Oggi è il 4 maggio 2026. Settantasette anni fa, alla stessa ora in cui probabilmente stai leggendo questo articolo, un trimotore Fiat G.212 si stava avvicinando a Torino attraverso la nebbia fitta di una collina. A bordo c’erano trentuno persone. Alle 17:03, l’aereo si schiantò contro il muraglione posteriore della Basilica di Superga a 180 chilometri all’ora.
Non ci fu nessun superstite.
Quello che è successo nei minuti, nelle ore e nei giorni successivi è una storia che in Italia si conosce, si tramanda, si ricorda ogni anno con una precisione che non appartiene a molti altri eventi della storia sportiva del nostro Paese. Eppure ci sono angoli di questa vicenda che non vengono raccontati abbastanza spesso, dettagli che stanno nei libri di storia ma non sempre arrivano alle persone che non erano ancora nate quando successe. Questo articolo è per loro, e anche per chi la storia la conosce già ma non si stanca di sentirla.
Chi era il Grande Torino, prima di tutto
Prima di raccontare il 4 maggio bisogna capire cosa è andato perduto quel giorno, perché senza questa premessa la tragedia rimane un dato numerico e non diventa quello che è: la fine di qualcosa che non è mai stato rimpiazzato del tutto.
Il Grande Torino tra il 1942 e il 1949 aveva vinto cinque scudetti consecutivi, considerando la pausa forzata degli anni di guerra. Aveva stabilito il record di 125 reti segnate in una singola stagione, quella del 1947/48, un numero che ancora oggi suona assurdo. Non perdeva in casa dal 31 gennaio 1943: cento partite consecutive tra vittorie e pareggi, 89 vittorie, 363 gol fatti e 80 subiti. Una imbattibilità interna durata sei anni e nove mesi che nessuno ha mai avvicinato nel calcio italiano.
Ma i numeri da soli non spiegano niente. Il Grande Torino rappresentava qualcosa per un Paese che aveva appena finito di raccogliere le macerie della guerra e stava cercando di credere di nuovo in qualcosa. Era la squadra che riempiva gli stadi, quella che la gente seguiva alla radio con la stessa attenzione con cui seguiva le notizie dal governo. Il capitano Valentino Mazzola aveva un gesto che era diventato un rito: si rimboccava le maniche nei momenti difficili, e quando lo faceva il pubblico sapeva che la partita stava per cambiare. Mazzola aveva trent’anni quando morì.
La Nazionale italiana in quegli anni era composta quasi interamente da giocatori del Torino. Non era una squadra che vinceva: era una certezza collettiva, il tipo di cosa a cui ci si affeziona senza rendersi conto che potrebbe finire.
Il viaggio che non doveva esserci: una storia di generosità
Il Grande Torino era andato a Lisbona non per un impegno ufficiale. Non era una partita di campionato, non era una coppa europea. Era un’amichevole organizzata per aiutare Francisco Ferreira, capitano del Benfica e simbolo del calcio portoghese, che attraversava gravi difficoltà economiche.
Era stato Valentino Mazzola, il capitano del Torino, ad organizzare tutto. Aveva conosciuto Ferreira durante una partita della Nazionale tra Italia e Portogallo, i due si erano stimati, e quando Ferreira si trovò in difficoltà fu Mazzola a farsi carico della situazione. Telefonò, organizzò, convinse tutti. Il Torino sarebbe andato a Lisbona a giocare un’amichevole il cui ricavato sarebbe andato al capitano portoghese.
La partita si giocò il 3 maggio 1949 allo Stadio Nazionale di Jamor, davanti a settantamila spettatori. Il Benfica vinse quattro a tre. Ossola, Bongiorni e Menti segnarono per il Torino. Quella di Menti fu l’ultima rete del Grande Torino nella storia. Il giorno dopo, la squadra prese l’aereo per tornare a casa.
