Il collaboratore più riconoscibile di Steven Spielberg è probabilmente John Williams, e ci sta: senza quelle musiche, Lo squalo farebbe meno paura, E.T. volerebbe un po’ più basso e Indiana Jones perderebbe metà della sua spavalderia. Però, se parliamo del nome che compare più spesso nei crediti dei film di Spielberg, la risposta cambia. Il collaboratore più frequente non è Williams, ma Michael Kahn, il montatore che dal 1977 ha accompagnato quasi tutta la carriera del regista, spesso nell’ombra, ma con un peso enorme sul risultato finale.
Ho verificato il dato: John Williams è arrivato alla sua trentesima collaborazione con Spielberg grazie a Disclosure Day, il nuovo film fantascientifico del regista previsto per il 12 giugno 2026. Kahn, però, ha un vantaggio particolare: ha montato o co-montato praticamente tutti i film diretti da Spielberg a partire da Incontri ravvicinati del terzo tipo, con una grande eccezione, E.T. l’extra-terrestre, montato da Carol Littleton. Per questo, contando anche i co-crediti più recenti con Sarah Broshar, Kahn supera Williams per presenza nei titoli di coda spielberghiani.
Ed è una cosa bellissima da raccontare, perché il montatore è spesso il mestiere più invisibile del cinema. Il compositore lo senti, l’attore lo guardi, il direttore della fotografia ti entra negli occhi. Il montatore invece lavora in una zona strana: quando fa bene il suo lavoro, quasi non te ne accorgi. La scena respira, il ritmo ti prende, la tensione sale, il film scorre. Tu pensi: “Che regia pazzesca”. Vero. Ma spesso, dietro quella regia che sembra naturale, c’è qualcuno che ha scelto esattamente dove tagliare, quanto tenere uno sguardo, quando passare da un primo piano a un dettaglio, quando lasciarti sospeso mezzo secondo in più.
Quel qualcuno, per Spielberg, è stato quasi sempre Michael Kahn.
Il nome che non noti, ma che tiene insieme tutto
Kahn inizia a lavorare con Spielberg su Incontri ravvicinati del terzo tipo, nel 1977. Non c’era ancora dietro Lo squalo, non c’era dietro Sugarland Express, ma da quel momento diventa una presenza fissa. E non parliamo di un collaboratore laterale. Parliamo dell’uomo che ha montato I predatori dell’arca perduta, Il colore viola, L’impero del sole, Indiana Jones e l’ultima crociata, Jurassic Park, Schindler’s List, Salvate il soldato Ryan, Minority Report, Munich, Lincoln, West Side Story, The Fabelmans e tanti altri. Una filmografia che, detta tutta insieme, sembra quasi una presa in giro. Troppa roba importante in una sola carriera.
Kahn ha vinto tre Oscar per il miglior montaggio, tutti per film diretti da Spielberg: I predatori dell’arca perduta, Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan. Ha ricevuto otto nomination complessive all’Oscar per il montaggio, e anche questo aiuta a capire che non stiamo parlando solo di “quello che taglia le scene”. Stiamo parlando di uno dei grandi artigiani del cinema americano moderno.
La cosa curiosa è che il grande pubblico conosce benissimo John Williams, e giustamente. Basta fischiettare due note dello Squalo e tutti capiscono. Basta far partire il tema di Jurassic Park e mezza sala si commuove prima ancora di vedere i dinosauri. Ma quanti spettatori, usciti dal cinema, dicono: “Mamma mia, che montaggio”? Pochi. Ed è normale. Il montaggio non cerca applausi immediati. Se li prende dopo, quando torni a pensare a una scena e capisci che funzionava anche perché era costruita con una precisione quasi invisibile.
John Williams resta il suono di Spielberg, ma Kahn è il suo ritmo
Sarebbe assurdo togliere qualcosa a John Williams. La sua collaborazione con Spielberg è una delle più celebri della storia del cinema. È iniziata con Sugarland Express nel 1974, poi è esplosa con Lo squalo nel 1975, e da lì ha costruito un immaginario sonoro che ha accompagnato generazioni intere. Con Disclosure Day, Williams arriva alla collaborazione numero 30 con Spielberg, un traguardo pazzesco anche solo da scrivere.
Però Williams non ha composto tutti i film del regista. Non ha firmato, per esempio, le musiche di Il colore viola, né quelle di West Side Story, e non è presente nel segmento spielberghiano di Ai confini della realtà. Kahn invece c’è anche in quei casi. Ed è qui che si vede la differenza tra il collaboratore più iconico e quello più ricorrente.
Williams è il suono di Spielberg. Kahn è il tempo di Spielberg.
E nel cinema il tempo è tutto. Una scena d’azione può sembrare energica o confusa per una questione di tagli. Una scena drammatica può farti piangere o lasciarti freddo per un secondo di troppo o di troppo poco. Un inseguimento può avere il respiro dell’avventura o diventare solo rumore. È lì che il montaggio decide moltissimo.
Pensa a I predatori dell’arca perduta. Quel film corre, ma non ti perde mai. Ha un ritmo da serial d’avventura, ma non diventa caos. Ogni oggetto conta, ogni sguardo ti orienta, ogni gag arriva al momento giusto. Indiana Jones può scappare da una palla gigante, litigare con Marion, combattere, cadere, rialzarsi, e tu non hai mai la sensazione di essere stato buttato dentro un frullatore. Quella è anche mano di Kahn.
