The Drama sta facendo discutere negli Stati Uniti perché non è il film che molti pensavano di andare a vedere. All’inizio sembrava soprattutto un titolo forte per il cast, con Zendaya e Robert Pattinson insieme in un progetto A24, quindi con quell’aria da film d’autore capace di attirare subito attenzione. Poi però, man mano che sono uscite le recensioni complete e i dettagli sulla trama, si è capito che la questione era un’altra. Al centro della storia ci sono Emma e Charlie, una coppia in procinto di sposarsi, e il rapporto tra loro si incrina quando lei confessa di aver pensato, da adolescente, a una sparatoria a scuola, senza poi metterla in atto. È questo il nodo che ha acceso il dibattito, perché sposta il film da una crisi sentimentale a un terreno molto più pesante e delicato.
La cosa che colpisce non è solo la rivelazione in sé, ma il modo in cui il film la mette in scena. Chi ha lavorato al montaggio ha raccontato che l’idea era quella di costruire un racconto che si muovesse come si muove il pensiero: non in modo ordinato, ma con scarti, ritorni, immagini che si sovrappongono, sensazioni che arrivano prima della spiegazione razionale. Per questo il film non procede sempre in modo lineare. I ricordi non sembrano ricordi “messi in fila”, e anche i momenti di fantasia o di paura entrano nella storia senza essere sempre separati con precisione dal resto. L’effetto cercato è quello di far sentire lo spettatore dentro la confusione emotiva dei personaggi, non fuori a osservarla con distacco.
Detta così potrebbe sembrare una scelta un po’ artificiale, una di quelle idee che sulla carta paiono sofisticate ma sullo schermo rischiano di pesare. Invece, almeno nelle intenzioni, il punto è abbastanza concreto. Il film prova a mostrare cosa succede quando l’immagine che hai della persona che ami si rompe di colpo. Non sei più davanti solo a una confessione sconvolgente. Sei davanti alla fatica di rimettere insieme i pezzi di qualcuno che credevi di conoscere. E qui The Drama diventa più interessante di quanto lasci intuire la semplice notizia del “colpo di scena”. In fondo, anche senza arrivare a una situazione così estrema, il punto tocca qualcosa di molto umano: quanto conosciamo davvero chi ci sta accanto?
Negli Stati Uniti, però, la discussione non si è fermata al valore artistico del film. Una parte delle critiche è partita dal modo in cui è stato presentato. March for Our Lives, l’organizzazione nata dopo la strage di Parkland, ha contestato la promozione del film definendola profondamente fuori tono rispetto alla materia che affronta. Anche altre testate americane hanno sottolineato lo stesso punto: il marketing iniziale lasciava immaginare qualcosa di molto diverso, quasi un film più leggero o più ironico, mentre al centro c’è una rivelazione che tocca un tema doloroso e ancora apertissimo negli Stati Uniti. È una contestazione che si capisce bene. Quando lavori con un argomento del genere, il modo in cui accompagni il pubblico verso il film conta quasi quanto il film stesso.
Da lì le reazioni si sono divise parecchio. Alcuni hanno letto The Drama come un film ambizioso, deciso a entrare in una zona scomoda senza cercare di addolcire troppo quello che racconta. Altri invece hanno visto soprattutto il rischio di una provocazione costruita attorno a un tema enorme, affrontato in modo volutamente instabile, ma non sempre del tutto convincente. Questa spaccatura si sente bene nelle recensioni uscite finora: c’è chi apprezza il coraggio dell’operazione e chi resta più freddo, o addirittura infastidito, perché pensa che il film si avvicini a una ferita reale con un tono troppo ambiguo. In pratica, non è uno di quei casi in cui pubblico e critica si sistemano tutti tranquilli dalla stessa parte.
Un altro aspetto che negli USA è stato notato molto riguarda proprio il personaggio di Emma, interpretato da Zendaya. Alcuni commentatori hanno osservato che il film rompe un’immagine molto radicata nel racconto mediatico delle sparatorie scolastiche, perché mette al centro una figura femminile e nera in un ruolo che il pubblico associa quasi sempre ad altro. Anche questo ha reso il film più spiazzante. Per qualcuno è una scelta interessante perché costringe a rivedere stereotipi automatici. Per altri rende il materiale ancora più difficile da maneggiare, proprio perché tocca questioni sociali e culturali già molto sensibili. Non è un dettaglio secondario, anzi: cambia il modo in cui il pubblico interpreta il personaggio e la sua confessione.
Secondo me, il punto più forte del film, almeno da come viene raccontato da chi lo ha visto e da chi ci ha lavorato, sta nel fatto che non prova a sistemare tutto con una spiegazione comoda. Non ti offre una morale semplice, non ti accompagna verso una conclusione rassicurante, non ti dice con chiarezza dove devi stare. E forse è proprio per questo che il montaggio pesa così tanto. Se il racconto fosse più dritto, più ordinato, più “spiegato”, probabilmente sembrerebbe soltanto una provocazione costruita per scioccare. Invece questa forma nervosa, fatta di salti e di continui spostamenti, prova a trasformare il disagio in esperienza, non solo in argomento. È una scelta che può piacere oppure no, ma almeno sembra avere un senso preciso.
Alla fine The Drama sta facendo parlare perché unisce due elementi che raramente passano inosservati: un tema molto delicato e un modo di raccontarlo che non vuole essere accomodante. Da una parte c’è la materia esplosiva della storia. Dall’altra c’è una regia che, almeno da quello che emerge, non cerca di tranquillizzare lo spettatore ma di lasciarlo in uno stato di incertezza. È forse questo il punto che divide di più. Non tanto il fatto che il film affronti un argomento difficile, ma il fatto che lo faccia senza offrire subito una distanza di sicurezza. E allora la domanda viene abbastanza naturale: un film così ti sembra coraggioso perché rischia, oppure ti lascia la sensazione che su certe ferite servirebbe un passo diverso? Se ti va, dimmi come la vedi.


