C’è una cosa da dire subito, così non ci perdiamo per strada: stasera, giovedì 23 aprile, Escape Plan – Fuga dall’inferno va in onda su Cielo alle 21:15. Non su Mediaset 20, ma su Cielo, che in queste settimane sta passando tutta la saga. E già questa, per chi è cresciuto con una certa idea di cinema action, è una notizia che basta a farsi venire voglia di fermarsi un attimo sul telecomando. Perché Escape Plan non è solo un film del 2013 con una prigione impossibile da violare, una fuga da organizzare e un cattivo con la faccia giusta per farsi odiare. È anche il film che, per la prima volta davvero, ha preso Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger e li ha messi uno accanto all’altro come co-protagonisti veri. Non una comparsata, non un incrocio veloce, non un “ti presto cinque minuti della mia scena”. Proprio loro due, nello stesso film, con lo stesso peso. E per anni era sembrata quasi una cosa più teorica che reale.
Il vero motivo per cui Escape Plan è rimasto nella memoria
La trama è abbastanza semplice, e forse è anche questo uno dei suoi pregi. Ray Breslin è un esperto di sicurezza carceraria: entra nelle prigioni di massima sicurezza, ne studia i punti deboli, poi evade per testarne l’efficacia. È uno che, in pratica, fa della fuga una professione. Solo che a un certo punto finisce intrappolato in una struttura segreta e super blindata che non dovrebbe lasciare scampo a nessuno. Lì dentro incontra Emil Rottmayer, detenuto ambiguo e molto meno passivo di quanto sembri, e da quel momento il film si trasforma in quello che promette fin dal titolo: una fuga organizzata pezzo per pezzo, tra osservazione, alleanze, botte e ovviamente paranoia.
Ma diciamolo senza girarci intorno: la ragione per cui Escape Plan continua a essere ricordato non è solo il plot. È il fatto che per decenni Stallone e Schwarzenegger sono stati la rivalità action per eccellenza, due facce di un cinema muscolare che si è costruito anche sul confronto continuo tra i loro personaggi, i loro corpi, le loro battute, i loro incassi. Erano due modi diversi di stare nello stesso mito. Stallone più sporco, più sofferente, più da underdog che stringe i denti. Schwarzenegger più granitico, più ironico, più monumentale. Per anni si sono praticamente rincorsi e punzecchiati, e loro stessi hanno raccontato quanto fosse vera quella competizione. Poi il tempo ha fatto il suo lavoro, sono arrivati gli affari condivisi, la pace, gli Expendables, e infine il film che li ha messi davvero sullo stesso piano. Escape Plan è importante anche per questo: non è solo un action, è il momento in cui una rivalità storica diventa finalmente alleanza sullo schermo.
Prima si chiamava The Tomb, e già lì si capiva il tono
Una curiosità molto bella riguarda proprio il titolo. Prima di diventare Escape Plan, il progetto si chiamava The Tomb. Che, a dirla tutta, era un titolo pure più freddo e sinistro, da posto in cui entri e di certo non esci. Poi il film è stato ripensato, riscritto, riorganizzato, fino a diventare quello che conosciamo. E questo spiega anche una cosa del suo tono: Escape Plan è un film che nasce da una premessa quasi da thriller carcerario ma poi si porta dietro inevitabilmente il peso e il divertimento del cinema action classico. Non sceglie mai fino in fondo una sola strada, ed è proprio questo che a qualcuno piace e a qualcun altro no.
Il regista è Mikael Håfström, che non è il primo nome che viene in mente quando si pensa all’action americano più puro, e forse anche per questo il film ha una struttura un po’ più ordinata e meno fracassona di quanto il cast farebbe immaginare. Non corre sempre, non esplode ogni tre minuti, non vive solo di muscoli. Per una buona parte del tempo ragiona, osserva, costruisce la tensione. Poi certo, quando è il momento di fare il film con Stallone e Schwarzenegger, se lo ricorda eccome. Ma non parte da lì. Prima costruisce la gabbia. E poi la distrugge.
La prigione è una bella idea, e infatti regge ancora
Uno dei punti forti del film è proprio la struttura in cui si svolge gran parte della storia. Questa prigione high-tech, segreta, lontana dal mondo, con regole precise e un sistema di controllo quasi totale, funziona bene come ambientazione perché è abbastanza concreta da sembrare credibile ma anche abbastanza estrema da dare al film quel tocco da incubo industriale che serve. Non è il carcere sporco e realistico di altri thriller. È quasi un laboratorio della detenzione, un meccanismo pensato per annullare qualunque margine di manovra. E proprio per questo è il posto ideale per un protagonista che di mestiere smonta meccanismi.
L’idea migliore del film, in fondo, è molto semplice: prendere uno che sa evadere da tutto e chiuderlo nel posto peggiore possibile. Non è un concetto nuovo, ma è uno di quelli che funzionano sempre se li racconti con abbastanza tensione. E Escape Plan la tensione, almeno a tratti, la tiene bene. Ti fa venire voglia di capire come uscirà da lì, quali errori farà il sistema, quali dettagli noterà prima degli altri. Ha quella soddisfazione molto fisica dei film in cui guardi qualcuno usare il cervello dentro una situazione che normalmente si risolverebbe solo a pugni. Poi i pugni arrivano comunque, tranquilli. Ma prima c’è una parte di ragionamento che rende tutto più gustoso.
