Diciamocelo chiaramente: quando un franchise horror fattura milioni di dollari in tutto il mondo, sentir parlare di “capitolo finale” fa sempre sorridere con scetticismo. Eppure The Conjuring – Il rito finale riesce nell’impresa di farti credere davvero che questa sia l’ultima avventura di Ed e Lorraine Warren, mentre allo stesso tempo pianta i semi per il futuro del franchise senza sembrare in malafede.
È un equilibrio delicatissimo che il regista Michael Chaves gestisce con una maturità narrativa che onora perfettamente l’eredità della saga.
Un addio che sa di nuovo inizio
La storia inizia nel 1964 con un flashback che mostra Ed e Lorraine Warren (Patrick Wilson e Vera Farmiga) alle prese con un caso che coinvolge uno specchio infestato. L’indagine scatena il travaglio di Lorraine e trascina la coppia in un vortice di orrore soprannaturale che rischia di far perdere loro la piccola Judy ancora neonata. Se sei un fan della saga, capisci subito che questo dettaglio tornerà utile nel presente.
Il film principale è ambientato nel 1986, quando i Warren si sono ufficialmente ritirati dalle indagini sul campo. Ed ha problemi cardiaci – un dettaglio biografico reale che il film integra perfettamente nella narrazione – e questo rappresenta un serio limite in un lavoro dove demoni e fantasmi non smettono mai di saltarti addosso urlando.
La nuova generazione si fa largo
Il vero colpo di genio sta nell’introduzione di Judy Warren (Mia Tomlinson) e del suo fidanzato Tony Spera (Ben Hardy), che sta per conoscere i futuri suoceri proprio quando scoppia il nuovo caso. Judy ha ereditato il dono della madre e a volte lo vive come una maledizione, sognando una vita “normale” ma sapendo di essere destinata a qualcosa di più grande.
Tony deve dimostrare il proprio valore durante tutto il film, principalmente agli occhi di Ed, un uomo intelligente e sensibile che però porta dentro di sé i valori stoici tipici della sua generazione. Non è un caso che un quadro di John Wayne faccia bella mostra in una delle location principali: è un costante promemoria dell’immagine di mascolinità che Ed non riesce mai completamente a respingere.
Chaves trova la sua identità visiva
Michael Chaves, alla sua terza regia nella saga, si discosta visivamente dall’era James Wan in modo intelligente. La maggior parte del film è girata con camera a mano e piani di messa a fuoco ridotti, conferendo un’atmosfera più “anni Ottanta” e una sensazione quasi da home movie anche nei momenti più terrificanti.
Il direttore della fotografia Eli Born – un nome da tenere d’occhio per il futuro – fa un uso superbo delle videocamere a bassa risoluzione tipiche degli anni ’80 e dei dispositivi di sorveglianza dell’epoca, aiutando il regista a nascondere immagini agghiaccianti in composizioni apparentemente banali per rivelarle solo quando i personaggi iniziano a studiarle attentamente.
Farmiga e Wilson: il cuore pulsante
Le performance straordinarie di Vera Farmiga e Patrick Wilson continuano a essere il vero spettacolo della saga, l’elemento che distingue questo franchise da molti altri nel genere horror. Farmiga rimane l’attrazione principale: possiede una tecnica impeccabile che mette al servizio di ogni progetto, anche quando si ritrova in ruoli scritti male. Ma irradia anche una forza vitale così specifica e intensa che ci credi quando interpreta un personaggio che vede, sente e comprende più di chiunque altro.
Wilson è altrettanto impressionante, anche se in un registro più delicato. Ed è il dottor Watson rispetto alla Sherlock Holmes di sua moglie, il che non significa che sia solo un custode e una cassa di risonanza, ma che porta un set di competenze diverse ma complementari al lavoro. Puoi sentire l’amore tra i personaggi, che si è intrecciato negli anni con l’ovvio rispetto reciproco tra gli attori.
Un horror che crede nella famiglia
Dal punto di vista degli elementi soprannaturali, questo non è uno dei migliori film di The Conjuring di tutti i tempi. Ed e Lorraine non mettono nemmeno piede nello spazio infestato fino a metà della storia, quasi come se fossero Max von Sydow in L’Esorcista, che appare solo dopo che tutte le altre opzioni sono state esaurite.
L’indagine nel presente è piuttosto superficiale rispetto ad altri capitoli della serie. Tranne una delle due figlie adolescenti della famiglia infestata, nessun altro personaggio viene sviluppato in dettaglio, certamente non quanto il personaggio di Lili Taylor nel film originale.
Il finale che commuove
Il climax di Il rito finale è teso e inquietante quanto si possa desiderare, ma è anche caldo e ispirante. A differenza di molti film che vendono l’idea che le famiglie siano più forti quando lavorano tutte insieme, questo ci crede totalmente e lo vende con tutta l’abilità e l’emotività che riesce a raccogliere.
Non è solo un horror efficace, è una riflessione sulla famiglia e sull’eredità che si tramanda di generazione in generazione. Vedere Judy accettare il suo destino e unire le forze con i genitori e il futuro marito per respingere le forze del male è genuinamente commovente.
Un addio che sa di arrivederci
The Conjuring – Il rito finale riesce nell’impresa difficile di chiudere degnamente la storia di Ed e Lorraine Warren mentre apre le porte al futuro. È un legacy sequel fatto con intelligenza, che rispetta ciò che è venuto prima senza limitarsi a ripetere formule già viste.
Se davvero questo è l’ultimo capitolo con i Warren protagonisti, almeno se ne vanno in grande stile. E se non lo è, beh, almeno ci hanno fatto credere che fosse vero per 135 minuti.
La Recensione
The Conjuring - Il rito finale
The Conjuring - Il rito finale chiude degnamente la saga principale dei Warren con un film che bilancia sapientemente il rispetto per il passato e l'apertura verso il futuro del franchise. Nonostante un'indagine soprannaturale meno sviluppata rispetto ai capitoli precedenti, il film brilla per le performance sempre eccezionali di Vera Farmiga e Patrick Wilson, per la regia matura di Michael Chaves che trova una propria identità visiva, e per un finale emotivamente coinvolgente che celebra i valori familiari senza scadere nel sentimentalismo.
PRO
- Vera Farmiga e Patrick Wilson offrono ancora una volta performance straordinarie che confermano il loro status di coppia iconica del cinema horror moderno
- La regia di Michael Chaves trova una propria identità visiva distinta dall'era James Wan con un uso intelligente della fotografia anni Ottanta
- Il climax emotivamente coinvolgente dimostra come l'horror possa essere efficace e allo stesso tempo celebrare genuinamente i valori familiari
CONTRO
- L'indagine soprannaturale risulta piuttosto superficiale e meno sviluppata rispetto ai capitoli precedenti della saga con personaggi secondari poco caratterizzati


