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Su Netflix è in tendenza Stigmate: il film che la Chiesa voleva cancellare

Wonder Channel Redazione di Wonder Channel Redazione
13 Dicembre 2025
in Film, Film & Serie TV
Tempo di lettura 7 minuti
Su Netflix è in tendenza Stigmate il film che la Chiesa voleva cancellare

C’è un film del 1999 che sta scalando le classifiche di Netflix e che all’epoca della sua uscita fece tremare i vertici del Vaticano. Si chiama Stigmate, e se non ne hai mai sentito parlare c’è un motivo preciso: questo thriller soprannaturale con Patricia Arquette e Gabriel Byrne ha scatenato polemiche talmente violente che molti lo considerano ancora oggi uno degli attacchi più articolati mai prodotti da Hollywood contro la Chiesa cattolica. Ma la parte interessante? Alcune delle “bugie” raccontate nel film sono in realtà verità che puoi verificare tu stesso con una semplice ricerca online.

La trama che fece infuriare il Vaticano

Frankie Paige è una parrucchiera di Pittsburgh, atea convinta, che si ritrova la vita sconvolta dopo aver ricevuto un regalo dalla madre: un rosario proveniente dal Brasile, appartenuto a un sacerdote appena morto. Da quel momento inizia a manifestare le stigmate – le ferite della crocifissione di Cristo – su polsi, piedi, fronte e costato. Il Vaticano invia padre Andrew Kiernan, un prete-scienziato interpretato da Gabriel Byrne, per indagare. Ma quello che scopre è molto più inquietante di una semplice possessione.

Frankie è posseduta dallo spirito di padre Paulo Alameida, il sacerdote brasiliano proprietario del rosario, che era stato scomunicato per aver tradotto un vangelo segreto. Un testo che, se rivelato al mondo, distruggerebbe l’autorità della Chiesa come istituzione. Il messaggio? “Il regno di Dio è in te e attorno a te, non in edifici di legno e pietra”. Per la Chiesa cattolica del film, questo rappresenta una minaccia esistenziale. E il cardinale Daniel Houseman, interpretato da Jonathan Pryce, è disposto a tutto – anche all’omicidio – pur di far tacere Frankie per sempre.

Il vangelo “proibito” esiste davvero (ed è su Wikipedia)

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Ecco dove la realtà supera la finzione in modo imbarazzante per il film. Il Vangelo di Tommaso su cui si basa tutta la trama esiste davvero. Fu scoperto nel 1945 a Nag Hammadi, in Egitto, insieme ad altri testi gnostici. E qui arriva il colpo di scena: contrariamente a quanto sostiene il film, il Vaticano non ha mai cercato di nasconderlo. Il testo è liberamente consultabile da chiunque da quasi 80 anni, tradotto in decine di lingue, disponibile online e considerato dalla Chiesa cattolica semplicemente un vangelo apocrifo – interessante dal punto di vista storico ma non canonico.

Il versetto citato nel film esiste davvero (è il numero 77): “Io sono la luce che splende su tutto. Io sono ovunque. Tutto è venuto da me e tutto tornerà a me. Spezza un pezzo di legno e io sarò lì, alza una pietra e lì mi troverai”. Il film lo ha rielaborato leggermente, ma il senso rimane lo stesso. Gli storici e i biblisti, però, hanno fatto notare che questi concetti sono già presenti nei quattro vangeli canonici, rendendo tutta la “cospirazione” del film piuttosto ridicola dal punto di vista teologico.

Eppure il film ha funzionato. Perché? Perché ha cavalcato l’onda di un movimento culturale che stava esplodendo negli anni ’90: la diffidenza verso le istituzioni religiose, il fascino per lo gnosticismo e la spiritualità New Age. Quella stessa onda che qualche anno dopo avrebbe reso “Il Codice Da Vinci” un fenomeno mondiale.

Billy Corgan degli Smashing Pumpkins ha composto la colonna sonora

Se c’è una cosa che rende Stigmate unico nel panorama degli horror religiosi è la sua colonna sonora. Il frontman degli Smashing Pumpkins, Billy Corgan, insieme al pianista Mike Garson (collaboratore di David Bowie e Nine Inch Nails) ha scritto oltre 40 minuti di musica strumentale per il film. Non semplici canzoni di sottofondo, ma una vera e propria suite atmosferica che va dal “bubbling elettronico” di “Of Square Waves/Random Thought” fino al pulsare quasi industrial di “Reflect (Gray)/Of Sine Waves”.

Corgan ha accettato l’incarico a una condizione: controllo totale. Niente interferenze da parte di Hollywood, niente richieste di cambiamenti. “La gente parla tanto di voler fare qualcosa di diverso, ma poi torna sempre alla solita merda”, dichiarò il musicista in un’intervista all’epoca. Il regista Rupert Wainwright e il produttore Frank Mancuso Jr. hanno accettato il patto, e il risultato è una colonna sonora che secondo AllMusic rappresenta “musica d’atmosfera del più alto livello, che scorre senza soluzione di continuità tra momenti orchestrali, paesaggi sonori elettronici, dissonanza e luce”.

Oltre alla partitura di Corgan, la soundtrack include brani di David Bowie (“The Pretty Things Are Going to Hell”), Björk, Massive Attack e Chumbawamba. C’è anche “Identify”, cantata da Natalie Imbruglia ma originariamente scritta e registrata da Corgan stesso in una demo prodotta da Flood che dovrebbe essere inclusa nella ristampa dell’album “Machina” degli Smashing Pumpkins.

