Peter Jackson ha detto che The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum avrà qualcosa in comune con Joker di Todd Phillips con Joaquin Phoenix: non nel tono da Gotham sporca e urbana, ovviamente, ma nel modo in cui proverà a entrare nella mente di un personaggio tormentato. Il nuovo film della Terra di Mezzo, diretto e interpretato da Andy Serkis, arriverà al cinema il 17 dicembre 2027 e racconterà Gollum da una prospettiva più interna, più psicologica, più legata alla sua ossessione per l’Anello. Jackson, nel frattempo, ha confermato a Cannes di essere tornato a lavorare anche al sequel di Le avventure di Tintin, che sta scrivendo con Fran Walsh.
La frase su Joker ha acceso subito la curiosità dei fan, perché parliamo di due mondi che sembrano lontanissimi. Da una parte il clown tragico di Joaquin Phoenix, con la sua discesa nel disagio e nella violenza. Dall’altra Gollum, creatura consumata dall’Anello, divisa tra Sméagol e la sua parte più corrotta. Però il collegamento fatto da Jackson ha senso: l’idea non è copiare Joker, ma usare un racconto di genere per scavare dentro una mente spezzata. In pratica: non solo “dove va Gollum?”, ma “cosa succede dentro Gollum mentre tutto questo accade?”.
Jackson ha spiegato che lui, Fran Walsh e Philippa Boyens stanno lavorando su materiali presenti negli appendici de Il Signore degli Anelli, dove Tolkien lascia tracce importanti su ciò che accade tra Lo Hobbit e la trilogia principale. Il film dovrebbe raccontare la caccia a Gollum, il suo tentativo di raggiungere la Contea, i Ranger che lo inseguono e il suo destino prima degli eventi che conosciamo. Non è quindi una storia inventata completamente dal nulla, almeno nelle intenzioni: parte da appunti e passaggi laterali di Tolkien, ma li racconterà con un punto di vista molto più ravvicinato.
E qui entra Andy Serkis. Perché se c’è una persona che può provare a infilarsi davvero nella testa di Gollum, è lui. Serkis non ha solo interpretato il personaggio nella trilogia e ne Lo Hobbit. Lo ha praticamente reinventato per il cinema moderno, trasformando un ruolo in motion capture in una delle performance più ricordate degli ultimi venticinque anni. La sua voce, il corpo piegato, gli occhi grandi, quella lotta interna tra “noi” e “tesoro”: Gollum è diventato iconico anche grazie a lui.
Jackson ha detto chiaramente che il film gli sembra più interessante nelle mani di Serkis. Non per modestia di facciata, ma perché il cuore del progetto è proprio la dipendenza, il conflitto interno, la mente di una creatura che non è mai solo mostro e non è mai solo vittima. Gollum fa paura, disgusta, commuove, irrita, e a volte tutto nello stesso minuto. È uno dei personaggi più tragici di Tolkien perché non riesce a liberarsi da ciò che ama e odia allo stesso tempo.
Il paragone con Joker, quindi, può spaventare qualcuno, ma non va letto come “faremo Gollum in versione cinecomic cupo”. Sarebbe una roba da denuncia alla polizia fantasy, diciamolo. L’idea sembra piuttosto questa: prendere un personaggio noto, già presente nell’immaginario collettivo, e costruire un film che lo osservi da dentro, senza usarlo solo come creatura laterale al servizio degli eroi. Un film su Gollum deve farci entrare nel suo desiderio, nella sua ossessione, nella sua paura. Altrimenti diventa solo una lunga sequenza di lui che sussurra “il mio tesssoro” nei boschi. Divertente cinque minuti, poi anche basta.
