Parliamoci chiaro: Sanremo 2026 ha appena svelato i suoi trenta Big e tra loro ci sono nomi che quest’anno potranno usare tranquillamente l’autotune sul palco dell’Ariston. Carlo Conti, come il suo predecessore, ha dato il via libera a questo strumento che “corregge” l’intonazione o crea effetti vocali. Intanto, i Jalisse hanno collezionato il loro ventinovesimo rifiuto consecutivo. Sì, avete capito bene: ventinove. Ma allora la domanda sorge spontanea: se accettiamo cantanti che hanno bisogno dell’autotune per stare in piedi vocalmente, perché non dare una possibilità anche a chi nel 1997 ha vinto il Festival con “Fiumi di parole”?
L’autotune è ovunque, anche a Sanremo
Facciamo un passo indietro. L’autotune è ormai sdoganato praticamente ovunque. A Sanremo 2025, Carlo Conti ha dichiarato apertamente che può essere usato come “effetto vocale”, anche se distinguere tra effetto e correzione dell’intonazione è praticamente impossibile. Francesco Gabbani non ha usato mezzi termini: “L’autotune andrebbe tolto. Il fatto è che poi molti non potrebbero cantare dal vivo”.
E non è il solo a pensarla così. Eros Ramazzotti, nel presentare il suo nuovo album, ha lanciato una stoccata pesante: “Oggi si usa molto l’autotune e tanta gente non capisce la differenza tra chi lo usa e chi no. Bisognerebbe tornare al passato, dove uno si giudica anche per come canta”. Il cantante romano ha aggiunto di non averlo mai usato né in studio né dal vivo, sottolineando che “sarebbe il caso di ritornare un po’ al passato dove comunque uno lo giudichi anche per come canta”.
Anche Nino D’Angelo è stato lapidario: “L’autotune? Fa miracoli, toglierlo farebbe danni incalcolabili, stroncherebbe le carriere”. Insomma, tutti sanno che c’è, tutti sanno che viene usato, ma nessuno ha il coraggio di fare nomi e cognomi.
L’Eurovision dice no (o quasi)
Interessante notare che l’Eurovision Song Contest ha una posizione molto più rigida. L’EBU ha chiarito che l’autotune può essere usato solo per effetti sonori su parti di una canzone, ma non per correggere l’intonazione del cantante durante l’esibizione. Una distinzione sottile ma importante: in teoria, all’Eurovision devi saper cantare davvero.
Non a caso, quando Olly, vincitore di Sanremo 2025, ha rifiutato di rappresentare l’Italia all’Eurovision, sono subito partite le speculazioni. Sarà che senza autotune la situazione si faceva complicata? Lui ha negato, ma i dubbi restano. E al suo posto è andato Lucio Corsi, uno che l’autotune probabilmente non sa nemmeno cos’è.
I Jalisse e il mistero dei 29 no
E arriviamo al punto. I Jalisse hanno vinto Sanremo nel 1997 con “Fiumi di parole”, arrivando poi quarti all’Eurovision. Da allora, niente. Zero. Ventinove rifiuti da parte di tutti i direttori artistici che si sono succeduti. Amadeus, Baglioni, Conti: tutti no.
Fabio Ricci e Alessandra Drusian si candidano ogni anno, con una tenacia che sfiora l’eroismo. Quest’anno si sono presentati all’annuncio dei Big con due palloncini rossi con scritto “2” e “9”. Quando Carlo Conti non ha fatto il loro nome, hanno commentato sui social: “E la saga continua, le domande rimangono, ma noi ci rialziamo sempre”.
Ma perché questo accanimento? Forse le canzoni non sono abbastanza buone? Possibile. Forse c’è un pregiudizio dopo le accuse di plagio del 1997, quando “Fiumi di parole” fu accusato di somigliare troppo a “Listen to Your Heart” dei Roxette? Forse. O forse, semplicemente, i Jalisse sono diventati un meme e nessun direttore artistico vuole essere quello che li riammette.
Il paradosso del Festival
Ed eccoci al paradosso. Se a Sanremo accettiamo cantanti che usano l’autotune per mascherare le carenze vocali, se ammettiamo artisti che fanno ottimo social media marketing ma che dal vivo hanno bisogno di aiutini tecnologici, perché non dare una possibilità ai Jalisse? Almeno loro, nel bene o nel male, sanno cantare senza trucchetti.
Madame, Blanco, Sfera Ebbasta, Tony Effe: tutti usano l’autotune in modo massiccio. E va benissimo, è il loro stile, fa parte del genere trap e urban. Ma se il Festival è diventato così inclusivo da accettare qualsiasi tipo di proposta musicale, anche quella che necessita di correzioni vocali in tempo reale, allora perché i Jalisse no?
Forse perché non hanno abbastanza follower su TikTok? Forse perché non fanno parte delle giuste etichette discografiche? Francesco Gabbani ha detto una cosa molto vera: “La gara si è spostata più sul personaggio che sulla canzone”. Traduzione: conta più chi sei e quanti fan hai sui social che quanto sai cantare.
Un appello (ironico) a Carlo Conti
Caro Carlo, sei stato molto coraggioso nell’accettare l’autotune a Sanremo. Hai detto che “sarebbe assurdo vietare uno degli strumenti che oggi caratterizzano certi generi musicali”. Giusto. Ma allora perché non essere coraggioso anche con i Jalisse?
Dài loro una possibilità nel 2027. Facciamoli arrivare a 30 tentativi, numero tondo, cifra perfetta per chiudere in bellezza. Se poi arrivano ultimi, pazienza. Ma almeno avremo dimostrato che Sanremo è davvero il Festival di tutti, non solo di chi ha il miglior social media manager o il miglior fonico con l’autotune sempre pronto.
E poi, diciamocelo: i Jalisse a questo punto fanno più notizia di metà del cast. La loro assenza genera più dibattito della presenza di molti Big. Sono diventati un fenomeno culturale indipendente dal Festival. Un po’ come Fiorello, che va e viene dall’Ariston quando gli pare.
Quindi sì, vogliamo i Jalisse a Sanremo 2026 (ok, 2027, ormai è tardi per quest’anno). Non perché siano i più bravi, non perché meritino per forza un posto. Ma perché se accettiamo chi canta con l’autotune, se accettiamo chi fa milioni di visualizzazioni su Spotify ma che dal vivo è discutibile, allora dobbiamo accettare anche chi, nel bene o nel male, ha vinto quel palco nel 1997 e che continua a provarci con una tenacia che meriterebbe almeno un premio alla carriera.
E tu cosa ne pensi? Daresti una possibilità ai Jalisse oppure pensi che sia giusto tenerli fuori ancora per qualche anno? Dillo nei commenti!


