The Front Room è appena arrivato su Netflix e in pochi giorni ha già attirato l’attenzione di chi segue le produzioni A24, il marchio che negli ultimi anni ha ridefinito il cinema horror d’autore con Hereditary, Midsommar e i film di Robert Eggers. Al centro di questo film c’è una suocera anziana, bigotta, incontinente e potenzialmente diabolica, interpretata da un’attrice britannica che potresti già conoscere senza sapere di conoscerla. Si chiama Kathryn Hunter, e l’hai quasi certamente già vista almeno due volte.
L’attrice che non dimentichi mai
In Povere creature! di Yorgos Lanthimos, Hunter interpretava Madame Swiney, la tenutaria del bordello di Parigi con i tatuaggi e un’aria di disfatta lussuriosa che rendeva ogni sua scena memorabile. In Harry Potter e l’Ordine della Fenice era Arabella Figg, la vicina di casa di Harry che si rivela essere una Squib, una persona nata in famiglia di maghi ma priva di poteri magici. Nel Macbeth di Joel Coen del 2021 interpretò da sola tutte e tre le streghe, senza controfigure né trucchi di montaggio: una prova teatrale traslata al cinema che le valse recensioni entusiastiche dalla critica internazionale. Nella serie Andor su Disney+ aveva un ruolo ricorrente per cinque episodi.
Quello che accomuna tutte queste interpretazioni è qualcosa di fisico prima ancora che recitativo: Hunter ha una capacità di contorcere il corpo in posizioni che a chiunque altro sembrerebbero impossibili, retaggio di decenni di teatro fisico sperimentale cominciato alla Royal Academy of Dramatic Art di Londra, dove si è formata. Ha vinto l’Olivier Award, il premio teatrale più prestigioso del Regno Unito, per Best Actress nel 1991. Ha interpretato Re Lear da sola in scena, recitando tutti i personaggi. Non è esattamente il profilo di qualcuno che fa il minimo sindacale.
In The Front Room questa fisicità viene messa al servizio di Solange, la matrigna di Norman che si presenta alla porta della coppia con una valigia, un rosario, una sedia a rotelle e la ferma intenzione di non andarsene mai più. Hunter costruisce il personaggio su un equilibrio precario tra fragilità reale e minaccia latente: Solange cammina con difficoltà, ha bisogno di assistenza, ma ogni gesto ha qualcosa di calcolato, ogni parola viene pesata con una precisione che non ci si aspetta da una donna anziana in carrozzina. Lo spettatore non capisce mai del tutto se sia davvero malvagia o semplicemente insopportabile, e quella ambiguità è la cosa più riuscita dell’intero film.
I gemelli che non hanno un fratello famoso a caso
Alla regia ci sono Max e Sam Eggers, gemelli al loro esordio in un lungometraggio. Il cognome non è casuale: sono i fratelli minori di Robert Eggers, il regista de The Witch, The Lighthouse e il recente Nosferatu, tutti prodotti da A24. Max aveva già collaborato con Robert scrivendo la sceneggiatura di The Lighthouse, il film con Willem Dafoe e Robert Pattinson rinchiusi insieme in un faro che lentamente li consuma. Sam era stato assistente di produzione sia su The Witch che su un cortometraggio che Robert aveva diretto nel 2008, ispirato al racconto di Edgar Allan Poe Il cuore rivelatore.
Cresciuti dentro una famiglia in cui il cinema gotico e la cura maniacale per l’atmosfera erano l’aria di casa, i due portano in The Front Room una sensibilità estetica riconoscibile anche per chi non sa nulla del loro cognome: ogni inquadratura è pensata, il ritmo è lento ma non tedioso, e la tensione viene costruita attraverso i dettagli domestici più che attraverso i salti sulla sedia. La casa in cui si svolge quasi tutta la storia diventa un personaggio, con i suoi spazi ridisegnati dall’arrivo di Solange, i corridoi trasformati in terreni di guerra silenziosa, le stanze contese centimetro per centimetro.
