The Bear chiude i battenti con la quinta stagione, disponibile su Disney+, e lo fa in un modo che chi aveva perso fiducia nella serie non si aspettava: tornando alle origini, togliendo invece di aggiungere, e ricordando perché questo racconto su una cucina di Chicago ci aveva preso fin dall’inizio.
Partiamo da un fatto concreto. Le stagioni precedenti avevano allargato progressivamente il perimetro della storia, con episodi sempre più numerosi, colonne sonore costruite su un catalogo di brani iconici e sottotrame che portavano i personaggi lontano dal ristorante. Funzionava, fino a un certo punto. Poi aveva cominciato a pesare. La quinta stagione invece è più corta delle precedenti di due episodi, rinuncia quasi completamente ai brani musicali in favore di una colonna sonora elettronica firmata da Christian Lundberg con la produzione di Hans Zimmer, e concentra tutta l’azione nell’arco di una singola giornata, la più importante nella storia del locale. Una scelta che cambia la temperatura del prodotto in modo immediato e percepibile.
Una giornata sola per chiudere la serie
La premessa della stagione finale parte da dove la quarta aveva lasciato: lo zio Jimmy, interpretato da Oliver Platt, ha esaurito la pazienza e vuole liquidare il ristorante. L’unica possibilità di salvezza passa per un servizio straordinario, quello che potrebbe finalmente convincere chiunque abbia ancora dubbi che The Bear vale la pena di esistere. Carmy, ovvero Jeremy Allen White, sa che è arrivato il momento di lasciare, di passare le redini a Sydney e uscire di scena, ma non riesce a trovare il modo di dirlo alla squadra. Rimane lì come una presenza sospesa, presente fisicamente ma già mentalmente altrove, e quella condizione di limbo genera una tensione sottile che attraversa i primi episodi senza mai esplodere del tutto.
Sydney, interpretata da Ayo Edebiri, affronta il peso di una responsabilità che aspettava da tre stagioni e che adesso che è arrivata le sembra improvvisamente più grande di quanto immaginasse. La scena in cui realizza cosa sta per succedere è tra le cose più precise della stagione. Edebiri non ha bisogno di molto spazio per raccontare quello che il personaggio sta attraversando, e la stagione ha la saggezza di darle il tempo necessario.
Il resto della squadra è alle prese con le proprie emergenze. Sugar, che è Abby Elliott, cerca di reggere il locale mentre si preoccupa di avere lasciato la figlia appena nata con la madre Donna, qui Jamie Lee Curtis, che non è esattamente il tipo di persona a cui si affida un neonato senza una certa dose di ansia. Marcus, interpretato da Lionel Boyce, affronta una crepa nel rapporto con Luca, il pasticciere portato in scena da Will Poulter, mentre Ebraheim medita da settimane come presentare a Carmy la sua idea di franchising per il banco del manzo. E i Fak, naturalmente, sono i Fak.
Togliere invece di aggiungere
La scelta più coraggiosa della quinta stagione riguarda proprio quello che manca. Non ci sono i brani musicali che avevano reso celebri certi momenti delle stagioni precedenti, non ci sono le puntate che portavano i personaggi in giro per il mondo lontano dal ristorante, non ci sono le strutture sperimentali che avevano diviso il pubblico più affezionato. La stagione finale si svolge quasi interamente dentro le quattro mura del locale, con quella qualità claustrofobica e ipnotica che aveva reso memorabile il primo episodio della serie, quando tutto sembrava sul punto di cedere da un momento all’altro.
Il risultato è che The Bear torna a una delle cose che sa fare meglio: mostrare gente competente mentre lavora sotto pressione. Vediamo cuochi che devono arrangiarsi con ingredienti limitati, tempi stretti e una sala che non aspetta. Niente grandi discorsi, niente spiegoni. Solo mani che si muovono, decisioni prese al volo e la sensazione che un piccolo errore possa far saltare tutto. Nelle stagioni più complicate questa parte si era un po’ persa tra drammi familiari e ambizioni da ristorante stellato. Qui invece torna al centro della scena, ed è proprio lì che The Bear funziona di più.
I personaggi e cinque stagioni di crescita
Una delle cose che emerge con più forza guardando questa stagione finale è quanto i personaggi siano cambiati rispetto al primo episodio. Non in modo proclamato o esplicitato nei dialoghi, ma nella qualità delle reazioni, nel modo in cui affrontano gli ostacoli, nella capacità di appoggiarsi agli altri invece di isolarsi. Richie, che Ebon Moss-Bachrach rende credibile stagione dopo stagione, è ancora quello delle battute taglienti e degli sfoghi improvvisi. Però non è più il Richie dell’inizio. Sotto quella scorza ruvida si vede una crescita: è più presente, più attento, meno disposto a sabotarsi da solo. Resta complicato, certo, ma adesso sembra finalmente uno che sta provando a diventare migliore.
Christopher Storer, il creatore della serie, ha costruito in cinque stagioni un universo in cui ci si affeziona alle persone prima ancora che alla storia, e la stagione finale sfrutta quella familiarità senza abusarne. Sa che non deve presentare i personaggi, non deve spiegare le dinamiche, non deve giustificare le emozioni. Può semplicemente stare lì a guardare quello che succede, e chi è arrivato fin qui sa già come leggere ogni sguardo e ogni pausa.
Perché vale la pena finire quello che si è cominciato
Se avete mollato The Bear durante le stagioni più dispersive, la quinta è una buona ragione per tornare, anche recuperando rapidamente quello che vi è sfuggito. Se invece siete stati fedeli dall’inizio, questa stagione finale vi darà la sensazione di una storia che sa come concludersi, senza sentimentalismi gratuiti e senza finali costruiti solo per accontentare chi sperava in un lieto fine pulito.
Il ristorante, come la serie, ha avuto i suoi momenti in cui sembrava troppo grande per sostenersi da solo. La stagione finale dimostra che sapere quando ridurre, ridurre, ridurre è una lezione che vale in cucina come nella scrittura televisiva.
Voi avete seguito The Bear fin dall’inizio o avete abbandonato durante le stagioni di mezzo?
La Recensione
The Bear 5° stagione
La quinta stagione di The Bear è la stagione finale, disponibile su Disney+, e arriva dopo due anni di alti e bassi narrativi che avevano messo alla prova anche i fan più affezionati. Storer sceglie di chiudere tornando alle origini: meno episodi, niente brani musicali celebri, tutta l'azione concentrata in una singola giornata dentro le quattro mura del ristorante. Carmy deve lasciare, Sydney deve prendere in mano le cose, e la squadra deve reggere il servizio più importante della propria storia mentre attorno crolla letteralmente ogni cosa. Il risultato è la stagione più compatta e coerente delle cinque, quella che ricorda perché questa serie aveva colpito fin dal primo episodio.
PRO
- La struttura a giornata unica restituisce alla serie la tensione claustrofobica che l'aveva resa memorabile all'inizio
- Ayo Edebiri è al meglio di sé in tutta la stagione, con momenti che valgono da soli la visione
- I personaggi sono cresciuti in modo credibile e silenzioso, e in questa stagione finale si vede con chiarezza
CONTRO
- Il ritmo lento della prima metà della stagione richiede pazienza, soprattutto nei primissimi episodi


