Shake, Rattle & Roll: Le origini del male è arrivato da pochi giorni su Netflix Italia con una proposta difficile da ignorare: tre storie horror collegate, tre epoche diverse e quasi due ore e mezza di demoni, massacri, suore, feste di Halloween e creature affamate. Sembra il menù completo di un ristorante dell’orrore. Il problema è che una portata riesce bene, una si lascia mangiare e l’ultima arriva al tavolo mentre stai già cercando il cappotto.
Il film filippino divide la storia in tre capitoli ambientati nel 1775, nel 2025 e nel 2050. A unirli è Malum, una presenza maligna liberata nel passato e ancora intenzionata a tormentare l’umanità secoli dopo. Bisogna riconoscergli una notevole costanza professionale.
La struttura rappresenta anche la principale novità rispetto alla formula classica della saga. Le tre parti non sono episodi completamente indipendenti, ma tasselli di una stessa mitologia. L’idea è buona e rende il film più ambizioso della solita raccolta di racconti horror. La realizzazione, però, procede a corrente alternata.
Il convento del 1775 parte bene, poi arrivano i soliti spaventi
Il primo episodio è ambientato in un convento durante la dominazione spagnola delle Filippine. Alcune religiose liberano involontariamente una creatura rinchiusa in una cassa e devono superare una notte popolata da visioni, possessioni e morti poco compatibili con la serenità monastica.
L’ambientazione è la parte migliore. Le stanze illuminate dalle candele, i lunghi corridoi e l’isolamento del convento creano subito un clima inquietante. Anche il cast sostiene bene il segmento, soprattutto nelle scene in cui i rapporti tra le suore diventano più tesi e iniziano a emergere segreti, paure e sensi di colpa.
La paura, però, viene costruita spesso attraverso rumori improvvisi, apparizioni alle spalle e facce demoniache accompagnate da un colpo sonoro abbastanza forte da svegliare anche il vicino. Il film riesce a farti sobbalzare, ma non sempre perché abbia creato una tensione irresistibile. A volte sembra semplicemente che qualcuno abbia lanciato una pentola sul pavimento.
Il capitolo rimane comunque efficace e introduce Malum con una discreta atmosfera. Avrebbe meritato più tempo per sviluppare le sue idee religiose e meno fiducia nei salti sulla poltrona.
Il 2025 è il segmento più divertente
La parte centrale cambia completamente registro. Una festa di Halloween frequentata da ragazzi ricchi, influencer, disc jockey e invitati mascherati si trasforma in una carneficina dopo l’arrivo di un gruppo di assassini.
Il capitolo ambientato nel 2025 è il più riuscito e scorrevole. Ha un ritmo migliore, personaggi più riconoscibili e una buona dose di ironia. Non cerca di essere raffinato: vuole divertire, sporcare il pavimento di sangue finto e trovare modi creativi per eliminare chi prende la decisione sbagliata. Considerando che siamo in uno slasher, le decisioni sbagliate non mancano.
La festa offre anche alcune delle scene più tese del film. Il caos sulla pista da ballo e la sequenza nella stanza degli impianti elettrici funzionano perché uniscono movimento, pericolo e un uso intelligente degli spazi. Il tono resta volutamente sopra le righe, ma si adatta bene a un racconto popolato da giovani che sembrano pronti a trasmettere in diretta anche l’arrivo dell’Apocalisse.
Non tutti i dialoghi sono irresistibili e qualche personaggio sembra esistere soltanto per aumentare il numero delle vittime. Il segmento, però, conosce bene il tipo di spettacolo che vuole offrire e non perde tempo a fingersi qualcosa di diverso.
Nel 2050 il film comincia a perdere il controllo
L’ultimo episodio ci porta in una versione post-apocalittica delle Filippine dominata dagli aswang, creature del folclore locale. Un gruppo di sopravvissuti cerca di resistere agli attacchi, mentre Malum continua il suo piano con la determinazione di chi non ha mai preso un giorno di ferie dal 1775.
Sulla carta è il capitolo più ambizioso. Ci sono scenari distrutti, comunità assediate, cacciatori di mostri e una storia che dovrebbe chiudere il cerchio iniziato nel convento. Il problema è che arrivano nuovi personaggi, regole e spiegazioni proprio mentre il film dovrebbe raccogliere ciò che ha seminato.
Il risultato è confuso. Alcuni passaggi sembrano affrettati, diverse domande rimangono sospese e gli aswang finiscono per assomigliare più a comuni zombie che alle inquietanti creature della tradizione filippina. Anche Malum, mostrato troppo apertamente, perde parte del fascino che aveva nel primo capitolo.
L’azione non manca e il lavoro visivo è dignitoso, soprattutto considerando la quantità di ambientazioni e creature presenti. La storia, però, non possiede la chiarezza necessaria per rendere soddisfacente la conclusione.
Vale la pena guardarlo su Netflix?
Shake, Rattle & Roll: Le origini del male è un horror irregolare, ma non privo di personalità. Il secondo episodio vale buona parte della visione, il primo costruisce una discreta atmosfera e il terzo dimostra che avere molte idee non significa riuscire a sistemarle tutte nello stesso film.
La durata di 148 minuti si sente. Una maggiore selezione avrebbe reso l’esperienza più compatta e avrebbe evitato che l’ultima parte sembrasse un altro film incollato ai primi due con abbondante nastro adesivo soprannaturale.
Resta comunque una buona occasione per avvicinarsi all’horror filippino e a una saga quasi sconosciuta al pubblico italiano. Non è il film capace di togliere il sonno per una settimana, ma può funzionare durante una serata in cui si cercano sangue, mostri e qualche risata involontaria.
Tu hai già visto Shake, Rattle & Roll: Le origini del male su Netflix? Scrivi nei commenti quale dei tre episodi ti è piaciuto di più.
La Recensione
Shake, Rattle & Roll: Le origini del male
Tre storie ambientate nel 1775, nel 2025 e nel 2050 raccontano il ritorno della creatura Malum attraverso conventi infestati, feste trasformate in massacri e un futuro dominato dagli aswang. Il film diverte soprattutto nella parte centrale, ma perde ritmo e chiarezza nel finale.
PRO
- Il segmento ambientato nel 2025 è rapido, sanguinoso e divertente.
- L’ambientazione nel convento crea una buona atmosfera gotica.
CONTRO
- Dura quasi due ore e mezza e non tutte sono necessarie.
- Il terzo episodio è confuso e lascia diverse domande aperte.
- I tre capitoli non hanno la stessa qualità.


