata? Molto. Succederà? Difficile dirlo, ma il pessimismo non nasce dal nulla. Il sistema musicale italiano oggi sembra spesso più interessato a vendere un’immagine che a verificare la solidità vocale di un artista. Non sempre, certo. Ci sono cantanti bravissimi, autori forti, performer veri. Però il sospetto che alcuni arrivino sul palco più per spinta industriale che per merito live è diventato difficile da ignorare.
Sanremo, se vuole restare il Festival della canzone italiana, dovrebbe avere il coraggio di rimettere la voce al centro. Non contro la modernità, ma dentro la modernità.
Una regola semplice potrebbe riaccendere il dibattito giusto
Non serve tornare all’orchestra obbligatoria o fare finta che siamo ancora negli anni Novanta. Nessuno chiede un Festival museo. La musica cambia, i suoni cambiano, la produzione cambia. Però una competizione deve avere regole leggibili.
Una regola possibile sarebbe questa: durante la serata Eurovision, voce principale senza correzione d’intonazione. Effetti vocali ammessi solo se chiaramente artistici. Schede tecniche trasparenti. Performance pensata come se l’artista dovesse salire davvero sul palco europeo il giorno dopo.
Così si capirebbe subito chi ha una proposta forte e chi si regge troppo sulla confezione.
Sarebbe bello vedere Sanremo 2027 aprire questo dibattito. Sarebbe bello se De Martino, invece di limitarsi a cambiare scenografia, ritmo o nomi, mettesse mano a una questione musicale vera. Perché il Festival può essere spettacolo, televisione, costume, meme, abiti, gossip e polemica. Ma alla fine dovrebbe restare una gara di canzoni cantate da persone che sanno stare in piedi davanti a un microfono.
Sembra una frase banale. Forse lo è. Però negli ultimi anni non è sempre sembrata così scontata.
La vera sfida non è abolire il passato, ma ripulire il presente
Sanremo 2027 ha davanti un’occasione grossa. Può usare la possibile serata Eurovision per aggiungere un altro tassello televisivo al solito carrozzone, oppure può trasformarla in un momento di verifica reale. Chi vuole rappresentare l’Italia in Europa deve dimostrare di poter cantare, reggere la pressione e portare una canzone che non dipenda solo da studio, effetti e racconto promozionale.
L’autotune come effetto può restare parte della musica contemporanea. L’autotune come stampella, in una gara, dovrebbe almeno essere discusso seriamente.
Forse De Martino non lo farà. Forse le etichette spingeranno per mantenere più libertà possibile. Forse si troverà il solito compromesso: sì agli effetti, no alla correzione, ma poi tutto resterà abbastanza sfumato. Sarebbe la soluzione più probabile, purtroppo.
Però la domanda ormai è sul tavolo. Se Sanremo vuole scegliere anche il rappresentante Eurovision con una serata dedicata, allora deve decidere che tipo di gara vuole essere. Una vetrina per prodotti discografici o un palco dove la voce conta ancora?
Secondo voi Stefano De Martino dovrebbe abolire l’autotune correttivo almeno nella possibile serata Eurovision di Sanremo 2027, oppure la musica pop di oggi non può più farne a meno? Scrivetelo nei commenti.