Il presidente con la broncopolmonite
Ferruccio Novo era il presidente del Torino Football Club. Avrebbe dovuto essere su quell’aereo, e in circostanze normali lo sarebbe stato senza dubbio. Il problema è che nei giorni precedenti alla partenza si era ammalato di broncopolmonite. I medici gli avevano ordinato di restare a letto. Lui obbedì, e quel fatto banale, quella febbre che in altri momenti avrebbe potuto essere una seccatura da ignorare, gli salvò la vita.
Novo sopravvisse alla sua squadra, al suo club, ai suoi giocatori. Visse fino al 1968. Non è difficile immaginare cosa voglia dire portarsi dietro per vent’anni la consapevolezza di essere ancora vivo per colpa di una broncopolmonite.
Il radiocronista e la cresima del figlio
Nicolò Carosio era la voce del calcio italiano degli anni Quaranta. Commentava le partite alla radio con quella passione precisa che ancora oggi, ascoltando i vecchi filmati, si riconosce immediatamente. Era stato invitato a seguire il viaggio a Lisbona, e in condizioni normali avrebbe detto sì senza pensarci troppo.
Quella mattina, però, aveva la cresima di suo figlio. Un appuntamento che non si poteva spostare, non si poteva delegare, non si poteva rimandare. Carosio restò a casa, andò in chiesa con la sua famiglia, e non salì sull’aereo.
C’è qualcosa di strano nel pensare a questa cosa. Una delle giornate più importanti nella vita di un bambino ha salvato la vita a suo padre. La cresima di un ragazzo di cui non sappiamo il nome ha fatto sì che Nicolò Carosio continuasse a commentare le partite alla radio per anni ancora. Il caso funziona così, con quella crudeltà casuale che non ha nessuna logica e non cerca di averne.
Il passaporto scaduto di Maestrelli
Tommaso Maestrelli giocava nella Roma, non nel Torino. Ma Valentino Mazzola lo conosceva e lo stimava, e quando stava organizzando il viaggio a Lisbona lo chiamò personalmente per chiedergli di aggregarsi alla spedizione. Un invito diretto dal capitano del Torino era qualcosa che si accettava. Maestrelli disse sì.
Poi andò a controllare il passaporto e scoprì che era scaduto. Provò a rinnovarlo in tempo, ma non ci riuscì. La burocrazia, quella cosa lenta e indifferente che normalmente è solo una seccatura, in questo caso fu la sua salvezza. Maestrelli non partì. Anni dopo sarebbe diventato l’allenatore della Lazio che vinse lo scudetto nel 1974, uno dei pochi scudetti nella storia biancoceleste. Morì nel 1979 per un tumore. Ma visse trent’anni in più rispetto a quanto sarebbe vissuto senza un passaporto scaduto.
Vittorio Pozzo e il posto che non aveva
La storia di Vittorio Pozzo è forse la più silenziosa di tutte, e forse per questo la più pesante. Pozzo era stato il commissario tecnico della Nazionale italiana, l’uomo che aveva vinto due Mondiali di fila nel 1934 e nel 1938. Conosceva quasi tutti i giocatori del Grande Torino perché li aveva allenati in Nazionale. Avrebbe dovuto essere sull’aereo, ma il club aveva deciso di non invitarlo, assegnando il suo posto al giornalista Luigi Cavallero de La Stampa.
Due giorni dopo, Vittorio Pozzo fu chiamato a Superga per svolgere il compito più difficile che si possa chiedere a un essere umano: andare a riconoscere i corpi di quelle stesse persone che aveva allenato, seguito, conosciuto. Lo fece. Riconobbe i giocatori uno a uno, usando tutto quello che sapeva di loro, i dettagli fisici, i segni particolari.
Fu così che riconobbe Romeo Menti.
La spilla della Fiorentina nel risvolto della giacca
Romeo Menti aveva giocato nella Fiorentina prima di arrivare al Torino. Era affezionato a Firenze, alla città e alla squadra, e portava sempre con sé una spilla della Fiorentina, cucita nel risvolto della giacca. Era il suo modo di non dimenticare da dove veniva, di portare con sé un pezzo di storia personale anche quando indossava i colori granata.
