Lo spin-off animato di Stranger Things è uscito oggi su Netflix e la critica lo ha accolto con quella temperatura specifica che i comunicati stampa chiamano “risposta mista” e che nella realtà significa che nessuno ha trovato le parole giuste per dire quanto poco gli sia piaciuto senza sembrare crudele nei confronti di un cartone animato.
La critica americana ha usato esattamente le parole che ti aspettavi
Variety lo ha definito “un ritorno cinico e deprimente”, che è il tipo di aggettivo che nei comunicati ufficiali di Netflix non comparirà mai ma che in una recensione su una testata seria funziona come una stellina su cinque con un commento di spiegazione allegato. La critica Alison Herman ha scritto che la serie racconta esattamente la stessa storia di Stranger Things, con gli stessi personaggi, nella stessa Hawkins, nello stesso schema narrativo. Come se qualcuno avesse preso la serie originale, l’avesse messa in lavatrice a temperature troppo alte e l’avesse tirata fuori leggermente rimpicciolita e con i colori un po’ sbiaditi.
L’osservazione più inquietante di Variety però non riguarda la qualità della serie in sé, ma quello che rappresenta come modello: il formato animato permette di continuare indefinitamente, senza attori che invecchiano, senza cast che non rinnova il contratto, senza la necessità di trovare una fine narrativa convincente. Herman lo chiama “l’idea più inquietante che questo franchise abbia prodotto da anni”, che nel contesto di una serie piena di creature del Sottosopra è già un risultato editoriale notevole.
The Hollywood Reporter ha usato la formula “uguale, ma meno”, che è forse la sintesi più efficace di tutto: Eleven c’è, Mike c’è, Dustin c’è, Hawkins c’è, il Sottosopra c’è. Ma c’è tutto in versione ridotta, come quando ordini lo stesso piatto in un ristorante diverso e capisci alla seconda forchettata che qualcosa non torna, senza riuscire a identificare esattamente cosa.
Il problema che nessuno vuole dire chiaramente ma che tutti pensano
The Independent lo ha detto con una semplicità che fa quasi più male delle critiche elaborate: tutta questa fedeltà alla serie originale, tutti questi riferimenti, tutta questa cura nel ricreare l’estetica degli anni Ottanta, non fa altro che ricordare continuamente chi manca. Gli attori originali, cresciuti davanti alle telecamere per anni, con le loro facce e le loro voci e le loro piccole idiosincrasie, erano la serie tanto quanto i mostri e le luci che lampeggiavano. Un cartone animato può replicare Hawkins in ogni dettaglio e non può replicare quella cosa lì, che non ha un nome preciso ma che si sente quando c’è e si sente ancora di più quando non c’è.
È un problema che tutti i franchise basati sui personaggi prima o poi incontrano: a un certo punto il personaggio diventa più grande dell’attore, e qualcuno decide che il personaggio può sopravvivere all’attore. A volte funziona. Più spesso produce qualcosa che assomiglia all’originale abbastanza da farti venire voglia di guardare l’originale invece di quello che stai guardando.
L’unica recensione vagamente positiva, e il motivo per cui fa ancora più tristezza
The Guardian ha trovato un argomento a favore della serie che, riletto con calma, è più deprimente di qualsiasi stroncatura. Il critico ha scritto che il fatto che la serie non vada da nessuna parte narrativamente è esattamente quello che i fan delusi dal finale di Stranger Things volevano: restare fermi nel 1985, a Hawkins, senza che niente si concluda davvero, come se la serie potesse continuare per sempre senza mai arrivare al punto in cui bisogna salutarsi.
Che la proposta di valore di uno spin-off sia “non andiamo da nessuna parte e non finiamo mai” è già abbastanza per capire in che direzione si sta andando. Non è una serie, è una comfort zone con i sottotitoli.
Netflix ha costruito qualcosa che può andare avanti indefinitamente, costare meno di una stagione live action, non dipendere dalla disponibilità di nessun attore e tenere il franchise in vita senza che nessuno possa dichiararne ufficialmente la morte. Dal punto di vista del business è geniale. Dal punto di vista di chi amava la serie è la cosa più fredda che potessero fare, e lo hanno fatto con i disegni animati degli anni Ottanta per renderla più difficile da criticare senza sembrare che ce la stai prendendo con un cartone.
Storie dal 1985 è su Netflix da oggi. Se vuoi capire perché la critica lo ha demolito, guardalo. Se vuoi capire perché la critica lo ha demolito senza guardarlo, hai già letto tutto quello che ti serve.


