Sting ha collegato la crisi dei lavori manuali a una possibile crescita della mascolinità tossica, e le sue parole stanno facendo discutere parecchio. Il cantante dei Police non ha tirato fuori una teoria confezionata da sociologo, ma ha parlato partendo dalla sua storia: è nato a Wallsend, nel nord-est dell’Inghilterra, in un ambiente operaio segnato dai cantieri navali, dalle fabbriche, dalla fatica fisica e da un orgoglio comunitario che oggi sembra quasi appartenere a un altro secolo.
Il tema è tornato fuori mentre Sting presentava il ritorno di The Last Ship, il musical ispirato proprio a quel mondo. Lo spettacolo racconta gli ultimi giorni di un cantiere navale travolto dalla deindustrializzazione degli anni Settanta e Ottanta. Dopo il debutto a Chicago nel 2014 e il passaggio a Broadway, The Last Ship arriverà nel West End di Londra, al Drury Lane, dal 22 settembre al 3 ottobre. Sting ne ha scritto le musiche e sarà anche in scena.
Ma stavolta non si parla solo di teatro. Si parla di uomini, identità, lavoro, rabbia e senso di utilità. E quando Sting tocca questi argomenti, lo fa con una frase che resta appesa: forse la società ha perso un modo sano per dare direzione alla forza maschile.
Sting e quella domanda scomoda sugli uomini di oggi
Nell’intervista al Guardian, Sting parte da se stesso e dal suo lavoro di musicista: «I work with my hands every day as a musician, and I’m lucky».
Tradotto: “Io lavoro con le mani ogni giorno come musicista, e sono fortunato”.
È una frase semplice, ma apre subito il discorso. Sting non considera la musica solo un’attività mentale o artistica. La vede anche come un lavoro fisico. Le mani, il corpo, la disciplina, il gesto ripetuto. Lui, in qualche modo, sente ancora di usare la propria energia in maniera concreta.
Poi aggiunge: «It’s a rare thing for modern men to actually use their hands and use their strengths to do anything. We’ve lost something there».
In italiano: “Oggi è raro che gli uomini usino davvero le mani e la propria forza per fare qualcosa. Lì abbiamo perso qualcosa”.
Questa è la frase che accende tutto. Sting non sta dicendo che un uomo debba essere uomo solo se solleva pesi, lavora in fabbrica o torna a casa coperto di polvere. Sarebbe una caricatura, e infatti non è quello il senso. Sta dicendo una cosa più sottile: per generazioni, moltissimi uomini hanno avuto un rapporto diretto con il mondo materiale. Costruivano, riparavano, scavavano, saldavano, montavano, portavano. Era faticoso, spesso ingiusto, anche pericoloso. Però dava una forma precisa alla fatica.
Oggi quella forma, per molti, non c’è più. E non sempre è stata sostituita da qualcosa di altrettanto riconoscibile.
La mascolinità tossica, secondo Sting, potrebbe nascere anche da un’energia senza direzione
Sting non pretende di avere la risposta definitiva. Anzi, lo dice chiaramente: «I don’t have any answers».
Cioè: “Non ho risposte”.
Ed è una precisazione importante, perché evita il tono da predica. Poi però prova comunque a formulare un’ipotesi: «Maybe the toxicity in society at the moment is [a result of the fact] that we’ve lost that direction for our energy, that male strength. It’s rare we have to use it».
In italiano: “Forse la tossicità che vediamo nella società in questo momento deriva dal fatto che abbiamo perso quella direzione per la nostra energia, per quella forza maschile. È raro che oggi dobbiamo usarla”.
Detta così, può dividere parecchio. Qualcuno potrebbe leggerla come una giustificazione: gli uomini diventano tossici perché non lavorano più nei cantieri. Ma sarebbe una lettura troppo facile. Sting non sta assolvendo nessuno. Sta provando a chiedersi cosa succeda quando una parte dell’identità maschile, per secoli legata anche al lavoro fisico e alla competenza manuale, viene smontata di colpo.
