C’è una cosa che Netflix fa bene, tra le tante che fa in modo discutibile: ogni tanto rimette in circolazione un film vecchio di quarant’anni e lo mette in tendenza, e improvvisamente milioni di persone scoprono qualcosa che esisteva già prima che nascessero o che avevano ignorato per decenni. Questa settimana tocca a Starman, il film del 1984 diretto da John Carpenter con Jeff Bridges e Karen Allen, e se stai leggendo questo articolo è probabilmente perché lo hai visto comparire nella home di Netflix, hai pensato “ma cos’è?” e hai cercato su Google invece di premere direttamente play, il che dice molto su di te come persona ma non è necessariamente un difetto.
Starman racconta la storia di un alieno che intercetta la sonda Voyager 2 nello spazio, raccoglie l’invito alla visita inciso nel famoso disco d’oro che la NASA aveva allegato alla sonda nel 1977, e decide di venire a trovarci. L’accoglienza non è delle migliori: i militari americani abbattono la sua navicella quasi subito, l’alieno sopravvive e per mimetizzarsi prende le sembianze del marito defunto di Jenny Hayden, una vedova del Wisconsin interpretata da Karen Allen. Da lì in poi è un road movie attraverso l’America con l’esercito alle calcagna, una storia d’amore tra una donna in lutto e un essere che sta imparando cosa significa essere umano, e un finale che ti rimane in testa molto più a lungo di quanto ti aspetteresti da un film di fantascienza degli anni Ottanta.
Ma quello che rende Starman interessante non è solo il film in sé. È tutta la storia che ci sta dietro, che è assurda quanto una sceneggiatura di Hollywood ha il diritto di essere.
Il film esiste perché la Columbia cedette E.T. alla concorrenza
Partiamo dall’inizio, che in questo caso non è il 1984 ma la fine degli anni Settanta. La Columbia Pictures aveva sul tavolo due sceneggiature con premesse simili: un alieno buono arriva sulla Terra, stabilisce un legame con un essere umano, le solite cose. Una si chiamava Starman. L’altra si chiamava Night Skies. Siccome le due storie erano troppo simili per uscire dalla stessa casa di produzione nello stesso periodo, la Columbia doveva scegliere. Tenne Starman e vendette Night Skies alla Universal. La Universal passò lo script a Steven Spielberg, che cambiò il titolo in E.T. – L’Extra-Terrestre e lo portò al cinema nel 1982 trasformandolo nell’evento cinematografico del decennio.
Se stai cercando di immaginare la riunione in cui qualcuno alla Columbia realizzò cosa aveva appena fatto, puoi smettere: alcune cose non si immaginano, si affrontano in silenzio con un caffè molto forte.
A quel punto la Columbia aveva ancora Starman nel cassetto e, con E.T. che macinava incassi record, aveva anche un ottimo motivo per tirarlo fuori il prima possibile. Volevano il loro film con un alieno buono. Volevano farlo bene. E qui entra in scena John Carpenter, in uno dei momenti più difficili della sua carriera.
Carpenter arrivò a Starman dopo il disastro commerciale de La Cosa
Nel 1982 Carpenter aveva diretto La Cosa, un film horror di fantascienza ambientato in Antartide con un alieno che si trasforma nelle persone che incontra e Kurt Russell che corre da una parte all’altra cercando di capire di chi fidarsi. Oggi La Cosa è considerato uno dei migliori film horror della storia, un capolavoro del genere con effetti pratici che sembrano impossibili anche guardandoli nel 2026. All’epoca, però, uscì lo stesso anno di E.T. e il pubblico del 1982 non era particolarmente in vena di alieni ostili dopo aver passato l’estate a piangere davanti a quell’esserino marrone che voleva telefonare a casa. La Cosa fu un flop commerciale, la critica lo massacrò, e Carpenter si ritrovò in una posizione scomoda per un regista che aveva appena firmato Halloween e Fuga da New York.
Aveva bisogno di un film diverso. Di qualcosa che piacesse alla gente. Di qualcosa che non spaventasse nessuno. Starman era esattamente quello: una storia d’amore tra specie diverse, un road movie, un film caldo in tutti i sensi in cui l’alieno non vuole fare del male a nessuno e l’unica minaccia viene, come spesso nei film di Carpenter, dai militari americani che sparano alle cose che non capiscono.
La cosa interessante è che Carpenter non era la prima scelta per Starman. Prima di lui il progetto era passato per le mani di sei registi diversi, ognuno con una visione del film incompatibile con la produzione o con gli altri. Tony Scott lo voleva più stilistico. Peter Hyams lo voleva più fantascientifico. Tra riscritture, cambi di regia e divergenze creative, quando Carpenter prese in mano il copione erano già passati cinque anni dall’inizio del progetto e il film aveva già alle spalle sette versioni della sceneggiatura. Sette. Il che fa venire voglia di chiedere agli sceneggiatori originali Bruce Evans e Raynold Gideon come stessero psicologicamente in quel periodo, ma probabilmente la risposta è “non benissimo.”
