Con la quinta stagione, The Boys fa una cosa che tante serie non riescono più a fare: arriva alla fine senza sembrare svuotata. Per me è questo il punto centrale. Dopo una quarta stagione che aveva lasciato addosso una certa stanchezza, quasi l’idea di una serie sempre più cinica e meno brillante, il capitolo finale rimette ordine, ritrova energia e soprattutto torna a colpire dove la serie è sempre stata più forte: nei personaggi, nella satira e nel modo in cui usa il mondo dei supereroi per parlare di potere, consenso e fanatismo.
Fin dall’inizio The Boys era sembrata l’alternativa sporca, cattiva e più sincera al racconto supereroistico diventato troppo addomesticato. Mentre altri franchise cercavano di essere rassicuranti, spettacolari e sempre pronti a non urtare nessuno, la serie di Eric Kripke ha scelto un’altra strada. Ha preso l’idea del supereroe come figura salvifica e l’ha rovesciata, mostrando il lato più corrotto del mito: ego smisurati, culto della personalità, potere senza controllo, violenza travestita da spettacolo. Sotto il sangue, la volgarità e le trovate assurde, The Boys ha sempre avuto un bersaglio molto chiaro.
La quinta stagione riparte da un mondo ormai piegato al dominio di Patriota, che di fatto trasforma gli Stati Uniti in un regime autoritario sempre meno nascosto. Dall’altra parte ci sono Starlight, Billy Butcher, Hughie Campbell e il resto dei Boys, costretti a muoversi quasi in clandestinità, mentre intorno il pubblico sembra sempre più assuefatto a qualsiasi orrore. È una premessa dura, ma la serie non la usa solo come sfondo per fare casino. La usa per mettere tutti i personaggi davanti al proprio limite.
La cosa che mi è piaciuta di più è che The Boys 5 non si affida soltanto all’effetto, ma torna a costruire bene le conseguenze. Ogni gesto, ogni decisione impulsiva, ogni dialogo avvelenato produce effetti reali. E sembra una banalità, ma oggi non lo è. Troppe storie di supereroi trattano i personaggi come pupazzi da spostare da una scena all’altra. The Boys, invece, ricorda che le azioni pesano e che il caos, se raccontato bene, deve lasciare macerie anche emotive, non solo sangue sui muri.
Billy Butcher e Hughie restano il cuore del conflitto. Da una parte c’è un uomo che ormai ragiona quasi solo attraverso il nichilismo, la rabbia e la vendetta. Dall’altra c’è ancora qualcuno che prova a difendere un’idea di umanità, anche quando il mondo attorno sembra averla persa. Il rapporto tra loro funziona perché non è mai solo una questione personale. È il riassunto perfetto di quello che The Boys vuole dire da anni: quanto puoi combattere il mostro senza cominciare a somigliargli?
Anche Patriota continua a reggere la serie in modo impressionante. Antony Starr lo interpreta con una freddezza che mette disagio e con una faccia da uomo convinto di meritare adorazione assoluta. Patriota non è soltanto un villain potente. È l’incarnazione dell’ossessione per il controllo, del narcisismo trasformato in ideologia, del bisogno di essere amato anche quando tutto intorno crolla. La quinta stagione lo porta ancora più in là e il risultato è un personaggio che resta ridicolo e minaccioso nello stesso momento. Non era scontato, dopo così tanti episodi, riuscire ancora a farlo sembrare una presenza viva e non una caricatura ripetuta.
Un altro merito del finale è che lascia più spazio all’ensemble. The Boys 5 non vive soltanto della forza di Butcher o di Patriota. Hughie continua a essere il centro morale del racconto senza diventare molle. Starlight ha un ruolo più incisivo e meno ornamentale. Kimiko trova finalmente uno spazio più pieno, e Karen Fukuhara riesce a mostrare una gamma più ampia di quella che la serie le aveva lasciato esprimere per anni. Anche i personaggi secondari sembrano trattati con maggiore attenzione, e questa è una cosa che si sente molto in una stagione finale: quando tutti hanno qualcosa da fare, il racconto respira meglio.