La domanda è scomoda: se togli il lavoro, togli il senso di appartenenza, togli la possibilità di sentirsi utili, cosa resta? Non per tutti, ovvio. Ma per molti sì. E dentro quel vuoto possono entrare rabbia, frustrazione, bisogno di controllo, nostalgia mal digerita, identità aggressive vendute come forza.
Non è un discorso semplice. Però è più interessante della solita guerra tra “gli uomini sono tutti tossici” e “non si può più dire niente”.
The Last Ship nasce da un mondo duro, non da una cartolina nostalgica
Parlando di The Last Ship, Sting torna alla sua infanzia operaia e al ruolo che quei luoghi avevano nella storia britannica. Dice: «Britain’s wealth was created in the coalfields and the steel towns and the mill towns and the shipyards».
Traduzione: “La ricchezza della Gran Bretagna è stata creata nelle miniere di carbone, nelle città dell’acciaio, nelle città tessili e nei cantieri navali”.
Questa frase serve a ricordare una cosa spesso dimenticata: prima della finanza, prima dei servizi, prima dell’economia immateriale, c’erano corpi. C’erano mani. C’erano persone che lavoravano in condizioni pesanti e costruivano materialmente la ricchezza di un Paese.
Poi Sting collega il declino di quel mondo a «[Margaret] Thatcher’s dream of a service economy».
In italiano: “Il sogno di Margaret Thatcher di un’economia dei servizi”.
Secondo lui, quella svolta ha lasciato dietro di sé una ferita enorme. Non solo posti di lavoro persi, ma competenze intere finite fuori dal racconto nazionale. Lo dice con una frase durissima: «All of those skill sets were thrown on the scrapheap».
Tradotto: “Tutte quelle competenze furono buttate nel mucchio dei rottami”.
È un’immagine forte, anche amara. Perché non parla solo di economia. Parla di persone che avevano imparato un mestiere, magari durissimo, magari pericoloso, e si sono ritrovate trattate come materiale superato.
Sting non idealizza quel passato: “Amianto, sostanze tossiche, lavori pericolosi”
La parte più onesta del suo discorso arriva quando chiarisce che non vuole trasformare i cantieri navali in un presepe operaio. Sting lo dice senza girarci intorno: «I’m the guy who didn’t want to work there and for good reason. They were working in asbestos, all kinds of toxic chemicals».
In italiano: “Io sono quello che non voleva lavorare lì, e per buone ragioni. Lavoravano con l’amianto, con ogni tipo di sostanza tossica”.
Questo passaggio è fondamentale. Perché toglie al discorso il rischio della nostalgia facile. Sting non sta dicendo “si stava meglio quando si rischiava la salute in cantiere”. Sa benissimo che quei lavori erano duri, sporchi, pericolosi. Sa che molti uomini hanno pagato con il corpo, e a volte con la vita, quel tipo di economia.
Poi però aggiunge: «At the same time, I’m nostalgic for the sense of community that I was brought up in».
Traduzione: “Allo stesso tempo, provo nostalgia per il senso di comunità in cui sono cresciuto”.
Ecco il punto vero. Non nostalgia per l’amianto. Non nostalgia per la fatica distruttiva. Nostalgia per una comunità in cui il lavoro, per quanto pesante, creava identità, legami, orgoglio condiviso.
“Well, I built that”: il bisogno umano di vedere il risultato del proprio lavoro
Sting spiega quel mondo con una delle immagini più efficaci dell’intervista: «That environment was so rich with symbolism. The town, although it was depressed a lot of the time, was extremely proud of the ships that were built there. The work was awful and dangerous and hard, but those guys could look back and say: “Well, I built that.” The civic pride was massive».
In italiano: “Quell’ambiente era ricchissimo di simboli. La città, anche se spesso era depressa, era estremamente orgogliosa delle navi costruite lì. Il lavoro era terribile, pericoloso e duro, ma quegli uomini potevano guardarsi indietro e dire: ‘Beh, l’ho costruita io’. L’orgoglio civico era enorme”.
