Supergirl doveva confermare che il nuovo universo DC poteva andare avanti anche senza Superman sempre in prima fila. Invece il film con Milly Alcock è partito male, molto male, e ora a Hollywood si parla già di una possibile perdita enorme per Warner Bros. e DC Studios. Il dato che fa rumore è questo: 38 milioni di dollari nel primo weekend americano, 68 milioni nel mondo. Per un film costato circa 170 milioni solo di produzione, senza contare una campagna marketing molto pesante, non è il segnale che lo studio sperava di vedere.
La situazione è delicata perché Supergirl non era un titolo isolato. Arrivava dopo Superman, il film che aveva rilanciato il DC Universe sotto la guida di James Gunn e Peter Safran. Quel Superman aveva funzionato: buone recensioni, 125 milioni al debutto americano, oltre 600 milioni nel mondo. Non era solo un successo economico, era una specie di promessa fatta al pubblico: “Questa volta abbiamo un piano, fidatevi”. Supergirl avrebbe dovuto mostrare che quel piano poteva reggere anche con personaggi meno forti sul mercato.
La risposta del pubblico, almeno all’inizio, è stata fredda.
Il problema non è Milly Alcock. L’attrice, lanciata da House of the Dragon, aveva curiosità attorno a sé e poteva essere una scelta fresca per Kara Zor-El. Il problema sembra più grande: Supergirl non è stata percepita come un evento. E oggi, per un cinecomic da oltre 150 milioni, essere “un altro film di supereroi” non basta più. Se il pubblico deve comprare un biglietto, pagare parcheggio, pop corn, magari portare tutta la famiglia, vuole sentire che quel film va visto subito. Non tra due mesi in streaming. Non “prima o poi”. Subito.
Supergirl, invece, sembra essere finito nella zona più pericolosa: abbastanza costoso da dover incassare tanto, ma non abbastanza desiderato da diventare appuntamento collettivo.
C’è poi la questione del personaggio. Kara Zor-El è amatissima da una parte dei fan DC, ma non ha la forza popolare di Batman, Superman o Wonder Woman. Non ha nemmeno l’effetto sorpresa di Joker, che nel 2019 costò molto meno e diventò un fenomeno. Se scegli un personaggio meno noto al grande pubblico, devi avere una proposta chiarissima: un tono nuovo, un’idea fortissima, una campagna capace di far dire anche allo spettatore casuale “ok, questo mi incuriosisce”.
DC, invece, sembra aver trattato Supergirl come se il marchio bastasse. Ma il marchio, oggi, non basta più.
Il pubblico ha visto troppi universi condivisi, troppe scene post-credit, troppe promesse di saghe future. Marvel lo ha imparato negli ultimi anni con diversi risultati deludenti. DC lo sta imparando ora, mentre prova a ricostruire fiducia dopo una fase piena di cambi di rotta, reboot, film cancellati e continuità confuse. Non puoi chiedere allo spettatore di credere a un progetto di dieci anni se il secondo passo inciampa così.
La cosa più interessante, però, è che il flop di Supergirl non dice per forza che i supereroi siano finiti. Dice qualcosa di più preciso: i supereroi medi non sono più al sicuro. Batman può ancora riempire le sale. Spider-Man può ancora diventare un evento. Gli Avengers possono ancora creare attesa. Ma un personaggio laterale, con un budget da blockbuster gigantesco, oggi deve essere gestito con molta più prudenza.
Forse la lezione per DC è economica prima ancora che creativa. Non tutti i film devono costare come Superman. Non tutti i personaggi possono reggere 170 milioni di budget più marketing. Un film su Supergirl, forse, avrebbe avuto più libertà con una scala diversa: meno spazio cosmico, meno pressione da kolossal, più identità. Un’avventura più personale, più sporca, magari più strana, avrebbe potuto rischiare senza trasformarsi in un buco nei conti.
Il paradosso è che DC sembra averlo capito con Clayface, annunciato come horror dal budget molto più contenuto. Se davvero quel film costerà una frazione rispetto a Supergirl, potrà permettersi un pubblico più ristretto e diventare comunque un successo. È una strada sensata: usare i personaggi meno famosi per fare cinema di genere, non copie ridotte dei grandi film-evento.
Supergirl rischia quindi di diventare un caso da studiare. Non perché sia la fine del DC Universe, ma perché mostra il limite della strategia. Dopo Superman, Warner e DC hanno festeggiato il rilancio. Troppo presto, forse. Un universo condiviso non si misura solo con il film più facile da vendere, ma con quelli difficili. Kara era proprio uno di quei test.
Adesso James Gunn e Peter Safran dovranno capire cosa salvare e cosa correggere. Serve più selezione. Serve meno fiducia cieca nel marchio. Serve una domanda semplice prima di approvare un budget enorme: questo film sembra indispensabile anche a chi non legge fumetti?
Perché se la risposta è no, il rischio è sempre lo stesso: spendere come se si avesse in mano Superman, ma scoprire al botteghino che il pubblico non era pronto a volare con Supergirl.
Secondo voi il problema è Supergirl come personaggio, il film in sé o la stanchezza verso i cinecomic? Scrivetelo nei commenti e diteci se la DC dovrebbe puntare su film più piccoli e rischiosi.


