Quattro mesi. È bastato aspettare quattro mesi dalla fine di Stranger Things per ritrovarsi davanti a uno spinoff animato ambientato tra la seconda e la terza stagione, con i personaggi originali ridisegnati in stile cartone animato e una nuova avventura che si svolge nel gennaio del 1985. Quattro mesi. Non so se considerarlo un ottimo esempio di efficienza produttiva o un segnale che qualcuno a Netflix ha una certa urgenza di monetizzare un franchise prima che il pubblico finisca di metabolizzare il finale. Probabilmente entrambe le cose, e probabilmente non si escludono a vicenda.
La premessa di Storie dal 1985 ha una sua logica, e devo ammettere che sulla carta mi sembrava una di quelle idee che avrei potuto difendere abbastanza a lungo. Il problema principale delle serie con protagonisti giovani è che i protagonisti invecchiano, e Stranger Things negli anni ha dovuto fare i conti esattamente con questo: i ragazzini di Hawkins sono diventati adulti sotto i nostri occhi, la serie ha cercato di adattarsi, e il risultato finale non ha convinto tutti. Un formato animato risolve il problema in modo elegante: puoi tenere Eleven, Mike, Dustin, Lucas e Max per sempre a quattordici anni, con le bici, i giochi di ruolo e i mostri dell’Upside Down, senza che nessuno debba spiegare perché Noah Schnapp sembri un adulto mentre interpreta un dodicenne.
Il punto è che Storie dal 1985 non usa questa libertà nel modo in cui avrebbe potuto. La serie è ambientata in un momento preciso della timeline originale, deve rispettare tutto quello che la serie madre ha già stabilito, e questo la intrappola in un modo che diventa evidente già dai primi episodi. Eleven è ancora nascosta nella casa di Hopper, Mike la aggiorna su tutto quello che succede a scuola, Dustin tiene insieme il gruppo, Lucas e Max si scambiano occhiate imbarazzate dopo il primo bacio al Snow Ball. Tutto esattamente dove lo avevamo lasciato, tutto esattamente dove sappiamo già che andrà a finire, perché la terza stagione esiste e abbiamo già visto cosa succede.
Il nuovo personaggio principale è Nikki Baxter, figlia di un’insegnante supplente, capelli rosa con mohawk laterale rasato, atteggiamento da punk rock cresciuta a forza di traslochi che le ha insegnato a non affezionarsi a nessuno. È il personaggio più interessante della serie, costruito con una certa cura, e il problema è che non può fare praticamente niente di rilevante perché se lasciasse un segno vero sui personaggi principali qualcuno avrebbe già dovuto nominarla nella serie originale. Il che significa che Nikki esiste in uno spazio narrativo molto scomodo: abbastanza presente da sembrare importante, abbastanza invisibile da non cambiare nulla. È un po’ come invitare qualcuno a cena e poi non dargli niente da mangiare.
La stessa logica si applica a tutto il resto. Max e Lucas possono avvicinarsi ma non troppo, perché la loro storia è già scritta. Eleven e Mike possono costruire il loro rapporto ma senza raggiungere nessun traguardo vero, perché quelli appartengono all’altra serie. L’Upside Down può fare cose inquietanti ma non troppo inquietanti, perché il vero pericolo deve ancora arrivare. Il risultato è una serie che sa già dove non può andare prima ancora di cominciare, e questa consapevolezza si sente in ogni episodio come una coperta leggermente troppo corta: ti copri le spalle e ti vengono fuori i piedi, ti copri i piedi e rimangono le spalle.
Detto questo, gli episodi durano trenta minuti, il ritmo è sostenuto, e se abbandoni l’aspettativa di vedere qualcosa di memorabile puoi passare un pomeriggio abbastanza tranquillo davanti allo schermo. Lo stile visivo è vivace, i colori sono quelli giusti per un cartoon anni Ottanta, e ogni tanto arriva una battuta che funziona. Non è una serie brutta, è una serie che poteva essere molto di più e si è accontentata di essere un addendum decoroso a qualcosa di più grande. Il che, considerato il franchise da cui proviene, è un risultato che è difficile definire entusiasmante.
La Recensione
Stranger Things: Storie dal 1985
Il formato animato con episodi da trenta minuti è una scelta sensata, e il nuovo personaggio di Nikki Baxter ha il potenziale per essere interessante. Il problema è che la serie è così legata alla timeline e alla mitologia originale da non potersi permettere nessun rischio vero: i personaggi non possono cambiare, le relazioni non possono evolvere in modo significativo, i pericoli non possono essere davvero pericolosi. Il risultato è un'operazione piacevole ma sostanzialmente inutile, che intrattiene senza lasciare niente.
PRO
- Se ami Stranger Things e vuoi semplicemente passare altro tempo con quei personaggi senza pretendere niente di nuovo
- Gli episodi da trenta minuti rendono tutto molto leggero: nessun impegno, nessuna maratona estenuante, zero sensi di colpa
CONTRO
- Se sai già come va a finire - e se hai visto la terza stagione lo sai - la tensione narrativa è praticamente zero dall'inizio alla fine
- Nikki Baxter è il personaggio più interessante della serie, ma non può fare niente di realmente rilevante per ragioni di continuità con la serie madre, e questa limitazione si sente