Il cast di supporto è più ricco di quanto si ricordi
Quando si parla di Escape Plan si finisce quasi sempre a parlare dei due giganti al centro, ed è normale. Però il cast attorno non è affatto povero. C’è Jim Caviezel nel ruolo del direttore del carcere, ed è una presenza che aiuta molto il film perché ha quella calma sbagliata che mette subito a disagio. Non urla, non gigioneggia, non fa il cattivo da fumetto. Sta lì, controlla e lascia che sia la freddezza a fare il resto. Poi ci sono 50 Cent, Vincent D’Onofrio, Amy Ryan, Vinnie Jones e Sam Neill, cioè un gruppo di facce che, in un film del genere, servono esattamente a quello che devono servire: dare spessore al contorno senza rubare il centro della scena.
Tra l’altro è uno di quei casi in cui il casting racconta bene l’epoca. Siamo nel 2013, cioè in quel momento strano in cui il cinema action stava già guardando oltre i suoi eroi storici ma ancora sentiva il bisogno di riabbracciarli. Escape Plan vive proprio in quella terra di mezzo: abbastanza vecchio stile da farti venire nostalgia, abbastanza moderno da cercare di stare dentro una confezione più attuale.
I pregi: chimica, mestiere e un gusto da action vecchia scuola
Il pregio più grande del film è quasi banale da dire, ma resta il più vero: Stallone e Schwarzenegger insieme funzionano. Non nel senso che rivoluzionano il film, ma nel senso che la loro presenza tiene in piedi tutto anche quando la sceneggiatura non brilla per originalità assoluta. Hanno un tipo di chimica che non nasce dalla leggerezza o dalla brillantezza verbale continua, ma dal fatto che il pubblico porta già con sé decenni di cinema. Basta guardarli nello stesso spazio e il film si riempie di un sottotesto che non ha bisogno di essere spiegato.
Un altro pregio è che Escape Plan non fa troppo il furbo. Non vuole reinventare il genere, non cerca il colpo di genio a tutti i costi, non finge di essere più profondo di quello che è. È un film costruito intorno a un’idea chiara, due star gigantesche e una fuga da organizzare. E quando un film sa abbastanza bene cosa vuole essere, metà del lavoro è già fatta.
C’è poi una certa cura nei dettagli del piano di evasione. Non siamo davanti a un film di rapina perfetto, ma c’è abbastanza sostanza da far sembrare la fuga qualcosa di studiato e non solo una sequenza di porte che si aprono per convenienza narrativa. Breslin osserva, misura, aspetta, testa i limiti del sistema. Questo dà al film una struttura più solida di quanto uno potrebbe aspettarsi da un action venduto soprattutto sul nome dei suoi protagonisti.
I difetti: quando il film si siede un po’ troppo
Detto questo, Escape Plan non è affatto un film perfetto, e forse il suo difetto più grosso è che a volte si trattiene troppo. Per un film con questo cast e questa premessa, ci sono momenti in cui sembra quasi più cauto del necessario. È come se per una parte del tempo volesse essere un thriller teso e controllato, e solo più avanti si ricordasse di avere dentro Stallone, Schwarzenegger e tutta la mitologia che si portano dietro. Questo rende il ritmo un po’ altalenante.
Un altro limite è che alcune svolte si vedono arrivare con un certo anticipo. Non tutto sorprende, non tutto colpisce davvero. La storia fa il suo dovere, ma non sempre trova quel guizzo in più che avrebbe potuto farla salire di livello. E se uno entra in sala — o si piazza sul divano — aspettandosi il capolavoro action definitivo con due leggende assolute, rischia di restare un po’ a metà strada. Non perché il film sia brutto. Più semplicemente perché non sfrutta fino in fondo tutto quello che ha in mano.
Anche il personaggio di Schwarzenegger, per quanto molto divertente da vedere, arriva a tratti come una ricompensa più che come un vero asse paritario nella prima parte. Poi cresce, eccome se cresce, ma all’inizio il film resta molto centrato su Stallone. Non è un errore enorme, però si sente.
Al botteghino andò così così negli USA, meglio nel resto del mondo
Un’altra curiosità interessante è legata agli incassi. Negli Stati Uniti il film non fece il botto che qualcuno poteva aspettarsi da un titolo con quei due nomi in locandina. Però fuori dagli USA andò decisamente meglio, tanto da chiudere la corsa con circa 137,3 milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget stimato tra 54 e 70 milioni. Non un trionfo epocale, ma nemmeno il disastro che a volte si racconta quando un film non sfonda in America. E infatti da lì è nata anche una saga, con i sequel arrivati negli anni successivi.
Questo dice anche qualcosa sul tipo di film che è. Escape Plan non è il blockbuster che conquista tutti. È più un titolo che nel tempo si è trovato il suo pubblico, soprattutto tra chi aveva voglia di rivedere in azione due facce storiche del genere dentro una storia semplice ma efficace.
Perché rivederlo stasera ha ancora senso
La risposta più onesta è questa: perché oggi un film così non lo fanno quasi più. O meglio, lo fanno, ma di solito manca qualcosa. Manca il peso delle star, manca il gusto un po’ artigianale dell’action che non vuole essere solo rumore digitale, manca quella sensazione da incontro speciale che qui invece c’è eccome. Escape Plan non è il miglior film di Stallone. Non è il miglior film di Schwarzenegger. Non è nemmeno il miglior film carcerario degli ultimi vent’anni. Però ha una cosa che molti action moderni si sognano: ha faccia, mestiere e memoria.
E stasera, su Cielo, questo basta e avanza. Perché ci sono film che guardi per capire come va a finire, e poi ci sono film che guardi anche solo per il piacere di rivedere due miti che per una volta stanno finalmente dalla stessa parte della barricata. O meglio, della fuga.