Quel pomeriggio di maggio, tra i resti dell’aereo sulla collina di Superga, Vittorio Pozzo trovò quella spilla. E riconobbe Romeo Menti.
Quella spilla è conservata oggi al Museo del Calcio. Così come i parastinchi e le sigarette di Aldo Ballarin trovati sul luogo della tragedia, la tessera postale di Valentino Mazzola, la maglia granata di Virgilio Maroso indossata durante la tournée in Brasile dell’estate precedente. Oggetti che erano stati banali e quotidiani fino a un pomeriggio, e che poi sono diventati reliquie.
Le cause dello schianto: 40 metri di visibilità
L’aereo era un trimotore Fiat G.212, entrato in servizio l’anno precedente. Decollò da Lisbona alle 9:40 del 4 maggio, fece scalo a Barcellona, ripartì alle 14:50. Il comandante era il tenente colonnello Pierluigi Meroni.
Nelle ore in cui l’aereo si avvicinava a Torino, le condizioni meteorologiche sulla collina di Superga erano pessime. Pioggia, vento forte, nebbia. Nei pressi della basilica la visibilità era ridotta a 40 metri. Quaranta metri. Meno della lunghezza di un autobus articolato.
Alle 17:03 l’aereo, dopo aver eseguito una virata verso sinistra per avvicinarsi all’aeroporto, si schiantò contro il terrapieno posteriore della basilica a 180 chilometri all’ora. Quando i tecnici analizzarono in seguito il relitto e la disposizione dei rottami, non trovarono nessuna traccia di manovra di emergenza. Nessuna virata disperata, nessun tentativo di risalita. L’unica parte rimasta parzialmente intatta era l’impennaggio. Alle 17:05, due minuti dopo l’impatto, la torre di controllo dell’aeroporto di Aeritalia cercò di mettersi in contatto con il volo. Non ottenne risposta.
I tre giornalisti che nessuno ricorda abbastanza
Tra le 31 vittime di Superga c’erano anche tre giornalisti sportivi, e vale la pena nominarli con la stessa cura con cui si nominano i giocatori, perché anche loro erano lì per fare il loro lavoro e non tornarono.
Renato Casalbore era il fondatore di Tuttosport, il quotidiano sportivo torinese che ancora oggi esiste ed è uno dei più letti in Italia. Fondò quel giornale, lo diresse, lo fece diventare quello che è, e morì a Superga a cinquantasei anni. Renato Tosatti lavorava per la Gazzetta del Popolo. Luigi Cavallero era il giornalista de La Stampa che aveva preso il posto di Vittorio Pozzo sull’aereo.
Tre persone che raccontavano il calcio per mestiere, che quella domenica erano lì a fare quello che facevano ogni settimana, e che non tornarono a casa. La frase “morì mentre svolgeva il suo lavoro” è una di quelle che si usa nei necrologi quasi senza pensarci. In questo caso pesa in modo diverso.
I funerali e il milione di persone
I funerali si svolsero il 6 maggio 1949, quarantotto ore dopo la tragedia, al Duomo di Torino. Le salme di alcuni giocatori erano state esposte a Palazzo Madama. Il governo inviò il giovane Giulio Andreotti come rappresentante ufficiale.
Oltre 600.000 persone si riversarono per le strade di Torino. Alcuni storici parlano di quasi un milione, contando anche chi arrivò da fuori città. In un’Italia del 1949 che aveva ancora le cicatrici della guerra ovunque, quella partecipazione enorme dice qualcosa di preciso su quanto quella squadra appartenesse alle persone, non solo ai tifosi granata. Era il lutto di un Paese intero, non di una curva.
