Amadeus sul Nove non sta funzionando come molti si aspettavano. E no, non è una frase buttata lì per fare il titolo cattivello del giorno. Basta guardare i numeri: dopo l’addio alla Rai e il passaggio a Warner Bros. Discovery, il conduttore è diventato uno dei volti più importanti del canale, ma i risultati in access prime time e in prima serata sono rimasti spesso bassi, freddi, lontani dall’effetto “evento” che il suo nome lasciava immaginare. L’accordo con Discovery era stato annunciato nel 2024 come un progetto quadriennale, con un programma in access prime time e due prime serate a stagione.
E qui nasce la domanda: Amadeus è diventato meno forte o semplicemente gli hanno messo in mano programmi poco adatti a costruire un’abitudine vera sul Nove?
Perché la sensazione, guardando anche The Cage – Prendi e scappa, è proprio questa. Il programma può anche avere un meccanismo movimentato sulla carta, con domande, tempo che corre e concorrenti che devono arraffare premi dentro una gabbia. Però davanti alla tv, almeno per chi cerca un quiz capace di tenerti lì ogni sera, rischia di sembrare più rumoroso che coinvolgente. Ti intrattiene per qualche minuto, poi però ti chiedi: “Ok, ma perché dovrei tornare domani?”.
Ed è un problema grosso, perché l’access prime time vive di abitudine. Non basta un volto amato. Serve un rito. Affari Tuoi funziona perché il pubblico lo conosce, ci è cresciuto insieme, ha imparato i pacchi, le regioni, il Dottore, il momento in cui si trattiene il respiro. La Ruota della Fortuna funziona perché è un marchio storico, semplice, familiare, quasi automatico. Tu accendi e sai già cosa stai guardando. Non devi capire il programma da zero. Non devi decidere se ti interessa. Ci entri e basta.
Con Amadeus sul Nove, invece, questa magia non è scattata. O almeno non abbastanza.
Il primo tentativo importante è stato Chissà chi è, l’erede ideale de I Soliti Ignoti. Il debutto non era stato catastrofico, ma il programma è sceso subito: alla seconda puntata, il 23 settembre 2024, si era fermato a 753.000 spettatori con il 3,6% di share, dopo un esordio da 926.000 spettatori e 5,2%. Una settimana dopo, la media delle prime 7 puntate era di 733.000 spettatori e 3,6% di share, con il confronto impietoso di Casa a Prima Vista su Real Time, che nella stessa settimana aveva chiuso a 764.000 spettatori e 3,8% con meno puntate.
Già lì si era capito che il nome Amadeus, da solo, non bastava a spostare le abitudini del pubblico. E non è una colpa morale, sia chiaro. È televisione. Uno può essere bravissimo, simpatico, esperto, rassicurante, ma se il format non diventa appuntamento fisso, la gente non lo segue per affetto eterno. Non siamo più nel 1998, quando bastava mettere un conduttore forte e sperare che facesse tutto lui.
Poi è arrivato The Cage – Prendi e scappa, con Giulia Salemi accanto ad Amadeus. Anche qui, però, i dati hanno raccontato una fatica evidente. Davide Maggio, a novembre 2025, parlava di una media intorno al 2,3% di share, spesso sotto Tv8 con Foodish e perfino inferiore a Chissà chi è. Anche nel 2026 la situazione non sembra essersi trasformata in una risalita stabile: il 20 gennaio 2026 The Cage ha raccolto 474.000 spettatori con il 2,2%, mentre il 25 marzo 2026 è arrivato a 493.000 spettatori con il 2,3%. Il 3 aprile 2026 è salito a 561.000 spettatori con il 2,9%, ma nella stessa fascia Foodish su Tv8 ha fatto 590.000 spettatori e il 3,2%.
Numeri che non distruggono il canale, attenzione. Il Nove non è Rai1 e non è Canale 5. Però il tema non è “Amadeus deve fare il 20%”. Sarebbe assurdo. Il tema è un altro: se prendi Amadeus, dopo Sanremo, dopo gli anni fortissimi in Rai, dopo il successo di format popolari e riconoscibili, ti aspetti una spinta più netta. Ti aspetti che il pubblico dica: “Ok, lo seguo anche lì”. Invece quella migrazione non c’è stata, o comunque è stata molto più piccola del previsto.
E secondo me il nodo è proprio nella scelta dei programmi.
Chissà chi è sembrava troppo vicino a qualcosa che il pubblico associava già alla Rai, ma senza avere la stessa casa, lo stesso traino, la stessa forza di abitudine. The Cage prova a essere più dinamico, ma non ha quella semplicità magnetica dei grandi quiz popolari. Like a Star, in prima serata, non ha cambiato la storia: il debutto del 14 maggio 2025 era stato seguito da 473.000 spettatori con il 2,4% di share, e alcune ricostruzioni parlavano di una media complessiva intorno a 429.000 spettatori e 2,6%. Anche Suzuki Music Party, partito come evento musicale, non ha lasciato un segno forte, mentre La Corrida è stata forse il titolo più riconoscibile del pacchetto, proprio perché aveva già una storia, una memoria, un odore di tv popolare molto preciso.
Ecco, qui sta la differenza. Quando un programma è storico, lo spettatore arriva già preparato. Sa cosa aspettarsi. Accetta anche una versione nuova perché ha un legame precedente con quel mondo. Ma quando un format non è abbastanza forte, non basta metterci sopra Amadeus come fosse il parmigiano sulla pasta triste. Migliora, certo. Ma se la pasta è scotta, sempre scotta rimane.
Il passaggio di Amadeus al Nove era ambizioso e aveva senso sulla carta. Warner Bros. Discovery voleva rafforzare il canale, costruire un’alternativa più generalista, aggiungere un volto popolare a una squadra già importante con Fabio Fazio e Maurizio Crozza. Però Fazio si è portato dietro un mondo molto preciso: interviste, ospiti, tono, pubblico, identità. Amadeus si è portato dietro soprattutto la sua bravura da conduttore, ma non un programma nuovo capace di diventare subito indispensabile.
E questa è una differenza enorme.
Perché Amadeus resta un professionista solidissimo. Sa stare in video, sa gestire i tempi, sa parlare a un pubblico largo senza sembrare distante. Il problema è che sul Nove sembra spesso messo dentro prodotti che non gli permettono di accendersi. È come vedere un pilota esperto guidare una macchina che non prende mai velocità: puoi anche essere bravo, ma se il motore non spinge, in rettilineo ti passano.
Il flop, quindi, più che personale, sembra editoriale. Non è “Amadeus non vale”. È “questa Amadeus-tv sul Nove non ha ancora trovato il programma giusto”. E finché il canale continuerà a proporre quiz che non diventano abitudine, talent che non esplodono e format che sembrano nati per riempire una casella più che per creare desiderio, il rischio sarà sempre lo stesso: avere un grande nome in video e poca gente davanti allo schermo.
Magari prima o poi arriverà il format giusto. Può succedere. In tv basta un’idea semplice, messa al posto giusto, e una carriera riparte come se niente fosse. Però per ora i numeri dicono che l’operazione Amadeus sul Nove non ha prodotto l’effetto sperato. E The Cage, almeno per come appare oggi, non sembra il programma capace di cambiare il finale.
E tu che ne pensi: il problema è Amadeus, il Nove o i programmi che gli hanno affidato? Scrivilo nei commenti.