Sul piano della scrittura, The Boys 5 ha anche il coraggio di scherzare sui finali, di prendere in giro il peso che ogni chiusura si porta dietro, ma senza nascondersi dietro il gioco metanarrativo. La serie sa che chiudere bene è difficile, e proprio per questo affronta la cosa di petto. Non sempre tutto fila in modo perfetto, sia chiaro. In certi passaggi si avverte ancora una tendenza a forzare un po’ la mano, e alcune soluzioni sembrano studiate prima per l’impatto e solo dopo per l’equilibrio del racconto. Però il filo della stagione resta saldo, e questo conta più di qualche sbavatura.
C’è poi tutto il discorso politico, che in The Boys non è mai stato secondario. La serie continua a colpire il fanatismo di destra, l’estremismo religioso, la propaganda, il modo in cui una parte del pubblico finisce per adorare il proprio carnefice pur di sentirsi rappresentata. Non cerca rifugi, non finge neutralità, non addolcisce il colpo. E questa scelta, nel panorama attuale, pesa ancora. Molte produzioni usano la satira come decorazione. The Boys la usa come lama, e nel finale quella lama torna a essere affilata.
Il tema più forte, però, secondo me è un altro: la fine. Non solo la fine della serie, ma la fine come idea che terrorizza chi è abituato a pensarsi invincibile. Gran parte della stagione gira attorno all’ossessione di Patriota per una forma di immortalità, e la scrittura sfrutta questo elemento per parlare del rifiuto del limite, della paura di scomparire, del bisogno di rendersi eterno anche quando il mondo ti sta già dicendo che è ora di finire. È un tema che si lega bene al destino della serie stessa. The Boys sembra quasi ragionare apertamente sul fatto che alcune storie, per restare forti, debbano avere il coraggio di morire.
Non tutto è impeccabile. C’è ancora qualche apertura che sa di possibile continuazione futura, e questa scelta stona un po’ con la compattezza del finale. Inoltre il gusto per l’eccesso, che è parte dell’identità della serie, ogni tanto rischia di diventare un riflesso automatico. Ma sono limiti più piccoli rispetto ai meriti. Perché il dato più importante resta uno: The Boys chiude senza annacquarsi e senza chiedere altre vite del necessario.
Alla fine, per me, la quinta stagione conferma una cosa semplice. The Boys è stata una delle poche serie supereroistiche capaci di essere davvero feroce, politica, divertente e umana nello stesso momento. E il finale non tradisce questo equilibrio. Non diventa più dolce per farsi perdonare gli eccessi passati, ma ritrova cuore proprio mentre resta sporca, violenta e cattiva. È una chiusura che fa quello che deve fare: rimette a fuoco il senso della serie e lascia la sensazione che la storia si fermi nel momento giusto. E oggi, onestamente, non è poco. Tu come la vedi: eri tra quelli che aspettavano questa chiusura con fiducia oppure pensavi che The Boys avesse già dato abbastanza?
La Recensione
The Boys 5
Per me The Boys 5 è una stagione finale riuscita perché rimette insieme le cose che avevano reso grande la serie: personaggi forti, satira feroce, violenza usata con uno scopo, e una scrittura che torna a dare peso alle conseguenze. Non è perfetta, ma chiude la serie con più lucidità di quanto mi aspettassi.
PRO
- Patriota resta uno dei villain televisivi più forti degli ultimi anni
- Billy Butcher e Hughie portano il conflitto morale della serie al punto più alto
- Il finale restituisce peso ai personaggi
- La satira politica torna a essere precisa e feroce
CONTRO
- Il gusto per l’eccesso resta fortissimo e può stancare
- Alcune soluzioni spingono ancora troppo sull’impatto immediato


