Appena uscito su Netflix il 19 dicembre 2025, The Great Flood (대홍수) è il nuovo film coreano diretto da Kim Byung-woo che sta facendo parlare di sé. Non tanto per gli effetti speciali dell’apocalisse acquatica, ma per un finale che ribalta completamente tutto quello che hai visto nelle prime due ore. Perché quello che sembra un disaster movie alla coreana si trasforma in qualcosa di molto più profondo: una riflessione filosofica su cosa renda umano un essere umano.
E attenzione: se non hai ancora visto il film, preparati agli spoiler. Perché per capire davvero The Great Flood bisogna svelare il suo segreto più grande.
La premessa: un’apocalisse d’acqua
Il film si apre con An-na (Kim Da-mi, nota per Itaewon Class) che si sveglia una mattina nella sua Seoul del prossimo futuro. Ha un figlio di sei anni, Ja-in, e una vita apparentemente normale. Ma quella mattina scopre che il mondo sta per finire.
Un asteroide è caduto in Antartide, sciogliendo i ghiacci a velocità impossibile. Il livello dell’acqua sta salendo ovunque. Le città si allagano. Le persone muoiono. È il diluvio universale versione sci-fi.
An-na vive in un palazzo al terzo piano. L’acqua comincia a entrare dalle finestre. Ha pochissimo tempo per reagire. E l’unica via di fuga è salire. Piano dopo piano, mentre l’edificio sprofonda nell’acqua, An-na deve portare suo figlio Ja-in sul tetto, dove dovrebbe esserci un elicottero di salvataggio.
Lungo la strada incontra Son Hee-jo (Park Hae-soo di Squid Game), un uomo misterioso che dice di essere lì per aiutarla. Ma Hee-jo nasconde un segreto. E quando An-na lo scoprirà, sarà troppo tardi.
Il segreto di An-na e Ja-in
Qui arriva il primo colpo di scena. Ja-in non è un bambino normale. È un bambino sintetico, creato in laboratorio. An-na lavora per i laboratori Isabela, un’azienda che sta cercando di salvare l’umanità dall’estinzione sviluppando esseri umani artificiali.
Hanno creato due bambini: Ja-in e Yu-jin. An-na ha preso il ruolo di “madre” di Ja-in, mentre la sua collega Hyeon-mo si occupa di Yu-jin. Ma non sono vere madri. Sono scienziate che si prendono cura di esperimenti.
Il problema? I laboratori Isabela sanno creare corpi sintetici perfetti e menti artificiali avanzate, ma non riescono a replicare le emozioni umane. E senza emozioni, questi esseri sintetici non possono davvero sostituire l’umanità.
An-na e Hyeon-mo sono le uniche due scienziate capaci di sviluppare l’Emotion Engine, il motore emotivo che dovrebbe permettere agli umani artificiali di provare sentimenti. E quando arriva il diluvio, il laboratorio deve salvare loro a tutti i costi.
Il tradimento sul tetto
Hee-jo non è semplicemente lì per aiutare An-na. Fa parte di una squadra di sicurezza del laboratorio incaricata di recuperare An-na e i dati di Ja-in. Perché senza quei dati, l’umanità non ha futuro.
Mentre salgono verso il tetto, An-na scopre attraverso un flashback che anche il suo passato è tragico. Suo marito è morto in un incidente d’auto, quando la macchina è finita in un lago. An-na riuscì a salvare solo Ja-in, mentre suo marito rimase intrappolato. Quel trauma l’aveva portata a considerare di rinunciare a Ja-in.
Ma col tempo si era affezionata al bambino sintetico. Lo trattava come un figlio vero. Hee-jo però non le crede. Pensa che An-na sia pronta ad abbandonare Ja-in, proprio come aveva fatto la madre di Yu-jin, Hyeon-mo, che era fuggita rifiutandosi di consegnare il suo bambino al laboratorio.
Quando arrivano sul tetto, c’è una squadra del laboratorio ad aspettarli. Estraggono i dati da Ja-in mentre An-na cerca disperatamente di fermarli. Le guardie la tengono ferma. Poi le permettono di dire addio a suo figlio.
E qui An-na fa una cosa geniale: dice a Ja-in di nascondersi nell’armadio dietro di loro, promettendogli che tornerà a prenderlo.
Le guardie uccidono Hee-jo prima che salga sull’elicottero e trascinano An-na a bordo. Il mondo sta finendo. Il laboratorio manda un team, inclusa An-na, verso una stazione spaziale per continuare gli esperimenti.
La vera natura del film: benvenuti nella simulazione
Ed è qui che arriva il secondo colpo di scena, quello che cambia tutto.
Durante il viaggio verso lo spazio, An-na rivela il suo piano. Vuole creare una madre artificiale basata sulla sua esperienza di vita. Creerà una simulazione dove un soggetto dovrà superare ostacoli cercando il proprio figlio fino a riuscirci. E si offre volontaria come primo soggetto di test per l’Emotion Engine.
