Bruce Springsteen non ha aspettato un secondo di più. Ha scritto la canzone sabato, l’ha registrata domenica e l’ha pubblicata mercoledì 28 gennaio. Il titolo è “Streets of Minneapolis” ed è una risposta diretta a quello che il cantante definisce “il terrore di Stato che sta colpendo la città di Minneapolis”. Una canzone di protesta nata dalla rabbia e dalla necessità di dire qualcosa subito, senza aspettare.
La storia dietro questa canzone è drammatica. A Minneapolis, migliaia di agenti federali dell’ICE (l’agenzia per l’immigrazione) sono stati inviati per quella che l’amministrazione Trump chiama operazione di controllo. Ma quello che è successo va oltre ogni limite. Due persone sono morte: Alex Pretti e Renee Good, uccisi dagli agenti federali durante le proteste. E Springsteen ha deciso di ricordarli con una canzone che è un pugno nello stomaco.
Nel messaggio che accompagna il brano, Springsteen scrive: “È dedicata alla gente di Minneapolis, ai nostri innocenti vicini immigrati e in memoria di Alex Pretti e Renee Good. Rimani libero“. Tre parole che sono diventate il manifesto di questa canzone. La rabbia di Springsteen è palpabile in ogni verso. Lui definisce gli agenti come “l’esercito privato di Re Trump” e descrive Minneapolis come una città in fiamme sotto gli stivali di un occupante.
Il testo della canzone non lascia spazio a dubbi. “C’erano orme insanguinate dove avrebbe dovuto esserci pietà, e due morti lasciati a morire sulle strade innevate”, canta Springsteen. Il riferimento è diretto alle vittime, a quelle persone che hanno perso la vita durante le proteste contro le operazioni federali. La canzone si conclude con un coro che grida “ICE fuori da Minneapolis“, uno slogan che è diventato il grido di battaglia dei manifestanti.
Springsteen non è nuovo a questo tipo di battaglie. Da anni critica apertamente Trump, definendo le sue politiche pericolose per la democrazia americana. Durante un concerto a gennaio aveva già dedicato una canzone a Renee Good, dicendo dal palco: “Se siete contrari ad avere agenti con il viso coperto che invadono una città americana usando tattiche da Gestapo, allora mandate un messaggio a questo presidente”.
La Casa Bianca ha risposto definendo la canzone “casuale con opinioni irrilevanti e informazioni inaccurate”. Ma Springsteen non sembra interessato a quello che pensa Trump. Lui ha fatto quello che sa fare meglio: prendere una chitarra e raccontare la verità. Il titolo richiama volutamente “Streets of Philadelphia”, la sua canzone del 1993 che vinse l’Oscar. Ma se Philadelphia parlava di AIDS con toni sussurrati, Minneapolis è un grido collettivo di rabbia.
E tu cosa ne pensi? Hai ascoltato la canzone di Springsteen? Credi che gli artisti debbano prendere posizione su questi temi oppure pensi che dovrebbero restare fuori dalla politica? Lascia un commento e dicci la tua.


