Sai qual è la cosa più frustrante del cinema? Quando hai tra le mani una storia che potrebbe diventare un capolavoro e la sprechi. “Swiped” è esattamente questo: un film che aveva tutto per essere memorabile e invece si accontenta dell’ordinario.
La vicenda di Whitney Wolfe Herd è roba da romanzo. Una ragazza che aiuta a creare Tinder, viene scaricata dal team dopo aver subito molestie, fa causa all’azienda e poi si rifà creando Bumble. Risultato? Diventa la più giovane miliardaria del mondo. Cinema puro, dirai tu. E invece no.
Lily James salva quello che si può salvare
Partiamo dal positivo: Lily James è brava. Davvero brava. Riesce a rendere credibile Whitney anche quando il copione la abbandona al suo destino. La vedi entrare in quell’ufficio pieno di maschi alpha e capisci subito che tipo di inferno la aspetta. James sa come muoversi in quei momenti di vulnerabilità, quando il personaggio deve sembrare forte ma sta crollando dentro.
Peccato che sia circondata da manichini di cartone. Jackson White fa il cattivo molestatore senza una sola sfumatura. Ben Schnetzer interpreta il cofondatore di Tinder come se stesse leggendo la sceneggiatura per la prima volta. E Dan Stevens? Beh, il suo investitore russo sembra uscito da una parodia di James Bond degli anni ’80.
Una regia che non osa mai
Rachel Lee Goldenberg dirige come se stesse facendo un episodio di una serie TV. Tutto pulito, tutto ordinato, tutto tremendamente prevedibile. Le scene si susseguono con la precisione di un orologio svizzero: presentazione del personaggio, primo successo, problema, caduta, rinascita, trionfo finale. Formula collaudata, certo, ma anche mortalmente noiosa.
Il problema vero è che Goldenberg non ha il coraggio di sporcarsi le mani. La cultura tossica della Silicon Valley? Ridotta a qualche battuta sessista di troppo. Le molestie sul lavoro? Accennate appena, senza mai affondare il colpo. È come se avesse paura di disturbare qualcuno.
Le domande che il film non fa
Ecco quello che più mi ha dato fastidio. “Swiped” tocca temi enormi e poi scappa via. Che impatto hanno davvero le app di incontri sulla società? Il film fa finta che Bumble abbia risolto tutti i problemi, senza mai chiedersi se non abbia semplicemente cambiato la confezione allo stesso prodotto.
Come funziona davvero il mondo delle startup? Qui vedi solo la superficie: qualche riunione, qualche presentazione, qualche litigio. Ma delle dinamiche vere, di come si muovono i soldi, di come si prendono le decisioni, neanche l’ombra.
Cosa significa essere donna in un ambiente del genere? Il film ci prova, ma si ferma agli stereotipi più ovvi. Whitney subisce, Whitney reagisce, Whitney vince. Fine. Non c’è psicologia, non c’è complessità.
Una storia vera trattata come fiction
Il paradosso di “Swiped” è che racconta una storia vera come se fosse inventata. Tutto troppo pulito, troppo lineare. Whitney è sempre la brava ragazza, gli altri sono sempre i cattivi. La realtà è più complicata, e un film che si rispetti dovrebbe avere il coraggio di mostrarlo.
Poi c’è questa cosa dell’accordo di riservatezza che impedisce a Whitney di raccontare la sua versione dei fatti. Ok, capisco il limite legale. Ma allora perché fare il film? Se non puoi dire la verità, che senso ha?
Un biopic da streaming
“Swiped” ha tutto l’aspetto di quei film fatti per essere visti distrattamente su Netflix anche se è disponibile su Disney Plus. Dura poco, non disturba nessuno, si dimentica subito. È il tipo di prodotto che va bene per riempire un catalogo, ma che non aggiunge niente al dibattito culturale.
E questo è un peccato, perché la storia di Whitney Wolfe Herd meritava di meglio. Meritava un regista coraggioso, una sceneggiatura che non avesse paura delle zone grigie, attori capaci di dare spessore ai loro personaggi.
Il verdetto
Non sto dicendo che “Swiped” sia un disastro. È un film guardabile, che scorre via senza troppi problemi. Lily James fa quello che può con il materiale che ha. Ma quando esci dalla visione, la sensazione è quella di aver sprecato 90 minuti di vita.
Il cinema dovrebbe farci riflettere, dovrebbe provocarci, dovrebbe dirci qualcosa che non sapevamo già. “Swiped” non fa niente di tutto questo. Si limita a confermare quello che pensiamo già di sapere, senza aggiungere una virgola al discorso.
Una storia incredibile ridotta a prodotto di consumo. È questo il vero peccato di “Swiped”.
La Recensione
Swiped
"Swiped" racconta come Whitney Wolfe Herd ha creato Bumble dopo essere stata cacciata da Tinder. Lily James è convincente, ma il film preferisce la strada facile con personaggi stereotipati, regia da telefilm e una sceneggiatura che non osa mai scavare davvero. Una storia incredibile ridotta a biopic di consumo.
PRO
- Lily James regala una delle sue migliori interpretazioni riuscendo a dare credibilità a un personaggio che sulla carta potrebbe sembrare banale
- La storia di Whitney Wolfe Herd è oggettivamente affascinante e molti non conoscono i dettagli della sua incredibile ascesa imprenditoriale
CONTRO
- La regia televisiva e la mancanza di personalità visiva rendono l'esperienza cinematografica piuttosto mediocre
- I personaggi maschili sono ridotti a stereotipi bidimensionali senza alcuna profondità psicologica
- Il film spreca l'opportunità di analizzare davvero l'impatto sociale delle dating app limitandosi a luoghi comuni
- La struttura narrativa prevedibile elimina qualsiasi sorpresa e rende la visione scontata dall'inizio alla fine


