Negli anni Novanta la fantascienza televisiva viveva un momento irripetibile, e tra Star Trek, X-Files, Babylon 5 e Stargate c’era anche una serie che oggi molti hanno quasi dimenticato: SeaQuest – Odissea negli abissi. Negli Stati Uniti si chiamava seaQuest DSV, aveva Roy Scheider come protagonista, Steven Spielberg tra i produttori esecutivi e un’idea ancora oggi molto affascinante: immaginare il futuro dell’umanità non nello spazio, ma sotto il mare.
La serie andò in onda dal 1993 al 1996 per tre stagioni. In Italia arrivò su Italia 1 nel 1997 con il titolo SeaQuest – Odissea negli abissi, e in seguito venne riproposta anche su Canale 5 e Steel. La prima stagione era ambientata nel 2018, che all’epoca sembrava un futuro abbastanza lontano, mentre la terza spostava la storia fino al 2032.
A rivederla oggi fa quasi sorridere pensare che quel 2018 sia già passato da anni, ma l’idea di fondo resta sorprendentemente attuale.
Il SeaQuest era un sottomarino tecnologicamente avanzatissimo, costruito per esplorare gli abissi, proteggere le colonie sottomarine e mantenere l’equilibrio tra nazioni e territori indipendenti. Il mondo della serie immaginava oceani sfruttati per ricavare nuove risorse, città costruite sott’acqua e una crescente tensione politica per il controllo dei fondali.
Al comando c’era Nathan Bridger, interpretato da Roy Scheider, l’attore che molti ricordano soprattutto per Lo squalo. Bridger non era il classico comandante militare aggressivo. Era più interessato alla scienza, alla ricerca e alla possibilità di evitare i conflitti, e proprio questa impostazione dava alla prima stagione un tono molto particolare.
C’era anche Lucas Wolenczak, giovanissimo genio informatico interpretato da Jonathan Brandis, e soprattutto Darwin, il delfino capace di comunicare con l’equipaggio attraverso una tecnologia di traduzione. Una scelta che oggi potrebbe sembrare curiosa, ma che all’epoca contribuiva a rendere la serie immediatamente riconoscibile.
La prima stagione cercava spesso di mantenere un legame con la biologia marina e la ricerca scientifica. Gli episodi affrontavano problemi ambientali, nuove forme di vita, esplorazioni e tensioni geopolitiche. Amblin ricorda ancora oggi la serie proprio come un’avventura futuristica costruita attorno all’esplorazione degli oceani e ai loro misteri.
Poi iniziarono i problemi.
Gli ascolti non furono quelli sperati e dalla seconda stagione la produzione provò a rendere la serie più spettacolare e più vicina alla fantascienza tradizionale. Comparvero astronavi aliene, poteri psichici, viaggi nel tempo e creature decisamente meno legate alla plausibilità scientifica della prima annata.
Roy Scheider non gradì affatto questa svolta.
L’attore avrebbe preferito continuare con una serie più concreta, legata all’esplorazione e alla scienza, e non nascondeva il fastidio per il tentativo di trasformare SeaQuest in qualcosa di sempre più vicino a Star Trek. I rapporti dietro le quinte diventarono difficili e, arrivati alla terza stagione, Scheider ridusse drasticamente la propria presenza.
La serie cambiò perfino nome in seaQuest 2032 e Michael Ironside entrò come nuovo comandante, Oliver Hudson. Il cambiamento non bastò a salvarla: NBC la chiuse nel 1996 dopo tre stagioni.
Ed è proprio per questo che oggi un reboot avrebbe senso.
Non risulta annunciato alcun nuovo progetto ufficiale, quindi per ora resta soltanto un’idea. Ma riprendere SeaQuest nel 2026 offrirebbe possibilità che negli anni Novanta erano praticamente impensabili.
La tecnologia televisiva permetterebbe di rappresentare gli abissi con effetti visivi molto più convincenti. Le conoscenze scientifiche sull’oceano sono aumentate enormemente e temi come cambiamento climatico, sfruttamento delle risorse marine, inquinamento, biodiversità e colonizzazione di ambienti estremi sarebbero perfetti per una serie moderna.
Soprattutto, un nuovo SeaQuest potrebbe tornare proprio alla direzione che piaceva di più a Scheider: meno mostri casuali e più fantascienza credibile, con una base scientifica seria e personaggi costretti a prendere decisioni politiche, ambientali e morali.
Non sarebbe necessario rifare la storia di Nathan Bridger. Si potrebbe fare ciò che Star Trek: The Next Generation fece con la serie originale: mantenere lo stesso universo, ma introdurre un nuovo equipaggio, un nuovo SeaQuest e problemi completamente nuovi.
Anche il creatore Rockne S. O’Bannon avrebbe un curriculum perfetto per tornare a quel mondo. Dopo SeaQuest ha creato Farscape, altra serie diventata di culto, e ha lavorato a produzioni come Defiance ed Evil. Il materiale di partenza, quindi, non manca.
La parte quasi ironica è che SeaQuest immaginava come futuro un anno che abbiamo già superato. Questo potrebbe diventare persino uno dei motivi migliori per riportarla in vita: prendere l’idea originale degli anni Novanta e chiedersi come immagineremmo oggi il futuro degli oceani tra trenta o quarant’anni.
Forse non diventerà mai un fenomeno grande quanto Star Trek, ma c’è un universo televisivo che è stato abbandonato proprio mentre stava ancora cercando la propria identità. E con la quantità di vecchie serie che oggi vengono recuperate, SeaQuest – Odissea negli abissi sarebbe una candidata decisamente più interessante di molti reboot costruiti soltanto sulla nostalgia.
Tu guardavi SeaQuest – Odissea negli abissi negli anni Novanta? Ti piacerebbe vedere un reboot moderno della serie oppure preferiresti lasciarla legata a quell’epoca? Scrivicelo nei commenti.