Jackson, però, non dirigerà il film. Sarà produttore e, a quanto dice, una specie di “padrino” creativo disponibile quando serve. Ha spiegato di non voler entrare ogni giorno a dire a Serkis cosa fare. Se Andy lo chiama per parlare, lui c’è. Se non lo chiama, lascia che faccia il suo film. È un passaggio importante, perché The Hunt for Gollum deve inevitabilmente vivere all’ombra della trilogia originale, ma allo stesso tempo non può limitarsi a imitarla. Se vuole esistere, deve trovare una ragione propria.
La sfida è enorme. Ogni ritorno nella Terra di Mezzo viene misurato con un righello molto severo dai fan. Jackson lo sa meglio di chiunque altro. La trilogia de Il Signore degli Anelli è ancora oggi una specie di montagna sacra del fantasy cinematografico, mentre quella de Lo Hobbit ha diviso molto di più. Toccare Gollum significa toccare uno dei punti più delicati di quel mondo. Non basta avere nostalgia, non basta far rivedere qualche volto noto, non basta una mappa e due panorami neozelandesi con la musica giusta. Serve una storia che giustifichi il ritorno.
E intanto Jackson sta preparando anche un altro ritorno molto atteso: Tintin. A Cannes ha raccontato che il sequel del film diretto da Steven Spielberg nel 2011 è finalmente “una cosa reale e attiva”. Non una promessa vaga da conferenza, non un “prima o poi lo faremo” detto per non deludere i fan. Jackson ha detto di essere letteralmente in hotel a scrivere pagine con Fran Walsh e di inviarle in Nuova Zelanda. Una scena quasi comica: tutti a Cannes tra red carpet, premi, fotografi, e lui chiuso in camera a lavorare su Tintin come uno studente che deve consegnare il tema il giorno dopo.
Secondo quanto dichiarato, Jackson e Spielberg manterranno l’accordo originale: Spielberg aveva diretto il primo film, Le avventure di Tintin: Il segreto dell’Unicorno, con Jackson produttore; nel sequel i ruoli dovrebbero invertirsi, con Jackson alla regia e Spielberg produttore. Jackson non ha ancora rivelato quali albi di Hergé verranno adattati, ma ha anticipato un dettaglio curioso: il nuovo film inizierà esattamente dove finiva il precedente.
Questa doppia notizia racconta bene il momento di Peter Jackson. Dopo anni passati soprattutto tra documentari, tecnologia e progetti prodotti più che diretti, sembra pronto a rientrare nei grandi mondi narrativi. Da una parte la Terra di Mezzo, ma passando il volante ad Andy Serkis. Dall’altra Tintin, che potrebbe segnare il suo ritorno alla regia di un lungometraggio di finzione dopo Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate.
In mezzo, c’è anche una riflessione più malinconica sul cinema. Jackson ha parlato del cambiamento dell’industria, della riduzione delle occasioni per i registi, della crisi del supporto fisico e della scomparsa di quei contenuti speciali che per anni hanno formato giovani cineasti. Chi ha visto i DVD estesi de Il Signore degli Anelli lo sa: quelle ore di backstage erano quasi una scuola di cinema gratuita, con modellini, trucco, costumi, effetti, regia, montaggio, musica. Oggi quel mondo sembra più piccolo, più disperso, meno accessibile.
Forse anche per questo il ritorno di Jackson a progetti così amati fa rumore. Non perché debba salvare il cinema, calma. Però perché quando un autore che ha costruito mondi enormi torna a parlarne con questo livello di coinvolgimento, la curiosità sale per forza.
The Hunt for Gollum sarà davvero il Joker della Terra di Mezzo? Forse no, e magari è meglio così. Ma se riuscirà a raccontare Gollum non come semplice creatura inquietante, bensì come personaggio tragico, dipendente, spezzato e ancora umano in qualche angolo minuscolo, allora il paragone avrà avuto un senso.
Tu cosa ne pensi: Andy Serkis è la persona giusta per dirigere un film su Gollum o avresti preferito il ritorno diretto di Peter Jackson dietro la macchina da presa? Scrivilo nei commenti e dimmi la tua.