Sette dei diciotto calciatori sono sepolti nel cimitero monumentale di Torino. Gli altri nei loro comuni d’origine, dopo seconde esequie private. Ogni 4 maggio, il capitano del Torino FC va alla basilica e legge i nomi dei caduti, uno per uno. È un rito che va avanti da settantasette anni senza interruzioni.
Lo scudetto assegnato a tavolino, e la risposta delle altre squadre
Quando l’aereo si schiantò a Superga mancavano ancora quattro giornate alla fine del campionato. Il Torino era in testa con un vantaggio tale che il titolo era già matematicamente assegnato alla realtà, se non ancora sulla carta. La Federcalcio prese la decisione che si imponeva: assegnare il quinto scudetto consecutivo al Grande Torino, per acclamazione e per rispetto.
Ma la stagione doveva comunque concludersi, e il Torino aveva ancora quattro partite in calendario. Il club decise di mandarle a giocare alla squadra Primavera, i ragazzi giovani che normalmente si allenavano nell’ombra dei campioni. Le altre squadre fecero lo stesso, schierando i loro giovani per solidarietà e rispetto, rifiutandosi di approfittare del momento. La Primavera del Torino vinse tutte e quattro le partite.
Non è un dettaglio sportivo. È un gesto collettivo di dignità che dice qualcosa sul modo in cui il calcio italiano viveva se stesso in quegli anni, prima che diventasse quello che è diventato dopo.
La Nazionale a lutto e la frase di Montanelli
Per un anno intero, da quel 4 maggio 1949 in poi, la Nazionale italiana scese in campo con la maglia listata a lutto. Una banda nera inserita direttamente nella manica sinistra. Quella maglia è conservata al Museo del Calcio: la divisa di Carlo Parola, con quella striscia scura che era insieme un segno di rispetto e una ferita visibile, qualcosa che tutti potevano vedere e che diceva senza parole quello che le parole non riuscivano a dire completamente.
La mattina dopo la tragedia, Indro Montanelli scrisse su un quotidiano una frase che da settantasette anni viene ripetuta ogni 4 maggio, citata sui muri degli stadi, incisa sui monumenti, scritta sui biglietti che i tifosi portano a Superga in pellegrinaggio. È una frase breve, come sono brevi le cose vere: “Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto in trasferta.”
Montanelli non era un sentimentale. Era un giornalista preciso, spesso scomodo, abituato a guardare le cose senza abbellirle. Eppure quella mattina trovò le parole giuste, quelle che resistono al tempo perché non cercano di spiegare l’inspiegabile ma si limitano a nominarlo. Il Torino non è morto: è soltanto in trasferta. Una trasferta da cui non è mai tornato, e dalla quale forse non deve tornare, perché alcune cose diventano più reali rimanendo dove sono.
Settantasette anni dopo
Oggi i resti dell’aereo, un’elica, uno pneumatico, frammenti della fusoliera, sono conservati nel Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata, in una villa a Grugliasco inaugurata il 4 maggio 2008. Le valigie di Mazzola, di Maroso, di Erbstein sono lì, accanto a scarpini e maglie e fotografie. Oggetti che erano stati quotidiani e che adesso sono testimonianze di qualcosa che non c’è più.
Ogni anno, il 4 maggio, qualcuno sale sulla collina di Superga. Ci sono i tifosi del Torino, i giornalisti, le autorità. C’è la cerimonia ufficiale con la lettura dei nomi. E ci sono anche le persone che ci vanno da sole, senza che nessuno le abbia invitate, solo perché sentono che è la cosa giusta da fare.
Settantasette anni sono un tempo lungo. Abbastanza da far sì che non ci sia più nessun testimone diretto, nessuno che quella sera aspettasse a casa il ritorno di uno di quei trentuno. Eppure la memoria non si è spenta, e forse è proprio questo il senso di continuare a raccontare questa storia ogni anno, con i dettagli giusti, con i nomi giusti, con la cura che si deve a chi non è più qui per raccontarla da solo.
Il Torino non è morto. È soltanto in trasferta.

