Scary Stories to Tell in the Dark 2 non è morto, almeno non nelle intenzioni di André Øvredal. Il regista del film horror del 2019 ha confermato di voler tornare su quel mondo fatto di racconti maledetti, mostri inquietanti e paura “per ragazzi”, ma c’è un ostacolo che sta rallentando tutto: i diritti. Non la mancanza di idee, non la paura di un flop, non un regista che si è stufato. Il problema, a quanto pare, è molto meno romantico e molto più frustrante: carte, studi, proprietà e uffici legali.
Øvredal ne ha parlato mentre promuoveva il suo nuovo horror Passenger, in uscita negli Stati Uniti il 22 maggio 2026 e arrivato in Italia con data indicata al 21 maggio 2026 da diverse schede italiane. The Space Cinema segnala l’uscita al 20 maggio, mentre ComingSoon e MYmovies riportano il 21 maggio. Quindi, per il pubblico italiano, il film è sostanzialmente in sala nella settimana del 20-21 maggio.
E proprio durante le interviste per Passenger è saltato fuori il tema che interessa ai fan dell’horror: che fine ha fatto Scary Stories to Tell in the Dark 2?
La risposta è: esiste ancora, ma è incastrato.
Il primo film, diretto da Øvredal e prodotto anche da Guillermo del Toro, era uscito negli Stati Uniti il 9 agosto 2019 e in Italia il 24 ottobre 2019, distribuito da Notorious Pictures. Non era stato un fenomeno enorme alla It o alla Conjuring, ma aveva fatto il suo dovere: circa 104 milioni di dollari al box office mondiale contro un budget intorno ai 25-28 milioni. Numeri che, per Hollywood, di solito significano una sola cosa: “facciamo il seguito prima che qualcuno cambi idea”.
E infatti il sequel era stato annunciato nel 2020, con Øvredal pronto a tornare alla regia. Sulla carta sembrava tutto abbastanza logico. C’erano i libri di Alvin Schwartz, c’erano ancora tante storie da adattare, c’era l’impronta visiva di Stephen Gammell da trasformare in immagini da incubo, e c’era un pubblico giovane che aveva trovato nel primo film una specie di porta d’ingresso verso l’horror.
Poi si è messo di mezzo il mondo reale. Che, come spesso accade, è meno spaventoso di un mostro pallido che ti cerca nel corridoio, ma molto più efficace nel bloccare un progetto.
Øvredal ha spiegato che il sequel è finito in una specie di “inferno dei diritti”. Il primo film era legato a CBS Films ed Entertainment One, due realtà che oggi non esistono più nella forma in cui esistevano allora. CBS Films è stata chiusa nel 2019, mentre Entertainment One è stata acquistata da Hasbro nello stesso anno e poi venduta nel 2022. Risultato: i diritti si sono spostati, frammentati, complicati. E quando succede questo, anche se un regista ha una storia pronta e vuole girare, non basta dire “dai, facciamolo”.
Serve che chi possiede i diritti si metta d’accordo. E questa, spesso, è la parte più lenta.
La cosa interessante è che Øvredal non parla del sequel come di un’idea vaga. Non dice “forse un giorno”. Dice che una storia c’è, e che a lui piace molto. Il problema è che, prima di arrivare al set, qualcuno deve decidere chi ha davvero in mano il film e chi può dare il via libera. Una situazione abbastanza surreale: creativamente il progetto sembra vivo, legalmente è come se fosse chiuso in una stanza con la porta bloccata.
Ed è un peccato, perché Scary Stories to Tell in the Dark aveva un’identità precisa. Non era un horror estremo, non voleva traumatizzare lo spettatore adulto a tutti i costi. Era più una fiaba nera per adolescenti, con una confezione molto curata e creature memorabili. Il primo film aveva qualche limite, certo. La trama era abbastanza lineare e alcuni passaggi sembravano trattenersi un po’ troppo. Però aveva atmosfera. Aveva immagini forti. E soprattutto aveva quella qualità rara degli horror “gateway”: spaventava abbastanza da lasciare il segno, ma non così tanto da chiudere la porta ai più giovani.
In un mercato dove l’horror continua a funzionare benissimo, un sequel avrebbe ancora senso. Anzi, forse oggi ne avrebbe persino di più. Il pubblico è abituato a universi narrativi, saghe, ritorni, prequel, spin-off. E i libri di Schwartz offrono materiale perfetto per espandere quel mondo senza ripetere per forza la stessa identica formula. Si potrebbe continuare con i personaggi del primo film, oppure prendere una strada più antologica, usando il libro maledetto come filo rosso. Le possibilità non mancano.
Anche perché Øvredal è un regista che con l’horror sa lavorare. Prima di Scary Stories aveva firmato Troll Hunter e Autopsy, poi è passato anche da The Last Voyage of the Demeter. Non sempre tutti i suoi film hanno convinto allo stesso modo, ma ha un gusto evidente per il mostro, per l’attesa e per quel tipo di paura fisica che nasce da una presenza concreta, non solo da un rumore improvviso.
Ora con Passenger torna in sala con un’altra storia di terrore, questa volta legata a un viaggio on the road che si trasforma in incubo. La trama parla di una giovane coppia che assiste a un terribile incidente e poi si rende conto di non aver lasciato davvero il luogo dello schianto: qualcosa, o qualcuno, li segue. Un’idea semplice, sporca, molto adatta a un horror da tensione crescente.
Ma il pensiero dei fan resta lì: Scary Stories 2 si farà?
La risposta più onesta è: sì, può ancora succedere, ma non subito e non finché i diritti non saranno sistemati. Øvredal sembra pronto. La storia sembra pronta. Il pubblico, probabilmente, pure. Manca solo la parte meno affascinante del cinema: far parlare gli uffici legali senza che qualcuno si perda per strada.
E a volte, nell’horror hollywoodiano, il vero mostro non è quello sotto il letto. È quello dentro un contratto.
E tu vorresti vedere Scary Stories to Tell in the Dark 2 o pensi che il primo film dovesse restare un esperimento isolato? Scrivilo nei commenti.