Aspetta. Cosa?
La seconda metà del film che abbiamo appena visto non era reale. Era una simulazione. An-na ha ricreato l’apocalisse del diluvio nella sua simulazione e ha provato innumerevoli volte a trovare Ja-in. Ma all’inizio del test non aveva memoria dell’ultima cosa che gli aveva detto.
Ogni volta moriva e si risvegliava la mattina del grande diluvio. Nella maggior parte delle simulazioni perdeva Ja-in appena provavano a salire sul tetto.
Il loop temporale e la memoria che ritorna
Il film ha una struttura biforcata che molti spettatori hanno trovato confusa. La prima parte mostra An-na nella sua forma umana che cerca di sopravvivere al diluvio apocalittico. La seconda parte mostra la versione AI post-apocalittica di An-na che cerca di completare la simulazione trovando Ja-in e sfuggendo al loop temporale.
Con ogni simulazione, An-na comincia a conservare i ricordi. Inizia a capire che Hee-jo è parte della simulazione anche lui. Iniziano a lavorare insieme, ma An-na continua a non riuscire a trovare Ja-in.
Dato che la simulazione non ha limiti prefissati, rimane intrappolata in un loop infinito. Ma col tempo ricorda perché si trova nella simulazione e cosa deve fare per uscirne.
I dettagli sottili cambiano ad ogni ciclo: i numeri sulle magliette di An-na, piccole variazioni negli eventi. Bisogna guardare il film con attenzione (o rivederlo, come ammettono molti recensori) per cogliere tutte le differenze.
L’ultima simulazione: il ricordo dell’armadio
Nell’ultima simulazione, An-na finalmente ricorda. Ja-in ama nascondersi negli armadi. Lei e Hee-jo dividono i piani per cercarlo. Le guardie sparano a Hee-jo, ma An-na riesce a raggiungere il tetto.
Trova Ja-in nell’armadio. Lui le ricorda che lei gli aveva promesso di tornare. È una riunione straziante. Ma le guardie cercano di portare via Ja-in.
Questa volta An-na combatte davvero. Dà a Ja-in la possibilità di scappare saltando nell’acqua che sta salendo. An-na riesce a liberarsi e nuota verso Ja-in. Finalmente trova suo figlio e completa la missione.
Completando il test dell’Emotion Engine, riesce finalmente a sfuggire al loop temporale. I dati raccolti possono essere usati per creare una madre AI umana capace di amore materno.
Il film si chiude con lei e Ja-in su una navicella spaziale che torna sulla Terra.
Il significato filosofico: la Nave di Teseo versione AI
Ma tecnicamente, Ja-in è ancora vivo? Sì, perché era un bambino AI. Il team aveva raccolto i suoi dati prima di partire. Questo lascia spazio per creare tutte le versioni di lui che vogliono.
The Great Flood solleva domande filosofiche enormi. È una versione modernizzata del paradosso della Nave di Teseo: se sostituisci tutte le parti di una nave, è ancora la stessa nave?
Stanno salvando la razza umana o creando umani artificiali? La tecnologia può davvero catturare la complessità delle emozioni, che molti credono essere il nucleo dell’umanità? Gli umani artificiali possono essere addestrati a possedere la profondità dell’amore materno?
Il film suggerisce che sì. Che l’amore materno, la disperazione, il dolore, il sacrificio possono essere replicati. An-na ha vissuto quel dolore così tante volte nella simulazione che è diventato reale. E quei dati, quella sofferenza digitalizzata, diventeranno la base per le future madri artificiali.
Le scene finali mostrano numerose navicelle che si avvicinano a un pianeta in fase di guarigione, suggerendo che la vittoria di An-na ha reso possibile la creazione di molte coppie madre-figlio. La nuova umanità non nascerà da potere e intelligenza, ma dal legame emotivo.
Un film ambizioso che divide
The Great Flood ha ricevuto recensioni contrastanti. Su IMDb ha un punteggio di 5,4, con molti spettatori che lo definiscono “deludente” e “una delle peggiori produzioni coreane degli ultimi 10 anni”. Altri lo trovano visivamente impressionante ma narrativamente confuso.
Il problema principale? Il film è troppo lungo e complicato. A 106 minuti (quasi 2 ore), accumula subplot senza una direzione chiara. Il ritmo rallenta significativamente e molti spettatori si perdono nel passaggio dalla storia di sopravvivenza alla rivelazione della simulazione.
Ma per chi riesce a seguirlo fino alla fine, The Great Flood offre qualcosa di raro nel cinema di genere: una meditazione profonda su cosa significhi essere umani in un’era di intelligenza artificiale.
Alla fine, il film sostiene che ciò che ci rende umani non è la perfezione, la logica o l’efficienza, ma l’amore, il sacrificio e la volontà di sceglierci l’un l’altro anche quando il mondo sta per finire.
E forse, solo forse, queste qualità possono essere insegnate. Anche a una macchina.


