Nei film con i mostri, gli anziani hanno sempre avuto un ruolo molto preciso. Stanno sul portico con la lanterna, pronunciano la frase di rito del tipo “in questo paese non si era mai vista una cosa simile” e poi spariscono dalla storia prima che diventi interessante. I ragazzini trovano i mostri, ci litigano, ci sopravvivono. Gli adulti non credono a nessuno e pagano le conseguenze nei primi venti minuti.
The Boroughs – Ribelli senza tempo, la nuova serie Netflix, ha deciso di ignorare questa suddivisione dei ruoli con la serenità di chi non l’ha mai considerata vincolante. I protagonisti hanno sessant’anni passati, vivono in un villaggio residenziale nel deserto del New Mexico, e tocca a loro scoprire che qualcosa di sbagliato si muove nella sabbia intorno al villaggio. I Fratelli Duffer figurano tra i produttori, il che spiega certe scelte stilistiche riconoscibili nel lettering dei titoli e nella colonna sonora, ma la serie ricorda molto meno Stranger Things di quanto il marketing voglia suggerire. Ricorda piuttosto il cinema di Joe Dante, quello de I Gremlins e de I Borghesi, quella vena di commedia nera con i mostri cucita nei quartieri residenziali americani che il decennio aveva affinato con cura prima che il blockbuster la spingesse fuori moda.
Al centro della storia c’è Sam, interpretato da Alfred Molina con quella qualità di presenza silenziosa che non si improvvisa. Sam ha perso la moglie di recente e si ritrova solo nel villaggio, ancora frastornato da quel vuoto che non è nemmeno tristezza nel senso comune ma qualcosa di più strutturale, come l’assenza di un rumore di fondo a cui ti eri abituato senza accorgertene. Cercando di rimettere insieme i pezzi, viene a sapere che l’ex residente della sua casa è stato ricoverato in ospedale dopo aver parlato di mostri e rumori nelle pareti. La cosa ragionevole sarebbe derubricare tutto a demenza senile e andare avanti. Sam invece va a parlargli.
Da lì si forma la squadra, e il casting è uno dei punti più riusciti della serie. Alfre Woodard è Judy, donna che ha trascorso decenni in un matrimonio che la sta consumando lentamente. Denis O’Hare è Wally, a cui hanno appena diagnosticato un tumore terminale e che nella caccia ai mostri vede qualcosa che assomiglia a un’ultima occasione per fare qualcosa di significativo nella vita. Geena Davis è Renee, che nel frattempo si ritrova in una storia sentimentale inaspettata con una delle guardie di sicurezza del villaggio. Molina, Woodard e O’Hare tengono insieme la serie con quella naturalezza di chi fa questo mestiere da molto prima che tu cominciassi a guardare film, e ogni scena in cui sono tutti e tre presenti ha una qualità che le serie con cast molto più giovani faticano a trovare con la stessa facilità.
Non tutto funziona allo stesso livello. La fotografia è slavata in un modo che probabilmente vuole evocare l’aria sabbiosa del deserto, ma che nella pratica rende tutto un po’ più opaco di quanto dovrebbe essere (e Joe Dante, che ha ispirato questa serie, amava il colore: avrebbe avuto qualcosa da dire sulla palette beige). La serie poi tocca il suo punto più alto nel quinto episodio, quello in cui ritmo e storia si incastrano alla perfezione, per poi rallentare nelle tre puntate successive senza una ragione narrativa particolarmente convincente, come se qualcuno avesse allungato il materiale per rispettare un formato piuttosto che per necessità della storia.
Ciò nonostante, The Boroughs – Ribelli senza tempo vale il tempo investito, soprattutto per come tratta i suoi protagonisti: non come ingranaggi al servizio della trama, ma come persone con una storia alle spalle che non viene mai raccontata per intero ma si sente in ogni scena. Nel genere horror, questa attenzione ai personaggi è più rara di quanto si potrebbe pensare.
La Recensione
The Boroughs - Ribelli senza tempo
The Boroughs - Ribelli senza tempo è una serie Netflix prodotta dai Fratelli Duffer e ambientata in un villaggio residenziale per anziani nel deserto del New Mexico, dove un gruppo di residenti scopre che qualcosa di sbagliato si muove nella sabbia intorno al villaggio. Il cast, guidato da Alfred Molina, Alfre Woodard e Denis O'Hare, è il punto di forza assoluto: tre attori che costruiscono personaggi veri, con storie alle spalle che si sentono in ogni scena senza bisogno di essere raccontate per intero. La serie ricorda il cinema di Joe Dante più che Stranger Things, e questa è la sua qualità migliore. La fotografia beige e tre episodi finali sottotono sono i limiti principali. Giudizio: una delle sorprese più piacevoli della stagione Netflix, soprattutto se ami il cinema di genere degli anni Ottanta.
PRO
- Alfred Molina, Alfre Woodard e Denis O'Hare formano uno dei terzetti più riusciti che vedrai in una serie Netflix quest'anno, con una naturalezza che gli attori più giovani faticano spesso a trovare
- La serie prende il genere horror con i mostri e lo sposta su personaggi che hanno già vissuto abbastanza da avere qualcosa di vero da perdere, e questo cambia tutto il peso emotivo della storia
CONTRO
- La fotografia slavata e tendente al beige toglie vita visiva a una serie che avrebbe guadagnato molto da più colore e più contrasto


