Portare Temptation Island nelle scuole per parlare di relazioni tossiche. Detta così sembra una provocazione costruita apposta per far arrabbiare qualcuno. Invece l’idea lanciata da Enrico Galiano, insegnante e scrittore molto seguito sui social, ha un senso preciso: usare un programma visto da milioni di persone per insegnare ai ragazzi a riconoscere gelosia, controllo, manipolazione e ricatti emotivi.
No, non significa trasformare il reality di Canale 5 in materia scolastica. Nessuno sta dicendo che Filippo Bisciglia debba sostituire Dante, Manzoni o l’educazione civica. La proposta è diversa: prendere alcune scene, fermarle al momento giusto e chiedere agli studenti cosa stanno guardando. Chi sta controllando chi? Dove finisce la paura di perdere una persona e dove comincia il possesso? Una scenata è amore o prevaricazione? Una chat controllata è fiducia o invasione?
Il punto di Galiano è semplice: ogni estate milioni di persone guardano Temptation Island come intrattenimento, meme, trash da commentare in chat o sui social. Però dentro quelle dinamiche ci sono comportamenti che molti giovani incontrano davvero nelle relazioni. Frasi dette con rabbia. Minacce mascherate da passione. Gelosia raccontata come prova d’amore. Umiliazioni pubbliche. Controllo del telefono. Bisogno di sapere sempre dov’è l’altra persona, con chi parla, cosa scrive, cosa indossa.
Se tutto questo passa solo come spettacolo, il rischio è enorme. Perché una parte del pubblico ride, commenta, si scandalizza per due minuti e poi va avanti. Ma un ragazzo o una ragazza potrebbero riconoscere quelle scene come normali. Potrebbero pensare: “Succede anche a me, quindi va bene così”. Oppure: “Se è geloso, vuol dire che ci tiene”. Ed è proprio lì che una scuola attenta può fare la differenza.
Galiano parla di Temptation Island come di un possibile materiale didattico “clamoroso”, se usato bene. Non per ridere dei protagonisti. Non per fare la morale da superiori. Non per dire “guardate quanto sono messi male”. L’obiettivo sarebbe allenare lo sguardo, insegnare a distinguere una discussione da una manipolazione, un conflitto da una forma di controllo, la cura dal possesso.
La proposta può far storcere il naso, certo. Temptation Island non nasce per educare. Nasce per fare ascolti, creare clip virali, costruire tensione e portare le coppie al falò. È televisione commerciale, con tutti i suoi meccanismi. Le emozioni vengono spinte, montate, isolate, ripetute. Non bisogna dimenticarlo. Proprio per questo, però, può diventare un buon esempio di alfabetizzazione mediatica. Non solo: “questa relazione è tossica”, ma anche: “come viene raccontata in tv? Cosa ci stanno facendo provare? Perché ci viene voglia di ridere o giudicare?”.
La scuola, del resto, non vive fuori dal mondo. I ragazzi non passano le giornate soltanto sui libri. Guardano video, reel, reality, serie, commenti su TikTok, discussioni su X, clip tagliate in modo aggressivo. Se la scuola ignora questi contenuti, lascia che siano altri a dare le chiavi di lettura. E spesso quegli “altri” sono algoritmi, influencer, pagine di gossip e commenti pieni di superficialità.
Naturalmente servirebbe un adulto preparato. Non basta accendere la LIM e mettere una puntata a caso. Una scena di Temptation Island potrebbe essere utile solo se guidata da insegnanti, educatori, psicologi o esperti di educazione affettiva. Il rischio, altrimenti, sarebbe l’opposto: trasformare la classe in un salotto televisivo, con risate, tifo da stadio e giudizi sui protagonisti.
Il valore sta nella pausa. Fermare la scena e parlarne. Chiedere agli studenti di nominare quello che vedono. Perché molte forme di controllo funzionano proprio perché non vengono chiamate con il loro nome. “Mi controlla perché mi ama”. “Mi urla contro perché è fatto così”. “Mi impedisce certe amicizie perché è gelosa”. “Mi chiede la password perché siamo una coppia”. Sono frasi che sembrano piccole, ma dentro possono contenere un modo malato di vivere l’amore.
Da questo punto di vista, la provocazione di Galiano colpisce nel segno. Forse una scena ben scelta, spiegata bene, può valere più di dieci slide astratte sulle relazioni tossiche. Perché i ragazzi hanno bisogno di esempi concreti, non solo definizioni. Devono vedere una situazione, riconoscerne i segnali, discuterne senza vergogna. E magari capire prima che certe cose non sono romanticismo, ma campanelli d’allarme.
Questo non significa assolvere Temptation Island. Anzi, il programma spesso mette in vetrina dinamiche brutte senza sempre offrire una vera lettura critica. Sarebbe molto diverso se, anche in tv, alcune scene venissero accompagnate da una psicoterapeuta di coppia o da una sessuologa capace di spiegare al pubblico cosa sta succedendo. Basterebbero pochi minuti per trasformare una parte del trash in qualcosa di più utile.
Alla fine la domanda è meno strana di quanto sembri: se i ragazzi quei contenuti li guardano già, preferiamo lasciarli soli davanti a certe dinamiche o aiutarli a decifrarle? La scuola non deve inseguire ogni moda, ma deve saper entrare nei luoghi in cui si formano immaginario, linguaggio e idee sull’amore. Anche se quei luoghi, a volte, sono scomodi e pieni di falò.
E voi cosa pensate? Temptation Island potrebbe davvero aiutare a parlare di relazioni tossiche nelle scuole oppure sarebbe una scelta troppo rischiosa? Scrivetelo nei commenti e dite la vostra.