Brandy Norwood e il ritorno all’horror dopo ventisei anni
La protagonista è Brandy Norwood, conosciuta in Italia soprattutto come cantante degli anni Novanta, quella di The Boy Is Mine in duetto con Monica e di una serie di album che hanno segnato il pop americano di quell’epoca. Al cinema, però, non era del tutto sconosciuta: nel 1998 aveva affiancato Jennifer Love Hewitt nel sequel So cosa hai fatto, il film slasher ambientato alle Bahamas che le aveva dato visibilità sul grande schermo. Poi il cinema si era fatto sempre più raro, tra serie televisive e apparizioni sporadiche.
The Front Room segna il suo ritorno all’horror dopo ventisei anni, con un ruolo da protagonista assoluta che le chiede di stare in scena per quasi tutta la durata del film reggendo il confronto con Hunter, che di esperienza scenica ne ha da vendere. Brandy interpreta Belinda, un’antropologa in gravidanza che ha già perso un figlio in passato e che si ritrova a convivere con una suocera che sembra voler mettere le mani sul bambino che sta aspettando, in un senso che non è mai del tutto chiaro se sia letterale o metaforico. La prova di Brandy sorprende perché non recita mai a un solo registro: Belinda è stanca, spaventata, spesso sull’orlo di un esaurimento nervoso, ma ha anche una determinazione che emerge nei momenti in cui viene messa alle strette.
La storia viene dalla stessa autrice de La donna in nero
Il film è tratto da un racconto breve di Susan Hill, pubblicato nel 2016 nella raccolta The Travelling Bag and Other Ghostly Stories. Hill è la stessa scrittrice che ha dato vita a La donna in nero, romanzo poi adattato per il teatro con grande successo e poi per il cinema nella versione con Daniel Radcliffe del 2012. Anche The Front Room come racconto ha quella qualità gotica tipica di Hill: la minaccia che si annida dentro le cose quotidiane, il pericolo che cresce lentamente senza mai dichiararsi apertamente, l’orrore che nasce da dinamiche familiari piuttosto che da creature soprannaturali.
Max e Sam Eggers hanno adattato il racconto aggiungendo elementi che nel testo originale erano solo accennati, tra cui il passato doloroso di Belinda e il rapporto tra Norman e la sua famiglia d’origine. L’idea di Norman come un uomo che porta ancora i segni dell’educazione rigida e fanaticamente religiosa di Solange aiuta a capire perché, anche davanti all’evidenza, continui a esitare invece di prendere una posizione netta.
Il dettaglio del nome
Tra le curiosità più sottili del film ce n’è una che richiede attenzione per essere colta. Solange si rifiuta in modo sistematico di chiamare il figliastro semplicemente Norman: lo chiama sempre «Norman Gene», usando il nome completo in ogni occasione, anche nelle conversazioni più banali. In inglese, «Norman Gene» pronunciato ad alta voce suona quasi identico a «Norma Jean», che era il nome anagrafico di Marilyn Monroe. Non è una coincidenza: è una scelta deliberata della sceneggiatura, un modo per far capire che Solange continua a esercitare un controllo sul figliastro anche attraverso il linguaggio, ricordandogli ogni volta chi l’ha tirato su e in quale modo.
Il giorno sbagliato per uscire al cinema
Nonostante la produzione A24 e il cast di qualità, The Front Room ebbe una vita nelle sale americane piuttosto sofferta. Il film uscì il 6 settembre 2024, lo stesso giorno in cui arrivava nei cinema Beetlejuice Beetlejuice, il sequel di Tim Burton con Michael Keaton che il pubblico aspettava da quasi quarant’anni. Il risultato fu prevedibile: Beetlejuice Beetlejuice dominò il weekend con numeri enormi, mentre The Front Room incassò appena 1,7 milioni di dollari nel primo fine settimana, arrivando a soli 3,1 milioni nelle prime otto settimane di programmazione complessiva.
Su Netflix ha finalmente trovato il pubblico che in sala non era riuscito a intercettare: quello che ama il cinema dell’orrore psicologico, che apprezza quando la paura viene costruita con la lentezza anziché con i rumori improvvisi, e che è disposto a seguire una storia di dinamiche familiari tossiche fino al punto in cui diventano qualcosa di molto più difficile da classificare.
Hai già visto The Front Room su Netflix, e avevi già riconosciuto Kathryn Hunter prima di leggere questo articolo?


