Sean Ono Lennon ha appena svelato dettagli inediti sul rapporto conflittuale che suo padre John Lennon aveva sviluppato con i Beatles negli ultimi anni della band. Il figlio del leggendario musicista, nato nel 1975 dall’unione tra John e l’artista d’avanguardia Yoko Ono, ha rilasciato un’intervista a BBC Radio 6 Music che getta nuova luce sui motivi che spinsero il cofondatore dei Fab Four ad allontanarsi dal gruppo che lo aveva reso immortale.
Le rivelazioni arrivano in concomitanza con l’uscita del documentario “One To One: John & Yoko”, per il quale Sean ha supervisionato il mastering audio del materiale concertistico. Il film racconta gli anni che la coppia trascorse in un appartamento di Greenwich Village a New York nei primi anni ’70, periodo durante il quale si impegnarono attivamente nella politica di protesta e tennero un concerto benefico al Madison Square Garden.
Sean ha fornito una prospettiva unica su quel periodo turbolento, spiegando come suo padre non avesse perso l’amore per la musica, ma piuttosto per un certo tipo di celebrità e per il “macchinario della pop machine” di cui si sentiva prigioniero. “Non credo che avesse smesso di amare la musica. Credo che avesse smesso di amare un certo tipo di fama”, ha dichiarato il musicista e produttore, offrendo una chiave di lettura che va oltre i soliti luoghi comuni sulla rottura dei Beatles.
Questa testimonianza familiare aggiunge tasselli importanti alla comprensione di una delle transizioni artistiche più discusse della storia del rock, quando John Lennon passò dal essere il leader indiscusso della band più famosa del mondo a diventare un attivista radicale al fianco di Yoko Ono.
La ribellione contro la macchina del successo
“Penso che si fosse stancato di dover essere parte di un macchinario”, spiega Sean, descrivendo il crescente fastidio del padre verso l’industria musicale che lo aveva creato. Nonostante John fosse sempre stato “ribelle all’interno di quel sistema”, secondo il figlio nutriva un vero e proprio risentimento verso l’obbligo di “dover essere un Beatle”.
La relazione con Yoko Ono rappresentò il catalizzatore di questo cambiamento, diventando sia lo strumento che il simbolo della sua voglia di rinnovamento artistico. “Voleva andare avanti ed essere un artista radicale e attivista con questa ragazza, Yoko, di cui si era innamorato”, racconta Sean, sottolineando come l’amore abbia fornito a John la spinta emotiva necessaria per rompere con il passato.
La ricerca di una nuova identità artistica
John stava cercando un nuovo modo di fare le cose, e questo processo di reinvenzione comportò inevitabilmente delle difficoltà creative. Sean definisce questi ostacoli “dolori della crescita”, un termine che descrive perfettamente le sfide artistiche che suo padre dovette affrontare nel periodo post-Beatles.
Il disco “Some Time in New York City”, realizzato insieme a Yoko e inizialmente accolto freddamente dal pubblico, rappresenta secondo Sean un esempio di questa fase di sperimentazione. “Penso che le canzoni siano davvero fantastiche. Sono solo meno curate di quello a cui la gente era abituata”, spiega, evidenziando come il materiale fosse stato “chiaramente registrato in modo impulsivo e veloce”.
Lo spirito proto-punk che anticipava i tempi
La descrizione di Sean del lavoro del padre in quel periodo è illuminante: “Era quasi come uno spirito punk, un tipo di spirito proto-punk”. Una definizione che colloca John Lennon come precursore di movimenti musicali che sarebbero emersi anni dopo, dimostrando come la sua ricerca artistica fosse in anticipo sui tempi.
Il messaggio fortemente politico combinato con questo approccio musicale più grezzo creò una miscela esplosiva che il pubblico dell’epoca non era pronto ad accettare. “Non penso che la gente fosse pronta per quello, abbinato a quanto fosse pesante il messaggio politico”, riflette Sean, spiegando come il scarso successo commerciale abbia rappresentato un colpo duro per entrambi i genitori.
L’allontanamento dall’attivismo radicale
Il progetto “Mind Games”, che Sean ha supervisionato nella riedizione in boxset l’anno scorso, segna un momento di transizione importante. L’album, registrato durante quello che Sean descrive come un periodo “davvero terrificante” per i suoi genitori, rappresenta un passo indietro dall’attivismo più radicale.
“Penso che si sentissero come se non volessero più essere in quel mondo. Si resero conto che non era una strada divertente per loro e quindi volevano fare musica che fosse meno direttamente attaccante verso l’establishment e concentrarsi di più sulla pace e l’amore”, spiega Sean, tracciando un’evoluzione artistica che riporta John verso tematiche più universali.
L’eredità di un vuoto incolmabile
Sean ha rivelato anche dettagli toccanti sul modo in cui la famiglia ha elaborato la perdita di John. “Mia madre non ha mai superato” la morte del padre, confessa, aggiungendo che lui stesso ha iniziato a fare musica per “riempire il vuoto” lasciato dalla scomparsa del genitore.
“Non ho mai suonato musica perché ero bravo. Ho perso mio padre e non sapevo come riempire quel vuoto. Imparare a suonare le sue canzoni alla chitarra è stato un modo per elaborare la perdita con un’attività che mi faceva sentire connesso a lui”, racconta Sean, offrendo uno spaccato intimo di come la musica possa diventare strumento di guarigione e connessione tra generazioni.
Il progetto “Power To The People”
Il nuovo boxset “Power To The People”, in uscita il 10 ottobre, rappresenta l’ultima fatica di Sean nella preservazione dell’eredità paterna. La raccolta esplora l’era newyorkese di John e Yoko, includendo demo inedite, registrazioni casalinghe, jam session e una versione restaurata di “Instant Karma! (We All Shine On)”.
Il progetto testimonia l’impegno di Sean nel mantenere viva la memoria artistica del padre, ma anche nel contestualizzarla storicamente, mostrando come quel periodo di apparente crisi creativa fosse in realtà una fase di profonda ricerca espressiva.
Le collaborazioni contemporanee
Sean continua a costruire ponti musicali tra passato e presente, come dimostra la recente collaborazione con Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) nella band Mantra Of The Cosmos per il brano “Rip Off”, che vede anche la partecipazione di James McCartney (figlio di Paul). Una sorta di reunion della seconda generazione Beatles che mantiene vivo lo spirito collaborativo dell’era d’oro.
Le parole di Sean offrono una prospettiva familiare unica su uno dei periodi più discussi della storia del rock, mostrando come dietro le decisioni artistiche apparentemente incomprensibili ci fossero motivazioni profondamente umane. La voglia di libertà creativa, il bisogno di autenticità espressiva e il desiderio di utilizzare la propria influenza per cause più grandi della semplice intrattenimento emergono come i veri motori del cambiamento di John Lennon.
La testimonianza del figlio aiuta a comprendere come la transizione dai Beatles alla carriera solista non sia stata solo una questione di ego o di conflitti interni al gruppo, ma piuttosto il risultato di una profonda evoluzione personale e artistica che meritava di essere esplorata, indipendentemente dalle conseguenze commerciali.
Cosa ne pensi delle rivelazioni di Sean Lennon sul padre? Credi che John abbia fatto bene ad abbandonare i Beatles per perseguire la sua visione artistica? Raccontaci nei commenti se pensi che la musica debba sempre essere anche politicamente impegnata!


