Sarah Kellen, ex assistente personale di Jeffrey Epstein, ha raccontato davanti alla House Oversight Committee una versione durissima della sua storia con il finanziere morto nel 2019. Per anni il suo nome è stato associato al lato operativo della rete di Epstein, tanto da essere descritta in passato come una figura vicina a Ghislaine Maxwell. Ora, però, Kellen sostiene di essere stata prima di tutto una vittima: manipolata, controllata, abusata psicologicamente e sessualmente.
La sua testimonianza sta facendo discutere perché tocca uno dei nodi più scomodi dell’intero caso Epstein: dove finisce la responsabilità di chi ha lavorato dentro quel sistema e dove comincia la distruzione personale subita da chi, secondo il proprio racconto, sarebbe stato intrappolato proprio da quel sistema?
Domanda pesante. E infatti non si risolve con un titolo urlato.
Kellen ha dichiarato di essere stata “groomed”, cioè preparata e manipolata, da Epstein. Ha parlato di controllo, dominio, abuso psicologico, confusione mentale, incapacità di distinguere i propri pensieri da quelli imposti da lui. Una descrizione che restituisce l’idea di una relazione di potere molto più profonda di un semplice rapporto di lavoro.
Secondo la sua testimonianza, avrebbe iniziato a lavorare per Epstein nei primi anni 2000, in un contesto che le era stato presentato come una possibilità professionale. Lei, giovane e vulnerabile, avrebbe creduto di poter trovare un’occasione. Poi, stando al suo racconto, quell’occasione sarebbe diventata una trappola.
Una testimonianza che cambia il modo di guardare il suo ruolo
Il nome di Sarah Kellen non è nuovo nelle ricostruzioni sul caso Epstein. Per anni è stata indicata come una delle persone che sapevano molto, forse troppo, della vita privata e delle attività del finanziere. Nel 2008 ottenne l’immunità nell’ambito del discusso accordo giudiziario in Florida, quello che ancora oggi viene considerato uno dei passaggi più controversi della vicenda.
Proprio per questo la sua nuova testimonianza ha un peso particolare. Kellen non si presenta soltanto come ex collaboratrice. Si presenta come una donna che sostiene di essere stata assorbita, manipolata e usata da Epstein fino a perdere autonomia. Ha raccontato di aver svolto mansioni che andavano ben oltre il lavoro amministrativo, e di aver vissuto in un ambiente segnato da pressione, paura e controllo.
Il passaggio più forte riguarda l’idea della coercizione. Kellen sostiene che il suo rapporto con Epstein non fosse libero, ma costruito su dipendenza economica, manipolazione psicologica e abuso. Questo non cancella automaticamente ogni domanda sul suo ruolo, ma rende il quadro molto più complesso rispetto alla formula facile: “era complice” o “era vittima”.
La realtà, nei casi di abuso prolungato, spesso è più sporca e meno comoda. Ci sono zone grigie. Ci sono persone che possono aver partecipato a un sistema e, allo stesso tempo, essere state distrutte da quel sistema. Dirlo non significa assolvere nessuno. Significa evitare di raccontare una vicenda enorme con categorie da talk show.
Le accuse e la cautela necessaria
Nel racconto emerso dalla testimonianza, Kellen descrive episodi di abuso fisico e psicologico attribuiti a Epstein. Alcune accuse riguardano anche altre persone nominate durante l’audizione, e la commissione ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di valutare i fatti. Questo è un dettaglio importante: la House Oversight Committee non è un tribunale e non stabilisce colpe o innocenze.
Le accuse vanno prese sul serio, ma vanno anche verificate. Soprattutto in una vicenda come quella di Epstein, dove si intrecciano potere, denaro, personaggi pubblici, accordi giudiziari, omertà e anni di silenzi. Il rischio di trasformare ogni nome in una condanna istantanea è altissimo. Il rischio opposto, però, è altrettanto grave: liquidare chi parla come una persona che vuole solo salvarsi la reputazione.
Kellen, secondo quanto riportato dalle ricostruzioni, sarebbe pronta a raccontare ancora di più in futuro, forse in un libro o in un documentario. Anche questa parte fa discutere. C’è chi vede in lei una figura che finalmente decide di parlare. Altri restano diffidenti, ricordando il suo passato vicino a Epstein e Maxwell.
La verità, probabilmente, non sta nello slogan più comodo.
Epstein continua a essere un caso che non si chiude
La forza del caso Epstein è anche questa: ogni volta che sembra archiviato, torna fuori un pezzo nuovo. Una testimonianza, un documento, una lista, una deposizione, una persona che racconta di essere stata travolta da quel mondo. Epstein è morto in carcere nel 2019 mentre attendeva il processo federale per traffico sessuale. Ghislaine Maxwell è stata condannata. Eppure la sensazione pubblica è che manchi ancora molto.
Non tanto perché servano teorie complottiste a caso, quelle che spuntano come funghi appena c’è un miliardario con troppi contatti. Il problema è più concreto: per anni Epstein ha frequentato ambienti ricchissimi, potenti, protetti. Aveva case, aerei, isole, relazioni sociali enormi. E attorno a lui c’erano persone che sapevano, persone che non vedevano, persone che preferivano non chiedere, persone che forse avevano paura.
La testimonianza di Sarah Kellen va letta dentro questo contesto. Non è solo la storia di una ex assistente che parla dopo anni. È un altro pezzo di un sistema che ha funzionato perché molte parti, piccole e grandi, hanno continuato a muoversi senza fermarsi.
Il punto più scomodo: vittima, testimone o ingranaggio?
La domanda che resta è forse la più difficile: Sarah Kellen va considerata una vittima, una testimone, un ingranaggio del sistema Epstein o tutte queste cose insieme?
Una risposta netta farebbe comodo, ma sarebbe probabilmente troppo facile. Se le sue parole verranno confermate, il suo racconto mostra quanto Epstein potesse manipolare anche chi gli stava accanto. Allo stesso tempo, il suo passato dentro quella rete continuerà a generare domande legittime. Non per attaccarla a priori, ma perché il caso Epstein riguarda anche le responsabilità di chi era vicino a lui.
La cosa importante è non cadere nel riflesso più tossico del web: trasformare una testimonianza su abusi in una gara tra fazioni. Non serve decidere in dieci secondi se Kellen sia credibile al cento per cento o se stia solo cercando di ripulirsi l’immagine. Servono indagini, documenti, riscontri, domande precise.
Il caso Epstein ha già mostrato abbastanza orrore. Se questa nuova testimonianza può aiutare a chiarire cosa è successo davvero, allora va ascoltata. Con prudenza, sì. Ma anche senza quella freddezza cinica che spesso riserviamo alle persone quando raccontano abusi troppo difficili da digerire.
Perché dietro i nomi famosi, le ville, i voli privati e le amicizie imbarazzanti, resta una cosa molto semplice: ci sono persone che dicono di essere state distrutte. E il minimo, davanti a storie così, è non usare la loro vita come carburante da gossip.
Secondo voi la testimonianza di Sarah Kellen può aiutare a capire meglio il sistema Epstein o arriva troppo tardi per cambiare davvero qualcosa? Scrivetelo nei commenti.


