C’è un premio che ogni anno, alla Berlinale, viene assegnato al miglior film a tematica queer. Si, hanno un premio super woke 😀
Si chiama Teddy Award ed esiste dal 1987. Quest’anno, nell’edizione 2026 del Festival di Berlino, il riconoscimento per il miglior documentario è andato a Barbara Forever, un film diretto dalla regista australiana Brydie O’Connor che racconta la vita e il lavoro di Barbara Hammer, considerata una delle pioniere del cinema lesbico sperimentale nella storia del cinema americano.
Non è il primo premio per questo documentario. Poche settimane prima della Berlinale, Barbara Forever aveva già vinto il Jonathan Oppenheim Editing Award per il miglior documentario americano al Sundance Film Festival. La giuria del Teddy Award ha motivato il riconoscimento scrivendo che il film “traccia l’evoluzione di una regista visionaria per la quale vivere una vita lesbica e trovare un’adeguata rappresentazione di essa erano inseparabili dalla sua pratica sperimentale.”
Ma chi era Barbara Hammer? È questa la domanda più interessante, e la risposta sorprende. Hammer nacque a Los Angeles nel 1939 e sua madre la crebbe con un sogno preciso in testa: farne una star del cinema sul modello di Shirley Temple. Non funzionò, perché la famiglia non aveva i soldi per pagare le lezioni di recitazione e danza. Barbara seguì quindi una strada più convenzionale, si sposò a 22 anni con un uomo, e per un lungo periodo visse una vita del tutto ordinaria.
La svolta arrivò a 30 anni, quando Hammer capì di essere lesbica e decise di dirlo apertamente. Da quel momento in poi, la sua vita cambiò completamente. Anni dopo dichiarò: “Sono nata quando sono diventata lesbica.” Seguì un’esplosione creativa straordinaria: Hammer cominciò a girare film in rapida successione, rompendo ogni tabù con una naturalezza che in quegli anni era quasi inaudita. Le sue opere celebravano l’amore lesbico, mostravano corpi femminili nudi e contenevano scene apertamente erotiche, in un periodo in cui tutto questo era quasi completamente assente dal cinema.
Il suo approccio al film era fisico, quasi artigianale. Hammer non considerava la pellicola semplicemente come un mezzo per raccontare storie: la trattava come un oggetto da toccare, modificare, trasformare. Graffiava i fotogrammi a mano, ci dipingeva sopra, interveniva direttamente sulla materia del film. Per lei, il cinema era prima di tutto una cosa concreta, corporea, tattile.
La regista Brydie O’Connor ha lavorato per quasi un decennio su questo progetto. Tutto iniziò quando era ancora studentessa e stava scrivendo la sua tesi sul cinema di Hammer degli anni Settanta: non riusciva a trovare i film da nessuna parte, né online né nelle biblioteche universitarie. Decise allora di contattare direttamente Barbara Hammer, che le spedì i suoi DVD. Le due si incontrarono più volte a New York, e quando Hammer morì nel 2019 all’età di 79 anni, O’Connor scrisse alla vedova Florrie Burke per esprimere le sue condoglianze. Da quella lettera nacque una collaborazione che è durata anni e che ha portato prima al cortometraggio Love, Barbara nel 2022 e poi al documentario completo.
Una delle scoperte più preziose durante la lavorazione fu l’archivio sonoro che Hammer aveva lasciato: ore e ore di registrazioni audio, interviste, conversazioni con altri artisti e amici. O’Connor ha usato questo materiale per costruire un film in cui è Hammer stessa a raccontare la propria storia, con le proprie parole. “Barbara era l’esperta della sua vita e della sua carriera”, ha spiegato la regista. “Volevo che fosse lei a parlare.”
Il percorso verso il riconoscimento non fu semplice nemmeno per Hammer in vita. Per decenni i suoi film faticarono a trovare spazio sia nella comunità lesbica, che preferiva un cinema più realistico e diretto, sia nel mondo del cinema sperimentale, dominato dagli uomini e poco interessato a mettere al centro corpi femminili nudi. La svolta arrivò con le esposizioni alla Whitney Biennial nel 1985, 1989 e 1993, e poi con la grande retrospettiva al Museum of Modern Art di New York nel 2010. Nel 2017, la Beinecke Library dell’Università di Yale acquisì il suo archivio completo.
Avevi mai sentito parlare di Barbara Hammer? Pensi che il cinema debba sempre spingere i propri confini? Lascia un commento e dicci la tua!