L’ingegnere del suono Chris Steinmetz ha descritto la musica come qualcosa che assomigliava molto all’album “Adore” dei Pumpkins: “Molto atmosferica, ma con tanta energia e potenza. Loop di batteria e suoni aggressivi e originali”.

Le stigmate sono nel posto sbagliato (o forse no)

C’è un dettaglio nel film che passa quasi inosservato ma che in realtà rappresenta una piccola lezione di storia: le ferite di Frankie compaiono sui polsi, non sui palmi delle mani come nelle tradizionali rappresentazioni della crocifissione. Quando lei stessa lo fa notare come prova di non avere vere stigmate, padre Kiernan le spiega che le prove scientifiche dimostrano che i romani inchiodavano i condannati attraverso i polsi, perché i palmi non avrebbero retto il peso del corpo senza lacerarsi.

Frankie chiede incredula: “Quindi mi stai dicendo che ogni rappresentazione della crocifissione è sbagliata?”. La risposta del prete: “Non sbagliata, solo imprecisa”. È uno di quei momenti in cui il film, tra videoclip e scene gore, decide di essere intelligente.

Il regista che veniva dalla pubblicità (e si vede)

Rupert Wainwright, il regista di Stigmate, proveniva dal mondo della pubblicità e dei videoclip musicali. E ha girato il film esattamente come un lungo music video di 103 minuti. Montaggio frenetico, tagli rapidi, filtri colorati, inquadrature stilizzate. Le scene delle stigmate sono violente e splatter, ma girate in modo così esteticamente curato che non riesci a distogliere lo sguardo.

Molti critici hanno stroncato il film proprio per questo: troppo stile, poca sostanza. “Wainwright nasconde l’incoerenza con un bombardamento di immagini stilizzate, fa molto rumore ma non dice nulla”, scrisse un recensore. Altri hanno apprezzato proprio questo approccio non convenzionale, definendolo “sorprendentemente poco hollywoodiano”.

La scelta di Patricia Arquette come protagonista si è rivelata perfetta. Frankie Paige doveva essere una ragazza atea, alternativa, che vive la vita al massimo. Arquette, membro di una famiglia di attori considerati “non conformisti” a Hollywood, ha portato sullo schermo esattamente quel mix di hippie e punk che il personaggio richiedeva. Sembra che non stesse recitando, ma vivendo. Alcuni critici tedeschi hanno scritto che sembrava “catapultata direttamente dalla sua vita privata sul set”.

Due finali, ma quale è quello giusto?

Pochi sanno che esiste un finale alternativo di Stigmate. Nel DVD originale è inclusa questa versione differente, voluta dal regista. La differenza è sottile – non cambia radicalmente la storia – ma altera il tono emotivo della conclusione. Alcuni fan sostengono che il finale alternativo sia migliore, più coerente con il messaggio del film. Altri preferiscono la versione uscita al cinema.

Questa doppia versione racconta molto del processo creativo travagliato del film. Wainwright voleva fare qualcosa di diverso, Corgan voleva il controllo della musica, gli studios volevano un horror commerciale. Il risultato è un film che cerca di essere tre cose contemporaneamente: un thriller soprannaturale alla “L’Esorcista”, un manifesto New Age contro le istituzioni religiose, e un’esperienza visiva da videoclip.

Il successo (commerciale) e il fallimento (critico)

Nonostante le stroncature, Stigmate ha funzionato al botteghino. Con un budget di 29 milioni di dollari, ha incassato quasi 50 milioni negli Stati Uniti e circa 90 milioni in tutto il mondo. Un discreto successo commerciale per un film che molti consideravano troppo controverso.

Le critiche sono state spietate. Su Rotten Tomatoes ha un misero 20% di gradimento della critica. “La storia è poco convincente e la recitazione debole”, “Tom Lazarus e Rick Ramage dovrebbero vergognarsi di aver scritto tali sciocchezze”, “C’è poco da ridere a meno che non vi venga da sghignazzare per l’angoscia visionaria incessante”. Ma il pubblico, soprattutto quello giovane degli anni ’90, lo ha apprezzato. Molti spettatori hanno scritto recensioni entusiaste, definendolo “coinvolgente”, “che ti fa pensare”, un film che “ti lascia con domande e dubbi su quello che ci è stato insegnato”.

Perché Stigmate funziona ancora oggi

Ventisei anni dopo, Stigmate torna su Netflix e trova un nuovo pubblico. Perché? Primo, perché l’estetica anni ’90 è tornata di moda. Secondo, perché la diffidenza verso le istituzioni religiose non è mai stata così alta. Terzo, perché in un’epoca dominata dai cinecomic e dai sequel, un film così strano e divisivo ha un fascino particolare.

Non è un capolavoro. Non è nemmeno un buon film secondo molti standard critici. Ma è un documento interessante di un momento culturale preciso: la fine degli anni ’90, quando Hollywood osava ancora fare film religiosi controversi, quando Billy Corgan poteva dettare legge su una colonna sonora, quando una parrucchiera punk poteva diventare il veicolo di un messaggio gnostico contro il Vaticano.

E se il Vangelo di Tommaso non è davvero proibito, se la Chiesa non ha mai cercato di cancellarlo, se tutto questo è solo fiction… beh, resta comunque un film che ti fa venire voglia di cercarlo su Google. E forse è proprio questo il punto.

Tags: horrorNetflix
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