Il montaggio di Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan
Poi ci sono i film in cui il montaggio non deve solo intrattenere, ma sostenere un peso emotivo enorme. Schindler’s List dura più di tre ore, eppure non dà mai la sensazione di essere gonfiato. È un film durissimo, ma non dispersivo. Ti accompagna dentro una storia gigantesca senza farti mai perdere il filo umano. Il montaggio di Kahn lavora proprio lì: alterna il respiro storico e i dettagli personali, la massa e il volto, l’orrore collettivo e il gesto singolo. Non ti lascia scappare, ma non ti schiaccia con compiacimento.
Con Salvate il soldato Ryan, il discorso cambia ancora. La sequenza dello sbarco in Normandia è una delle più famose del cinema moderno, e non solo per la regia di Spielberg o per il realismo brutale. Funziona perché il montaggio ti mette dentro il caos senza farti perdere del tutto l’orientamento. Vedi frammenti, corpi, acqua, sabbia, ordini urlati, paura, sangue. È confusione controllata. Ed è molto più difficile di quanto sembri, perché il rischio era enorme: trasformare una scena devastante in una semplice montagna di immagini violente.
Kahn, invece, trova un equilibrio feroce. Ti fa sentire smarrito, ma non ti abbandona. Ti fa capire che la guerra è caos, però costruisce quel caos con lucidità. Non è un caso se proprio per Salvate il soldato Ryan ha vinto uno dei suoi tre Oscar.
La coppia Spielberg-Kahn funziona perché non vuole mettersi in mostra
La forza del rapporto tra Spielberg e Kahn sta anche in questo: entrambi, quando vogliono, sanno diventare invisibili. Spielberg viene spesso ricordato per le grandi immagini iconiche, ma una parte enorme del suo talento è nella chiarezza. Ti racconta dove sei, chi devi guardare, cosa sta succedendo e perché ti deve importare. Kahn completa questo linguaggio con un montaggio pulito, leggibile, molto narrativo.
Non è quel tipo di montaggio che vuole urlarti “guarda quanto sono moderno”. Non cerca sempre il taglio aggressivo, la trovata, il virtuosismo da mostrare in vetrina. A volte sì, quando serve. Ma più spesso lavora per farti entrare nella storia. È un montaggio che rispetta lo spettatore. Non lo tratta come uno che deve essere bombardato ogni tre secondi per restare sveglio.
Ed è forse per questo che molti film di Spielberg invecchiano così bene. Non sono solo pieni di scene memorabili. Sono costruiti con una fluidità che ancora oggi funziona. Jurassic Park, per esempio, ha un ritmo che tanti blockbuster moderni si sognano. Non ha bisogno di correre sempre. Aspetta. Prepara. Ti fa desiderare i dinosauri prima di darteli davvero. E quando arrivano, ogni taglio ha una funzione: paura, stupore, orientamento, meraviglia. Il T-Rex non funziona solo perché è fatto bene. Funziona perché il film sa quando fartelo vedere, quando nasconderlo, quando farti guardare il bicchiere d’acqua che vibra.
Sarah Broshar e la fase più recente
Negli ultimi anni Kahn non è stato solo. Da The Post in poi, e in forme diverse già prima, il suo nome compare spesso accanto a quello di Sarah Broshar, montatrice che ha lavorato con lui sui film più recenti di Spielberg. È normale: Kahn è nato nel 1930, e il fatto che sia rimasto attivo così a lungo ha quasi dell’incredibile. La collaborazione con Broshar ha accompagnato titoli come The Post, West Side Story e The Fabelmans, mantenendo il legame tra Spielberg e la sua idea classica di racconto cinematografico.
E anche qui si vede una cosa interessante: Spielberg non ha mai trattato i suoi collaboratori come semplici tecnici intercambiabili. Con Williams ha costruito una grammatica emotiva. Con Kahn ha costruito una grammatica del ritmo. Con Janusz Kamiński, dal 1993 in poi, ha costruito una nuova identità visiva, a partire da Schindler’s List. Con Kathleen Kennedy ha condiviso una parte enorme della sua storia produttiva. Ma Kahn resta quello che, più di tutti, ha passato decenni a dare forma finale alle immagini.
Il collaboratore più frequente, non per caso
Quindi sì, la frase è vera: se pensi al collaboratore più famoso di Spielberg, probabilmente dici John Williams. Se pensi al più frequente, devi guardare a Michael Kahn. Non perché Williams conti meno, ci mancherebbe. Ma perché Kahn è stato presente in un numero impressionante di film, coprendo anche quei titoli in cui Williams non c’era.
È una distinzione sottile, ma importante. Il cinema non è fatto solo dai nomi che riconosci subito. È fatto anche da persone che entrano in sala montaggio quando le riprese sono finite e cominciano a decidere che forma avrà davvero il film. Perché un film non nasce solo sul set. Nasce anche dopo, quando tutto il materiale girato deve diventare racconto.
Michael Kahn ha fatto questo per Spielberg per quasi cinquant’anni. Ha montato avventure, drammi storici, fantascienza, musical, film di guerra, racconti familiari. Ha dato respiro a squali invisibili, archeologi sudati, dinosauri, soldati terrorizzati, bambini sperduti, presidenti, spie, immigrati e sogni d’infanzia.
E forse il complimento più grande è proprio questo: spesso non te ne sei accorto. Ma lo hai sentito.
Tu lo sapevi che Michael Kahn, e non John Williams, è il collaboratore più frequente di Steven Spielberg? Scrivilo nei commenti e dimmi la tua.