Jeff Bridges studiò gli uccelli per mesi per capire come cammina un alieno
Quando hai il corpo di un essere umano ma non hai mai vissuto dentro un corpo fisico prima d’ora, come ti muovi? È la domanda che Jeff Bridges si è fatto prima di girare Starman, e la risposta che ha trovato ha dello straordinario nella sua logica. Bridges passò mesi a studiare il comportamento degli uccelli. La sua teoria era che un alieno che si ritrova improvvisamente in un corpo umano agirebbe per istinto primitivo, e che tra tutti gli animali gli uccelli mostrano la combinazione giusta di curiosità, goffaggine controllata e movimenti scattosi che nessun essere umano adulto normalmente produce. Guardando Bridges nel film, specialmente nelle prime scene, quei movimenti della testa, quel modo di osservare gli oggetti con la testa inclinata di lato, si capisce esattamente dove vengono da.
Il risultato fu una candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista, rimasta a lungo l’unica nomination agli Academy Awards mai ottenuta per una performance in un film diretto da John Carpenter. Il che è allo stesso tempo un riconoscimento straordinario per Bridges e un commento abbastanza eloquente su quanto l’Academy abbia storicamente ignorato Carpenter, ma questa è un’altra storia e probabilmente richiederebbe un articolo a parte, o almeno una serata libera e qualcuno con cui lamentarsi.
Il produttore esecutivo era Michael Douglas
Quello di Wall Street. Quello di Attrazione fatale. Michael Douglas all’inizio degli anni Ottanta era principalmente un produttore, e fu lui a spingere urgentemente per l’acquisto della sceneggiatura di Starman prima ancora che il progetto avesse un regista o un cast. È uno di quei dettagli che scopri e che poi non riesci a smettere di notare quando riguardi il film, cercando nelle inquadrature tracce invisibili di un uomo che negli anni successivi avrebbe recitato in film molto diversi da questo.
Girarono praticamente tutta l’America, perché Carpenter la voleva come set naturale
Una delle cose che si vede immediatamente in Starman è quanto sia un film fisicamente americano, nel senso che l’America non è uno sfondo ma un personaggio. Carpenter voleva girare in location reali attraverso il paese, e così la produzione partì da Los Angeles, passò per Las Vegas, attraversò Monument Valley e il Cratere Meteoritico in Arizona, risalì verso il Tennessee con le sue cittadine e i suoi paesaggi del Sud, arrivò a New York e a Washington. Era un modo di dire che questa storia non poteva succedere in uno studio cinematografico, che aveva bisogno della polvere vera e della luce vera e della vastità reale dell’America per funzionare.
Il risultato è un film che, ancora oggi, mostra un’America che si fatica a ritrovare nel cinema contemporaneo: benzinai in mezzo al nulla, bar di provincia, autostrade che non finiscono mai. Un paese che guarda un alieno e non sa se abbracciarlo o sparargli, e sceglie quasi sempre la seconda opzione.
La storia parte da Voyager 2, e questo rende tutto più strano
Nel 1977 la NASA lanciò la sonda Voyager 2 nello spazio con a bordo un disco d’oro che conteneva suoni, immagini e messaggi della civiltà umana, incluso un invito esplicito a visitarci rivolto a qualsiasi forma di vita intelligente potesse trovarlo. Carl Sagan era tra le persone che contribuirono alla selezione del contenuto di quel disco. Starman parte esattamente da questo: qualcuno trova la sonda, legge l’invito, e decide di venire.
C’è qualcosa di leggermente inquietante, guardando il film nel 2026, nel realizzare che quella sonda esiste davvero, che è ancora lì da qualche parte nello spazio interstellare, e che il disco d’oro è ancora attaccato. Non è che dobbiamo preoccuparci, probabilmente. Ma è il tipo di pensiero che ti viene guardando Starman alle undici di sera, e che non è particolarmente utile per dormire bene.
Uscì nello stesso mese di Dune e 2010, e fu il più umano dei tre
Dicembre 1984 fu un mese anomalo per la fantascienza cinematografica: uscirono contemporaneamente Dune di David Lynch, 2010 – L’anno del contatto di Peter Hyams, e Starman. Tre film di fantascienza con budget diversi, ambizioni diverse e risultati diversi, nello stesso mese. Starman fu quello che incassò di meno tra i tre, ma anche quello che il pubblico ricordò di più a lungo, il che è una delle molte prove che il botteghino è un indicatore piuttosto approssimativo di quanto un film valga davvero.
Ispirò una serie televisiva nel 1986 che quasi nessuno ricorda
Starman ebbe abbastanza successo da ispirare una serie televisiva nel 1986, con un cast completamente diverso. La serie durò una stagione e poi sparì, il che è esattamente quello che succede alla maggior parte degli spin-off televisivi di film cult: vengono fatti, vengono dimenticati, e l’unico effetto che producono è quello di ricordarci quanto fosse bravo Jeff Bridges nell’originale.
Se stai ancora cercando di decidere se guardare Starman su Netflix, la risposta è sì. Non perché sia il film più spettacolare che vedrai questo mese, ma perché è il tipo di film che ti rimane in testa in modo silenzioso, come certi libri che non avresti scelto da solo e che invece ti accompagnano per settimane. Carpenter voleva fare un film che piacesse alla gente dopo il disastro de La Cosa, e ha finito per fare uno dei film più sinceri della sua carriera. A volte le pressioni commerciali producono l’effetto opposto di quello che ci si aspetta, e viene fuori qualcosa di bello. Non è la regola, ma quando succede vale la pena notarlo.


