Ti è mai capitato di iniziare una serie con grande entusiasmo, attratto da una premessa interessante e da una storia vera affascinante, per poi trovarti a metà stagione a chiederti dove sia finita la narrazione? Las Muertas, la nuova serie crime Netflix dal Messico, è esattamente questo tipo di delusione: un prodotto che spreca completamente le potenzialità di una storia incredibile per perdersi in scene gratuite e personaggi mai davvero sviluppati.
Basata sui crimini reali delle sorelle González Valenzuela, conosciute come “Las Poquianchis”, questa serie aveva tutti gli ingredienti per essere memorabile. Invece, si rivela essere l’ennesimo esempio di come il sensazionalismo possa rovinare anche il materiale più promettente.
Una storia vera che meritava di più
La vicenda delle sorelle Baladro (nome fittizio per le reali González Valenzuela) è oggettivamente affascinante. Negli anni ’60, queste quattro donne riuscirono a costruire un impero di bordelli nel Messico rurale, diventando poi delle vere e proprie serial killer prima ancora che questo termine esistesse. Un materiale d’oro per qualsiasi sceneggiatore che si rispetti.
La serie, diretta da Luis Estrada e basata sul romanzo di Jorge Ibargüengoitia, racconta l’ascesa e la caduta di Arcángela e Serafina Baladro in sei episodi di oltre un’ora ciascuno. Il problema? Quella durata sembra completamente sprecata in scene che non aggiungono nulla alla caratterizzazione dei personaggi o allo sviluppo della trama.
Il problema della narrazione multipla
La scelta di raccontare la storia da molteplici punti di vista poteva essere brillante – del resto, con tutta la corruzione e le bugie che caratterizzavano quel periodo, è difficile stabilire quale sia la verità. Ma invece di utilizzare questa tecnica narrativa per approfondire la psicologia dei personaggi o per creare tensione, gli sceneggiatori se ne servono principalmente come scusa per ripetere le stesse scene da angolazioni diverse.
Il risultato è una sensazione di vuoto narrativo che nemmeno la comicità nera riesce a riempire. Sì, ci sono momenti divertenti, ma sembrano buttati lì a caso piuttosto che integrati organicamente nella storia.
Personaggi che rimangono superficiali
Il difetto più grave di Las Muertas è la totale mancanza di sviluppo dei personaggi principali. Arcángela e Serafina Baladro dovrebbero essere figure complesse, donne che partono da condizioni di povertà per costruire un impero criminale. Invece, rimangono sempre bidimensionali, semplici caricature che oscillano tra la vittimizzazione e la crudeltà senza mai diventare davvero umane.
Non capiamo mai cosa le spinga realmente, quali siano le loro paure, i loro desideri oltre al potere e al denaro. Sono macchiette piuttosto che personaggi, e questo è imperdonabile in una serie che ha sei ore a disposizione per raccontare la loro storia.
Scene gratuite al posto della sostanza
Quello che più infastidisce è come la serie sembri confondere provocazione con profondità. Il primo episodio è particolarmente pieno di scene di nudo e sesso che, lungi dall’essere funzionali alla narrazione, sembrano inserite unicamente per attirare l’attenzione.
Non sono un purista, anzi: quando le scene di sesso servono a caratterizzare i personaggi o a far avanzare la trama, possono essere potentissimi strumenti narrativi. Ma qui sembrano fini a se stesse, inserite per far parlare la serie sui social piuttosto che per raccontare davvero qualcosa di significativo sui personaggi.
Regia che non convince
Luis Estrada, che aveva già diretto nel 2010 El infierno con atmosfere simili, qui sembra aver perso la bussola. La regia oscilla tra momenti di tensione genuina e lungaggini inspiegabili, senza mai trovare un ritmo convincente.
La fotografia e le ambientazioni sono curate, questo va riconosciuto, ma non bastano a salvare una sceneggiatura che non sa dove vuole andare. Ogni episodio sembra scritto con l’obiettivo di riempire il tempo piuttosto che di raccontare una storia coinvolgente.
Potenziale completamente sprecato
La cosa che più mi ha deluso di Las Muertas è la sensazione di opportunità mancata. Con una storia vera così ricca e personaggi potenzialmente così interessanti, questa serie avrebbe potuto essere un capolavoro del crime messicano. Invece, si accontenta di essere un prodotto di consumo che punta tutto sul sensazionalismo.
Il tema della corruzione, centrale nella storia reale, viene appena sfiorato. Il contesto sociale e politico del Messico degli anni ’60 rimane sullo sfondo. I traumi e le motivazioni psicologiche dei personaggi non vengono mai davvero esplorati. È come se gli sceneggiatori avessero paura di scavare troppo in profondità.
Un paragone impietoso
Guardando Las Muertas, non posso fare a meno di pensare a serie come Mindhunter o The Serpent, che riescono a trasformare storie vere di crimini in televisione di altissima qualità proprio perché non si accontentano mai del sensazionalismo. Qui invece abbiamo l’opposto: una serie che preferisce il facile effetto shock alla costruzione narrativa seria.
Conclusione
Las Muertas è la dimostrazione di come anche il materiale più interessante possa essere rovinato da una produzione superficiale. La storia delle sorelle González Valenzuela meritava un trattamento molto più serio e approfondito, non questa collezione di scene sconnesse che si spaccia per serie televisiva.
Se sei un appassionato di true crime, il mio consiglio è di documentarti direttamente sulla storia vera piuttosto che perdere sei ore con questa serie.
La Recensione
Las Muertas
Las Muertas spreca completamente il potenziale di una storia vera affascinante, quella delle serial killer messicane degli anni '60, trasformandola in una serie superficiale che punta tutto sul sensazionalismo. I personaggi principali rimangono bidimensionali per tutta la durata dei sei episodi, mentre la narrazione si perde in scene gratuite che non aggiungono nulla allo sviluppo della trama. Nonostante una fotografia curata e alcuni momenti di tensione, la serie delude per la totale mancanza di profondità psicologica e per una regia che non riesce a trovare un ritmo convincente.
PRO
- La storia vera delle sorelle González Valenzuela è oggettivamente affascinante e rappresenta un pezzo importante della cronaca nera messicana
- La fotografia e le ambientazioni ricreano efficacemente l'atmosfera del Messico rurale degli anni Sessanta con buona cura per i dettagli
CONTRO
- I personaggi principali rimangono completamente bidimensionali senza alcuno sviluppo psicologico significativo durante tutti i sei episodi
- Le numerose scene di sesso e violenza sembrano gratuite e inserite solo per fare scalpore piuttosto che per servire la narrazione
- La regia di Luis Estrada non riesce a trovare un ritmo convincente alternando lungaggini inspiegabili a momenti di tensione mal gestiti