Questa è forse la parte più bella del ragionamento. Perché non parla solo degli uomini. Parla di una cosa che riguarda tutti: il bisogno di vedere che il proprio lavoro lascia un segno. Una nave è lì. Esiste. La guardi e sai di aver contribuito a costruirla. Non è un file, non è una riunione, non è una mail persa in una casella piena. È una cosa enorme che galleggia.
Oggi molti lavori sono meno fisici, meno pericolosi, e per fortuna. Ma spesso sono anche più astratti. A fine giornata non sempre sai cosa hai costruito. Hai risposto, gestito, ottimizzato, compilato, inviato. Magari hai lavorato tantissimo, ma ti resta poco tra le mani.
Sting sembra dire proprio questo: quando perdiamo il contatto con il fare, forse perdiamo anche una parte del nostro equilibrio.
Non tutti gli uomini sono tossici, e i dati aiutano a non fare caricature
Il tema della mascolinità tossica è tornato fortissimo negli ultimi anni, anche grazie a documentari sulla manosphere e serie come Adolescence, che hanno acceso molte discussioni. Però è importante non trasformare il discorso in una condanna generica degli uomini.
La fonte cita uno studio su 15.808 uomini eterosessuali in Nuova Zelanda, tra i 18 e i 99 anni. Secondo quei dati, il 35,4% mostrava profili largamente non tossici e il 53,8% punteggi bassi o moderati nella maggior parte dei tratti analizzati. Solo una quota più piccola rientrava nei profili più problematici: il 7% circa in un profilo definito “benevolmente tossico” e il 3,2% in un gruppo più preoccupante, con punteggi alti in ostilità, sessismo, narcisismo e resistenza alla prevenzione della violenza domestica.
Questo aiuta a ragionare meglio. La mascolinità tossica esiste, certo. Ma non coincide con “gli uomini” in blocco. Ed è proprio per questo che le parole di Sting possono essere utili: non puntano il dito su una categoria intera, ma provano a capire dove nasce una parte della frustrazione.
Sting, i figli e l’etica del lavoro
Sempre di lavoro parla anche un’altra dichiarazione recente di Sting sui figli. Il cantante ha detto: «All of my kids have been blessed with this extraordinary work ethic».
In italiano: “Tutti i miei figli sono stati benedetti da una straordinaria etica del lavoro”.
Poi ha raccontato cosa avrebbe detto loro: «Whether it’s the DNA of it or whether I’ve said to them, “Guys, you’ve got to work. I’m spending our money, I’m paying for your education. You’ve got shoes on your feet. Go to work.”».
Traduzione: “Che sia nel DNA o che sia perché ho detto loro: ‘Ragazzi, dovete lavorare. Sto spendendo i nostri soldi, sto pagando la vostra istruzione. Avete le scarpe ai piedi. Andate a lavorare’”.
Sting ha aggiunto di non considerare questo approccio «cruel», cioè “crudele”, ma una forma di «trust in them that they will make their own way. They’re tough, my kids».
In italiano: “fiducia nel fatto che troveranno la propria strada. I miei figli sono forti”.
Anche qui torna lo stesso filo: il lavoro come autonomia, identità, responsabilità. Non solo come stipendio.
Le vecchie ferite con i Police
Nell’intervista si sfiora anche la causa con gli ex compagni dei Police, Andy Summers e Stewart Copeland, legata a presunte royalty non pagate. Su questo Sting è stato secco: «It doesn’t make any sense. That’s all I’m willing to say».
Tradotto: “Non ha alcun senso. È tutto quello che sono disposto a dire”.
Una risposta asciutta, quasi blindata. Ma il cuore del discorso resta un altro: Sting, partendo da The Last Ship, ha rimesso al centro il rapporto tra lavoro, corpo, comunità e identità maschile.
Non ha dato una soluzione. E forse sarebbe stato strano il contrario. Però ha fatto una cosa utile: ha posto una domanda che non si risolve con una battuta. Se una società perde i luoghi in cui le persone si sentono utili, competenti e parte di qualcosa, cosa succede alla loro energia? E quando quell’energia non trova una direzione, dove finisce?
Tu cosa ne pensi delle parole di Sting sulla mascolinità tossica e sulla perdita dei lavori manuali? Scrivilo nei commenti.


